Perché non demonizzo i “millennials” in Direzione PD

Perdonatemi se sarò controcorrente, rispetto a ciò che molti si aspetterebbero dal sottoscritto: ma non demonizzo i 20 cosiddetti “millennials” in Direzione nazionale PD.Credo che rappresentino, chi più chi meno, la comunità del nostro partito, alla pari di tutti gli altri. Tra loro, oltretutto, ci sono persone che stimo molto e che meriterebbero di essere lì a prescindere dall’età.

C’è chi, a riguardo, si è posto la questione del “perché scelti in quel modo e perché proprio loro”, puntando l’attenzione sull’esistenza dell’Organizzazione giovanile, da valorizzare di più.

Ecco, se, per l’ennesima volta, il Partito volta le spalle alla sua giovanile, il motivo è semplice: perché siamo piatti. E dico “siamo” perché, da dirigente della stessa, non mi esimo dal prendermi le dovute responsabilità di ciò. Vorrei che la stessa cosa facciano tutti coloro che, in queste ore, scrivono messaggi di disapprovazione sul tema.

Il PD ha grandi difficoltà nel relazionarsi con la nostra generazione, una rappresentazione plastica è arrivata dal referendum del 4 dicembre. Per come la vedo io, il motivo è che nei Giovani Democratici si annida una delle peggior specie di “uomo politico”: colui che emula chi non è, non avendone neanche la consapevolezza e le capacità.

Emuliamo spesse volte i “grandi”, trasformandovi nel fenotipo peggiore che possa esserci.

Trame, bastoni tra le ruote, scarsa considerazione dell’altro e incapacità di guardare oltre il proprio recinto.

Io dalla questione “millennials” ho appreso una cosa molto semplice: possiamo prenderci in giro sul ruolo che abbiamo nel partito e nel Paese, ma fino a quando i GD non riusciranno a prendere il coraggio che spetta alla generazione che rappresentano, saremo sempre e soltanto una quota parte dei tesserati. Con una propria bandiera, propri dirigenti ma senza una propria vera identità. Oggi, sul territorio, soprattutto, il valore dell’Organizzazione giovanile si aggrappa alla stima che i cittadini provano nei confronti dei suoi esponenti di spicco, sulle persone e non sul progetto politico che dovrebbe rappresentare, nel suo complesso.

Si lavori per questo, invece di sentirsi offesi. Lo si faccia partendo dalle proprie responsabilità, guardando al merito e al coraggio di chi dal futuro ha solo da guadagnarci.

Chiamatelo “congresso” se volete

È terminato quello che in molti hanno chiamato Congresso, ma a cui io non riesco a darne una definizione.

Non riesco a darne una definizione consona con quanto voleva rappresentare perché, nei fatti, non ha rappresentato nulla di quanto avrebbe voluto. Festival della Democrazia, l’hanno chiamata quella di ieri. Eppure io non ho avuto modo di divertirmi, né tantomeno di vivere un clima di festa. Certo, le ragioni sono più profonde di quelle che proverò a spiegare qui, ma pensate davvero che il PD, ieri, abbia recuperato il suo slancio? Io non credo proprio.

Partiamo dal principio, da quando questa pagina ha cominciato ad essere scritta.
Un congresso chiesto da più parti, a cui si poteva dare un valore incredibile, una grande campagna di ascolto palmo palmo, in ogni angolo del Paese. Dal piccolo comune alla grande città, dai disoccupati ai commercianti in difficoltà, passando per gli imprenditori e il mondo delle start up. Invece è sembrato che tutto ciò dovesse avvenire dopo, che c’era una questione interna da risolvere e archiviare quanto prima, per dare il ben servito a chi in questi anni ha cercato di sollevare criticità ricevendo, nella gran parte dei casi, un “gufo e rosicone” di ritorno.

