Per una politica a colori e una sinistra viva

Ho letto con molta attenzione la nota quotidiana di Emanuele Macaluso, sulla sua pagina Facebook “EM.MA in corsivo” – nella quale riporta pensieri illuminanti, da cui trarre spunti per una riflessione politica al passo coi tempi, attraverso opinioni partorite da una mente arguta e appesantita dalla grande esperienza politica.

Partendo dal Cardinale Ravasi e il suo Breviario sul Sole 24 ore, nel quale, citando Malraux, riportava le parole usate da questi nel giudicare strana la sua epoca, affermando che “la sinistra non era la sinistra, la destra non era la destra, il centro non stava nel mezzo”. Sembra una definizione attualissima. Peccato che Malraux sia morto nel 1976.

Ravasi continua asserendo che “Il funerale delle ideologie non ha spazzato via – beneficamente – i dogmatismi, le isterie teoriche, i sistemi cristallizzati. Ha anche semplificato il pensiero, ha banalizzato la progettualità, ha sbeffeggiato gli ideali, ha spento la dialettica, ha ridotto il confronto a vacuità o a scontro. Per questo è forse necessario ritornare alla distinzione, alla dottrina, alla gamma dei colori abbandonando il grigio monocromo” riporta una lettura tanto vera quanto dolorosa e il Compagno Macaluso lancia una freccia grossa quanto una casa e ad una velocità supersonica contro l’attuale classe politica, la quale ha, di fatto, perso la visione a colori della politica, e al termine si appella alle giovani generazioni. Ed è su questo che rifletto.

A Macaluso rispondo con “ce la metteremo tutta”, come si rispondebbe alle urla di incoraggiamento, provenienti dagli spalti, appena prima di entrare in campo durante una partita di calcio. E non serve retorica alcuna per rispondere ad una tale esortazione, dovremmo semplicemente guardarci allo specchio e riflettere su noi stessi.

Da quando faccio politica ho sempre creduto che ci fosse un gap generazionale, positivo, tra le giovani generazioni e le “vecchie” impegnate in politica. Devo dire che non è sempre facile credere ancora a tale visione delle cose, perché gli elementi a supporto della tesi opposta sono tante e molti le rendono vigorose e difficilmente confutabili. Ma chi si perde d’animo farebbe bene a non farla, la politica. Ed è per questo che guardare a colori il mondo è un nostro obiettivo.
Avete presente quei quaderni da colorare che tutti noi, almeno una volta, da bambini abbiamo avuto? Bene, la politica odierna è l’editore e i suoi fruitori siamo tutti noi, senza differenza alcuna. Il compito di una nuova generazione di politici è di colorare quei quaderni con colori vivi e farlo non solo per se, ma per chiunque ormai non conosce altro che la visione monocromatica delle cose.

Scegliamo i pantoni più belli, ma facciamolo. Facciamolo partendo da un impegno generazionale: non prendiamo come esempi i peggiori o i “meno peggio”. Guardiamo alla Storia e lì cerchiamo le nostre stelle polari – al plurale non per caso, perché ognuno ha la sua e anche più di una. Abbandoniamo una visione della politica sterile, fatta di posizionamenti e di battaglie con il solo scopo di ottenere posizioni personali. Basta. È avvilente.

È avvilente doversi confrontare con coetanei che non hanno la benché minima idea di cosa sia il dubbio, l’incertezza, il mettersi in discussione. Leoni ruggenti con il ruggito di altri, con criniere pettinate dall’arroganza dello sterile e stagnante gioco delle parti, in cui appartenere ad un partito o ad un movimento impedisce una discussione al di sopra delle convinzioni di parte (troppo banali per definirle ideali).

Perdiamoci nella bellezza del litigio sincero e genuino, generato da visioni del mondo differenti, con la consapevolezza che, pur con diverse sue visioni, il mondo e uno e appartiene a tutti quanti noi.

L’etica dei principi vs. l’etica della responsabilità

Le vacanze, come ogni anno, offrono del tempo prezioso per ritrovare se stessi e per riflettere su quello che sarà e su quello che si è fatto fino ad ora. Uno strumento molto utile, a tal proposito, è senza dubbio il libro.

Ho appena finito di leggere un libro tratto da una conferenza di Max Weber, tenuta all’Università di Monaco nel 1919: La politica come professione. È un testo che consiglio di leggere, non per una banale tendenza a leggere tutto ciò che ha nel titolo la parola “politica”, ma perché è illuminante e dire che mi sono ritrovato nelle parole utilizzate da Weber è dire poco.

