Robert F. Kennedy

Perchè Bob Kennedy?

Figura distante dall’Italia, il mio Paese, ma è pur sempre una figura che mi insegna una cosa grande: la politica è amore e attenzione verso l’umanità, senza distinzioni, senza preferenze, tutti uguali, tutti uniti verso l’abbattimento delle barriere sociali.

Abbattimento delle barriere sociali e culturali, è questo che mi emoziona e mi porta a collocare RFK nel mio Pantheon.

Dopo la morte di suo fratello, JFK, tornò in politica, ad occuparsi direttamente dei temi sociali a lui più cari: povertà, razzismo, scontro generazionale. Eletto senatore nello Stato di New York, non perse tempo e cominciò il suo lavoro per umanizzare gli Stati Uniti d’America, far si che la politica si discostasse dai temi prettamente economici, di mercato, e si proiettasse su un piano più complesso, ancora di più di quei temi ormai rimbombanti nelle stanze della politica.

Accorciare la distanza tra giovani e vecchi, ponendo il dibattito generazionale non come mero contrasto tra due epoche distinte, ma costruttivo, lungimirante, pieno di ricchezza e di amore verso il proprio paese.

La capacità e la destrezza con cui riuscì ad inserirsi nel mondo afroamericano, nei quartieri ostili alla presenza dei bianchi, lì dove Martin Luter King professava quello che sarebbe poi avvenuto con la elezione di Obama a Presidente degli Stati Uniti, dove il muro del razzismo dei bianchi verso i neri e il giustificato respingimento culturale da parte di quella fetta di popolo americano, costretto a vivere in quartieri nelle periferie delle grandi città, come New York, Los Angeles, viene abbattuto da una crescita consapevole, graduale ma intensa. La speranza per quell’America che sognava RFK Presidente degli Stati Uniti, si concluse con il suo assassinio, avvenuto il 5 giugno del 1968, dopo aver concluso quello che sarà il suo ultimo discorso, il victory speech dopo i primi risultati provenienti dai distretti, per le primarie del Partito Democratico statunitense.

Essere tra la gente, per la gente, con la gente, essere il loro punto di riferimento, essere il loro traduttore di speranze, farsi carico dei sacrifici che ogni singolo cittadino fa nella sua vita quotidiana. Ecco cosa mi avvicina a “Bobby”, ecco cosa lo rende parte integrante del mio Pantheon.

Concludo con uno stralcio del discorso fatto da Robert F. Kennedy all’Università del Kansas, il 18 marzo 1968.

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.  

Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.

Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi.

Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.

Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.