Elezioni primarie con rito abbreviato, da fine febbraio al giorno di ieri, 30 aprile. Direte voi: ma 2 mesi sono più che sufficienti per un congresso. Certo, un congresso come passaggio dovuto non aveva forse neanche bisogno di 2 mesi, eppure questo doveva essere un momento ancor più alto di una semplice elezione di un segretario di partito. Siamo l’unica forza politica, in Italia, ancora capace di dare delle risposte concrete alle domande che arrivano dalle parti sociali, dal mondo dei soggetti in formazione, dai disoccupati, dagli esodati, dal mondo dell’imprenditoria e del lavoro autonomo. Eppure ci siamo dimenticati quale sia la vera funzione di un congresso: riformulare la proposta politica, cercando sì di eleggere un leader che guidi, ma di attivare i percettori della comunità che costituisce il partito e di trarre forza dalle diverse vedute.
Quasi due milioni di persone hanno svolto, per un giorno, il lavoro di notaio: metterci il bollo della democrazia su una cosa che ormai era scontata sin dall’inizio. Ma, chiariamoci, non dico che questo congresso avrebbe avuto valore se a vincere non fosse stato Renzi, anzi, dico che, a prescindere da chi avesse vinto, qualcosa non sarebbe quadrata comunque e così è oggi.

Per rendere chiaro quanto io sollevo, pongo una domanda a cui chiedo di darci una risposta, tutti quanti insieme: siamo in grado, oggi, di tornare nelle periferie delle città? Se domani ci fossero le elezioni politiche, le borgate, i quartieri lontani dai ricchi centri voterebbero per il Partito Democratico? Quali risposte abbiamo dato loro? Quali sono le prospettive nuove, venute fuori da questo congresso, per tutti coloro che il PD l’hanno votato ma che oggi non ci pensano due volte a scegliere altro o, addirittura, a non andare a votare?
Possiamo davvero continuare a credere che l’unico modo per recuperare consenso sia quella di spostarsi un po’ a destra e un po’ a sinistra, a seconda dei temi e delle convenienze? Non credete sia il caso di mettere a terra un disegno che abbracci un’idea di società?

Nella storia dell’umanità, chi ha lasciato un segno indelebile nel mondo in cui ha vissuto, sono tutti coloro che hanno immaginato un disegno lungimirante e strutturato di futuro, capace di coinvolgere coloro che non credevano mai di poterlo essere; di anticipare i tempi; di non andare a tentoni. Da Steve Jobs a Martin Luther King Jr., allo stesso Elon Musk – tanto citato da Renzi – e ai nostri Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, e altri. Tutti loro sono stati in grado di vivere nel presente ma di immaginare un futuro chiaro, concependo non solo l’obiettivo ma anche come raggiungerlo, passo dopo passo.
È questo che il PD deve fare, è quello che avrebbe dovuto fare in questo 4° Congresso. Ciò non è avvenuto, ma sono certo che ogni sostenitore delle tre mozioni direbbe il contrario. Il punto non è una mozione o due che abbiano colto il loro compito, ma è la comunità del Partito Democratico che avrebbe dovuto, prima di ogni altra cosa, prendere coscienza di quello che rappresenta. Certe volte ce lo dimentichiamo e ricordarcene diventa sempre più difficile.

Ma veniamo ad un punto cruciale che vede la giornata di ieri al centro. Le primarie aperte per scegliere il Segretario nazionale del PD non funzionano. Non funzionano perché non ci sono gli strumenti per poter contrastare, in modo sistematico e oggettivo, un fenomeno ormai chiaro e diffuso ovunque: l’inquinamento del voto da parte del centrodestra e della destra.
È quello che è successo ieri: si sono registrati casi di intromissione di diversi esponenti della destra, anche la più estrema, durante le operazioni di voto. La cosa assurda è che non parliamo di gente “mandata” a votare qualcuno, ma di esponenti che, in prima persona, hanno partecipato al voto, violando in modo netto e plateale non solo l’art. 10 del Regolamento per il Congresso, ma anche l’art.2 dello Statuto del Partito Democratico, come di seguito.

Possono partecipare al voto per l’elezione del Segretario e dell’Assemblea nazionale tutte le elettrici e gli elettori che, al momento del voto, rientrano nei requisiti di cui all’art. 2, comma 3 dello Statuto, ovvero le elettrici e gli elettori che “dichiarino di riconoscersi nella proposta politica del Partito, di sostenerlo alle elezioni, e accettino di essere registrate nell’Albo pubblico delle elettrici e degli elettori”. – Art. 10 comma 1, Regolamento per l’elezione del Segretario e dell’Assemblea nazionale del PD.

Sono escluse dalla registrazione nell’Anagrafe degli iscritti e nell’Albo degli elettori del PD le persone appartenenti ad altri movimenti politici o iscritte ad altri partiti politici o aderenti, all’interno delle Assemblee elettive, a gruppi consiliari diversi da quello del Partito Democratico. Gli iscritti che, al termine delle procedure per la selezione delle candidature, si sono candidati in liste alternative al PD, o comunque non autorizzate dal PD, sono esclusi e non più registrabili, per l’anno in corso e per quello successivo, nell’Anagrafe degli iscritti. – Art. 2 comma 9, Statuto del Partito Democratico (modificato dall’Assemblea nazionale del 18 luglio 2015).