C’è sempre qualcosa che ti rimane più impressa, rispetto ad altri concetti e ad altri aspetti del pensiero weberiano di questa conferenza. A me ha colpito lo sdoppiamento dell’etica in due tipologie: l’etica dei principi e l’etica della responsabilità.

Banalmente, l’etica dei principi è incarnata da chi lotta e agisce mosso dai soli principi che ritiene di custodire e voler concretizzare con le proprie azioni. Il soggetto che rispecchia tale descrizione è colui che, oltremodo, ritiene stupidi e ignoranti tutti coloro che la pensano diversamente da lui, che non hanno i suoi stessi principi e non sono mossi dallo stesso fervore. Oggi individuare tali soggetti non è per niente difficile, ma ci tornerò in un secondo momento.

L’etica della responsabilità, invece, è l’opposto di quella dei principi, se presa isolatamente: agire secondo responsabilità significa burocratizzare l’azione, renderla risultato di effetti concatenati, sviluppati a tavolino, strettamente legati ai loro effetti nella realtà. Agire secondo l’etica della responsabilità, oggi, significa approntare una mera azione amministrativa: per raggiungere l’obiettivo x devo fare e z; per poter fare y devo ottenere ab c. Di questo modello di azione, a mio modo di vedere, ne è intrisa la classe politica attuale, classe di funzionari e burocrati della politica, ma non di politici di professione.

Per Weber, il politico di professione – quello vero – è colui che agisce sia secondo l’etica dei principi e sia secondo l’etica della responsabilità. Un sistema a due che offre, non soltanto, una capacità di lettura del mondo completa, ma le stesse etiche offrono al politico di svincolarsi dal mero corso della Storia e farsi Storia.

Oggi chi agisce secondo l’etica dei principi? E chi secondo quella della responsabilità? C’è qualcuno che rappresenta l’unione di entrambe? Chiaramente, al mondo, come in Italia, esistono tutti e tre gli esempi, ma dovendo individuare quale categoria oggi detenga il potere, la difficoltà nel farlo è pari a zero: oggi il potere è animato dall’etica della responsabilità. La classe politica è composta da funzionari e burocrati della politica, da quelli che Weber chiama anche imprenditori della politica, cioè coloro che credono di gestire un partito o una Nazione come un’azienda. L’agire della classe politica è assimilabile al concetto di semplice amministrazione, di mera gestione delle cose, ordinata o meno che sia. Questo metodo è sbagliato, come sbagliato è l’altro, basato sull’etica dei principi. Perché sono sbagliati entrambi? Perché una sola etica non porta da nessuna parte.

Ma se abbiamo individuato coloro che agiscono secondo l’etica della responsabilità, chi agisce secondo l’etica dei principi? Tutti coloro che definiremmo tifosi della politica. Ovviamente Weber non parla di tifo, ma osserva come chi è mosso da tale etica è munito da paraocchi, da una taratura culturale fittizia che impedisce ogni tipo di confronto, ogni tipo di scambio di idee. Chi la pensa diversamente da lui è il responsabile del male del mondo ed è uno stupido che merita di soffrire nel male da lui stesso provocato.
Fare due più due e subito l’associazione di idee giunge ad un risultato lampante: oggi chi agisce secondo l’etica dei principi (e basta) è colui che trova nomignoli offensivi a chi non è dalla sua stessa parte; è colui che al confronto sostituisce l’offesa personale e sociale; è colui che, trovandosi in una situazione che non rispecchia i suoi principi, preferisce scappare e non combattere per cambiarla.

In tutto questo, chi, invece, rappresenta l’unione delle due etiche? Oggi chi incarna l’etica dei principi e l’etica della responsabilità, insieme, è colui che vive la politica come un servizio civile permamente, ponendo la prospettiva al centro del suo pensiero politico. Oggi agisce con tale metodo chi guarda oltre l’utilitarismo, chi offre una prospettiva lungimirante, frutto di un sogno moderno, di un sentirsi parte del mondo. Oggi essere “bi-etico”, per dirla con una metafora, significa immaginare il mattone ideale e come costruirci una casa, e non meramente immaginare il mattone perfetto né, tantomeno, immaginare solamente come prendere un mattone e unirlo ad un altro con del cemento. Probabilmente l’esempio è un po’ tortuoso, ma, dal mio punto di vista, rende l’idea.