Consiglieri comunali di gruppi consigliari (che col centrosinistra, addirittura, non c’entrano assolutamente nulla), esponenti storici di altre forze politiche (tra cui, addirittura, dirigenti nazionali degli stessi) hanno partecipato al voto, venendo a scegliere un segretario di un partito che non è il loro, che criticano quotidianamente dall’altra parte della barricata e a cui non dedicano un briciolo del loro impegno. Alla faccia dei militanti, dei dirigenti e di tutti gli elettori che credono ancora nel PD.
Qui, come è evidente, non è solo una questione di regole, ma di etica. Certamente, l’etica non è da tutti, benché meno da chi ha avuto la faccia (e mi fermo sull’aggettivo della faccia) di presentarsi al seggio chiedendo di votare. Alcuni sono stati bloccati, altri no, inficiando delle intere operazioni di voto, a causa della violazione delle regole.

Altro aspetto, riguardo ieri, è quello delle ricevute di pagamento dei 2€. È un diritto per l’elettore averlo, ma il blocco dell’erogazione ha impedito il controllo del voto da parte di qualche scagnozzo fuori dai seggi, con il telefono alla mano, chiamando uno ad uno i “portatori insani di voti”, una partecipazione coatta alla democrazia.

Non mi meraviglio di nulla, ma se vi siete chiesti, in questi due mesi, perché io non stessi partecipando attivamente al congresso – contro la mia natura di essere sempre in prima fila nelle battaglie – beh..ora lo sapete. Perché non avevo l’entusiasmo e la spontaneità che caratterizzano, sin dall’inizio, il mio impegno politico. Un congresso “tanto per farlo”, in cui le posizioni da prendere erano dovute – “perché è giusto così” – non era quello che mi aspettavo e parteciparvi supinamente non era affar mio.

Ma ora bisogna andare oltre, provando a guardare lontano. Matteo Renzi ha raccolto il 70% dei consensi. Spero abbia capito che lui non è il padrone di nulla e che il Partito va gestito collegialmente, coinvolgendo le minoranze e ponendo al centro della discussione le istanze che dalle stesse arriveranno, senza prenderle a schiaffoni o liquidandole in un tweet. Speriamo di non dover utilizzare quel famoso detto che dice “il lupo perde il pelo ma non il vizio”. Chiedo un maggiore e maturo impegno, anche, alle minoranze, di cui faccio parte, ad oggi: la funzione della minoranza è più importante di quella della maggioranza. È l’ABS che permette al partito di non sbandare e finire contro un muro a 200 all’ora.

Grazie di cuore, infine, a tutti coloro che ci sono stati: ai volontari, ai militanti e agli elettori che hanno creduto e credono ancora in quello che facciamo. Solo voi siete la forza di questa comunità e sempre lo sarete.

Razzisti e fascisti a casa loro e condannati

C’è sempre un razzista o un fascista diverso da un altro. Questo ormai pare chiaro e lo è sempre di più nel leggere alcune notizie che provengono dagli Stati Uniti e dalla Francia.

Una coppia è stata condannata alla reclusione, dopo aver inveito e minacciato con insulti razzisti, una donna, durante la festa di compleanno del loro bambino. Lui si è beccato 13 anni di prigione, lei 6.

Un’altra notizia ci giunge dalla Francia, dove il Presidente onorario del Front National, Jean-Marie Le Pen, è stato condannato a pagare 30 mila euro di multa e altri 10 mila euro circa a tre associazioni che si erano costituite parti civili nel processo, dopo la sentenza in appello, per aver detto che le camere a gas sono state dei “dettagli” nella storia della Seconda Guerra Mondiale.

In Italia, invece, chi incita all’odio razziale o commette il reato di apologia di fascismo resta impunito.

Testamento biologico, giù le mani dalla dignità umana!

Si nasce per vivere. E si vive per essere liberi. Ma cosa è la libertà, nella sua definizione più ampia? La libertà è scegliere cosa farne della propria vita. Una dimensione introspettiva della libertà è l’essenziale elemento che contraddistingue un essere umano da un prigioniero dell’etica altrui, frutto di dottrine medievali e retrograde.

Così come sono libero di scegliere che facoltà prendere all’università; libero di scegliere se fidanzarmi, sposarmi e avere un figlio; devo essere libero anche di scegliere se terminare la mia vita quando, a causa di una malattia incurabile, sono costretto a vivere immobile in un letto di ospedale, con tubi, respiratori ed un computer per poter parlare.

Il Governo si faccia carico di questo importante problema e trovi, finalmente, una soluzione sul testamento biologico. Ma attenzione! Nessuna soluzione frutto di miscugli e attenuazioni. O c’è o non c’è una seria proposta che sblocchi, definitivamente, la situazione di tantissimi malati irreversibili.

Ognuno di noi deve essere libero di scegliere il proprio destino. Giù le mani dei bigotti dalla libertà e dalla dignità dell’uomo!

In vista del Congresso del Partito Democratico, mi auguro che se ne  discuta e che tutti e tre i candidati si facciano portavoce di questo assurdo “fossato di inciviltà” che ci separa dal resto d’Europa.

Dall’Impero romano ai social network: l’umanità in pasto alle belve

Italia, A.D. 2017 – Pezzi di carne ed ossa e poco più. Se provieni da un posto lontano, non sei nostrano, non aspettarti compassione, gentilezza, neanche comprensione. Non aspettarti che l’uomo si dimostri un essere superiore rispetto agli altri animali, o forse, aspettati che dimostri di esserne inferiore.
È quello che è successo a Follonica, in provincia di Grosseto. Due dipendenti della Lidl – la grande catena di discount – hanno rinchiuso, in una specie di gabbia, due donne rom, schernendole e filmandole. Il video, chiaramente, è stato lanciato tra le fauci del pubblico di Facebook e di altri social network per distruggerne, ulteriormente, la dimensione umana. Una scena che rimanda a ben più antiche pratiche, come nell’Impero romano, dove nell’arena del Colosseo i cristiani venivano dati in pasto ai leoni, mentre il pubblico divertito urlava a favore delle belve.

La Storia, si sa, è un eterno ritorno dell’uguale. Ma se gli accadimenti, pur trasformati nella loro forma, in sostanza tornano al cospetto dell’umanità, l’idiozia e la barbarie non hanno mai lasciato il loro posto.

Il supermercato coinvolto, suo malgrado, nella vicenda, ha preso le distanze dai suoi due dipendenti, annunciando provvedimenti. Inutile dire che il licenziamento in tronco sia l’unica delle soluzioni che più danno giustizia, ma è necessario soffermarsi sull’aspetto del diritto e tendere verso la consumazione di un reato gravissimo, quale il sequestro di persona.

Ma se di gravità parliamo, non può lasciarci indifferenti quanto sostenuto da Matteo Salvini, leader della Lega Nord. Conosciamo tutti l’istinto da cane di Salvini a fiutare il marcio dell’umanità ed a fiondarsi di testa, ma offrire assistenza legale ai due animali sequestratori (senza offendere gli animali) è un gesto gravissimo che travalica il confine della tollerabilità. Se si vuol portare la questione sul piano giuridico, siamo in presenza di una istigazione a delinquere, di concorso morale ad un sequestro di persona reso arma politica. Qui tornano in mente scene storiche ben più vicine a noi – gli Anni di piombo e le Brigate Rosse – che pensavamo di aver consegnato agli almanacchi ed invece, anche queste, bussano alla porta dei nostri giorni.

Ma la Storia non è la sola a consegnarci eventi del genere. L’ISIS, in uno dei suoi tanti video di propaganda, rinchiuse in gabbia degli innocenti, appiccando loro fuoco e bruciandoli vivi.
Per quanto possiamo sforzarci di giustificare o di considerare tutti questi episodi contraddistinti da livelli di gravità differenti, in realtà, la gravità è la stessa, declinata soltanto in modo diverso. Un uomo che distrugge un altro uomo commette un fatto gravissimo. E tutti sappiamo che l’uomo non lo si distrugge soltanto togliendogli la vita. L’essere umano lo si disintegra due volte abbattendogli la dignità che questo merita di custodire.

“L’uomo è un animale politico” diceva Aristotele. Se di animali politici si tratta, Salvini è sicuramente un cane politico, mentre i due sequestratori potremmo paragonarli a due maiali che sguazzano nella poltiglia putrida del razzismo e dell’ignoranza.
Quindi non meravigliamoci della solidarietà del primo nei confronti dei secondi perché, si sa, cani e porci vanno sempre d’accordo. Perché non avrebbero dovuto esserlo ora?