Oggi abbiamo paura a definirci politici di professione, perché la politica si è trasformata in un semplice insieme di privilegi e, quindi, il politico di professione viene visto come colui che di lavoro fa il “privilegiato”. Ma non confondiamo la politica come professione con i diversi ruoli che un politico può occupare. Il ruolo non fa il politico e viceversa. Si fa politica ogni giorno, indipendentemente dal ruolo ricoperto o dalla posizione nella società. Chiaramente, c’è chi sviluppa il proprio pensiero politico una volta all’anno (in media) – durante le elezioni, nella scelta del candidato da votare – e chi, invece, fa della politica la propria vita e del proprio pensiero politico il suo pane quotidiano e il perno su cui ruota il proprio agire. Non dobbiamo disprezzare né l’uno e né l’altro modo di intendere la politica – sono il risultato del libero arbitrio dell’uomo e del destino – chi di noi ha scelto la propria vocazione?. Il rispetto è cosa fondamentale per gettare le fondamenta di una società che spiani la strada al corso naturale delle cose e, magari, alla nascita di una classe politica “bi-etica” e non più “mono-etica”.

La Politica o guida o muore

Sivan Kotler, corrispondente israeliana dal 2000 in Italia, oggi sull’Internazionale parla di un fatto gravissimo che dovrebbe farci riflettere. L’odio fa audience e porta voti. È ormai ciò che guida una parte della politica italiana e i cittadini ne sono vittime.

Bisogna che la Politica – quella con la P maiuscola – torni ad essere guida e smetta di farsi guidare dalla pancia e dalle paure dei cittadini.

Ma se la TV (vi ricordate quel servizio di Mattino 5 delle due ragazze rom che rubavano 1000€ al giorno, svelandosi tutta una farsa?) e una parte della classe politica generano paure e razzismo, chi può sostituirsi – tornando alla sua funzione naturale – è la Scuola. La Scuola con la S maiuscola, come sopra. Quella che ha come principale obiettivo non solo di formare umanamente e scientificamente, ma di civilizzare le giovani generazioni.

Più educazione, più uguaglianza, più maturità, meno paure. Un’equazione che è un imperativo, se si vuol tornare a crescere come Paese (e non soltanto economicamente parlando).

Non credete sia così?

Dobbiamo essere intolleranti verso l’intolleranza

Emma Bonino, storica leader dei Radicali italiani, guida di tante battaglie, a livello internazionale, sui diritti umani e sui diritti civili, offre a tutti uno spaccato, una chiave di lettura che invito tutti quanti a tenere in considerazione, a farla propria. Io l’ho fatto e ci credo, perché la laicità deve essere la benzina della politica, contro “i talebani di ogni credo” (e per credo non intendo solo la religione, ma anche la fede politica, quella che chiamiamo spesso tifoseria).

E adesso linciatemi pure

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

— art. 3 comma 2, Costituzione della Repubblica Italiana

Ora ditemi che le preferenze non sono un ostacolo di ordine economico che impedisce la partecipazione di tutti i cittadini alla vita politica.

Non siete d’accordo? Chiedetelo alle millemila euro che serviranno ai candidati alle regionali, nella prossima primavera, o alle lobby industriali che verseranno fondi ai candidati in cambio di aiutini.

Il problema di questo Paese? Individuate le mele marce (e non tutte) abbiamo preferito buttar via tutto il cesto, senza fare una cernita. Abbiamo abolito le province, abbiamo abolito il Senato (ora, no domani, no forse dopodomani ma ci arriviamo), ma abbiamo lasciato in pace ciò che con la rappresentanza non centra assolutamente un fico secco, ovvero le municipalizzate (sono tutte ancora lì, con tavolate imbandite con un prelibato menu soldi pubblici).

Dulcis in fundo, abbiamo ristabilito le preferenze. Modalità ancora tutte da definire (fino a quando non sarà approvata la legge, in questi tempi meglio non essere certi di nulla), ma per me rimane pur sempre una porcata, come porcata è stata l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, trascinandoli più di quanto non lo siano ora (ritorna il discorso delle mele marce) nelle braccia dei lobbisti. E poi ci lamentiamo degli sgravi fiscali che hanno ricevuto le concessionarie di slot machine? Ci lamentiamo, giustamente (ma ipocritamente), delle fondazioni? E poi? Peccando di lungimiranza, siamo bravi tutti a fare le riforme, peccato che chi ne subirà le conseguenze non saranno quelli che attualmente siedono in Parlamento, ma le nuove generazioni.

Ovviamente l’onda del populismo è sempre la più alta, perciò linciatemi pure, perché tanto la questione è chiara: lì dove c’è il consenso, lì c’è la politica (o meglio, i politici). A casa mia, è la politica a dover spostare il consenso, non il contrario.

Come si dice dalle mie parti: sciatavìn sciàt!