Un anno da segretario

L’anno scorso, esattamente in questi giorni, venivo eletto Segretario dei Giovani Democratici Terra di Bari, l’Organizzazione giovanile del Partito Democratico dell’Area metropolitana del capoluogo pugliese.

Non credo di poter dimenticare facilmente quel periodo, per la grande stanchezza accumulata in ore di incontri, discussioni, anche molto accese. Non dimenticherò quei giorni anche per l’importante messaggio che provammo a lanciare al nostro Partito: il voler stare insieme e ripartire dagli errori del passato.

Una fase congressuale a due candidati, sfociata in uno scontro durissimo, che si risolse con la scelta di convergere su un nome, su una storia personale che unisse e che appianasse le divergenze. A distanza di un anno, posso dire, che quelle divergenze sono diminuite, lasciando il posto ad una differente visione della politica e del partito, tutto naturalmente accettabile nella dialettica di un partito plurale come il nostro.

In questo primo anno abbiamo affrontato molte battaglie: il Referendum sulle Trivelle – dove i GD Terra di Bari si schierarono compatti a favore del quesito referendario, in difesa del mare pugliese; il Referendum sulla Riforma costituzionale – dove abbiamo cercato di offrire alla nostra Comunità lo spirito di discussione e condivisione delle idee, portando la nostra Organizzazione a lavorare a sostegno della riforma, in linea con il Partito, ritenendo una ricchezza chi la pensava in modo opposto, senza accentuare scontri o divisioni sul tema, dimostrando maturità; la Scuola di Formazione regionale – durante la quale la nostra Federazione è stata ospitante, grazie al circolo di Santeramo in Colle, e dove abbiamo discusso di temi centrali, oggi in cima all’agenda politica del Paese e del nostro territorio.

Permettetemi, però, di parlarvi del mio bagaglio personale d’esperienza, riempito costantemente, giorno dopo giorno, camminando per le strade delle città della provincia, confrontandomi con i circoli e i militanti, spesso delusi o smarriti davanti ad un partito altrettanto perso nei meandri dell’autoreferenzialità.

In questo primo anno ho capito molte cose di cui prima non ero del tutto consapevole: l’elemento fondante di una comunità non è solo il sentimento comune, l’idea comune delle cose, ma anche e soprattutto il dialogo e l’ascolto. Il dialogo tra tutti coloro che si impegnano, quotidianamente, e decidono di dedicare parte del loro tempo e delle loro energie nel tenere aperti i circoli, nell’essere volto, orecchie e bocca del nostro partito sul territorio. L’ascolto da parte di chi, nelle responsabilità di dirigente e di guida, deve considerare l’opinione e le idee della base come fondamentali per la costruzione di una comunità forte e coesa, capace di andare tutta in un’unica direzione. Due elementi che qualcuno ritiene scontati nella loro definizione e nel loro essere parte costituente una comunità politica. Vi posso assicurare che non lo è ed abbiamo sotto i nostri occhi l’esempio di un partito dilaniato dalla mancanza di un dialogo costruttivo e privo di arroganza.

Da militante voglio lanciare un grido di speranza: che si smetta di ragionare per compartimenti stagni. Basta appiopparsi cognomi di altre persone per darsi uno spessore politico. Basta dar per scontato che una persona abbia detto una cosa sbagliata, solo perché in opposizione al proprio leader/capetto/capobastone di turno. Basta.

E basta anche col fottersene di chi la pensa diversamente, deridendo iniziative in cui al centro è la costruzione di una visione comune delle cose.
Ho letto commenti di esponenti del PD sia nazionale che del territorio – la maggior parte con ruoli di responsabilità – in cui si scherniva la manifestazione in corso, oggi, al Teatro Vittoria a Roma. Schernire chi cerca di essere parte della Comunità provando a fare rete, con un’assemblea pacifica, è da schifosi. E non uso sinonimi, in questi casi, mi dispiace.
Chi oggi rappresenta la maggioranza sappia riconoscere qual è il suo ruolo: tenere il volante in mano, decidere come guidare, ma non decidere la direzione da soli. E quel “come guidare” deve significare senso di responsabilità e, anche, capacità nel mettere in secondo piano le proprie convinzioni per cercare una via comune, un minimo comune denominatore capace di far sentire tutti a casa e rappresentati dall’azione del partito. Ecco cosa ho imparato in questo anno.

Dall’inizio di questa nuova avventura, è troppo presto per dirsi addio, anzi, dobbiamo tutti lavorare affinché quel momento non arrivi mai. Ritroviamoci tutti nella voglia dello stare insieme, del fare sintesi e riporre, nel baule delle cose inutili, l’arroganza e la spavalderia, a favore della responsabilità e dell’umiltà.

Buon cammino, a tutti noi. Possa anche essere irto e pieno di ostacoli da superare, ma che non lo si consideri mai impossibile da realizzare o che maturi, in noi, la voglia di abbandonarlo.

Grazie a tutti coloro che mi hanno affiancato fino alla prima candelina. Grazie ai componenti della Segreteria metropolitana, a tutti i segretari di circolo, ai militanti, agli amici e compagni. E anche a chi mi sopporta ogni giorno, dalle interminabili telefonate agli incontri in orari e giorni indicibili.

Ci accompagni l’orgoglio di essere una comunità di più di mille ragazze e ragazzi che, nella Terra di Bari, portano avanti la passione per la Politica.

La legge uccide, la cannabis no!

No, la marijuana o l’hashish non sono cose da Pablo Escobar o trafficanti di droga colombiani.

No, la marijuana e l’hashish non uccidono, se non per vie indirette, come gettarsi dalla finestra della propria casa, dopo essere stato sorpreso con 10gr di fumo in tasca.

A Lavagna è successo proprio questo. Una mamma decide di segnalare alla Guardia di Finanza il proprio figlio perchè “si stava perdendo con la droga” e ciò che ha ottenuto e averlo realmente perso, per sempre.

Dice bene Saviano:

Vi starete chiedendo cosa sarebbe cambiato se la cannabis fosse stata legale. La madre non avrebbe potuto chiamare la Guardia di finanza, non solo, non ne avrebbe forse nemmeno sentito la necessità. Perché se un sedicenne fuma un pacchetto di sigarette al giorno, la mamma gli toglie la paghetta, lo controlla maniacalmente perché smetta di farlo, ma non chiede l’aiuto delle forze dell’ordine. Eppure le sigarette uccidono, le canne no. Ma le sigarette sono legali, e allora vedere un ragazzo o una ragazza che fumano sigarette, magari molte, non provoca vergogna sociale, non provoca scandalo.

E allora cosa aspettiamo a legalizzare l’uso della marijuana e dei suoi derivati? Sblocchiamo il DDL dell’Intergruppo sulla legalizzazione, il DDL con il più alto numero di sottoscrittori è fermo in un cassetto per la debolezza della politica, per l’inettitudine dell’attuale classe politica, incapace di fare un passo in avanti e risolvere un gravissimo problema che coinvolge il nostro Paese.

Ve ne ho già parlato tempo fa, la legalizzazione incrocerebbe un altro serio problema del nostro Paese: le carceri e il loro sovraffollamento; la Giustizia e il sovraccarico di procedimenti giudiziari verso piccoli detentori di droghe leggere; il finanziamento diretto alle mafie, attraverso il mercato nero della droga.

Qui la lettera scritta da Benedetto della Vedova ai Presidenti di Camera e Senato e ai capigruppo dei tre più grandi gruppi parlamentari, circa lo sblocco del DDL. Spingiamo tutti, affinché si superi questo ostacolo e si consegni al Paese una legge di civiltà e progresso. Lavoriamo sul piano legislativo, ma anche e soprattutto sul piano culturale, non solo tra i giovani, ma anche tra gli adulti, soggetti a retaggi culturali.

Cari Presidenti, cari colleghi,
il progetto di legge per la legalizzazione dei derivati della cannabis è pendente dalla fine di luglio del 2015 presso le commissioni riunite Giustizia e Affari sociali della Camera dei deputati, dove è ritornato dopo la discussione generale in Aula.
In seguito alla fase, lunghissima, delle audizioni non è stato esaminato e discusso non dico un articolo, ma neppure un emendamento al testo. La sintesi è che quella che, con ogni probabilità, è la proposta di legge di iniziativa parlamentare con il maggior numero di sottoscrittori (221 deputati) è stata parcheggiata su di un binario morto. Io penso che questo sia discutibile in termini politici, ma insostenibile in termini istituzionali.
Come coordinatore dell’intergruppo parlamentare che ha formulato la proposta oggi all’esame delle camere, vi chiedo dunque un incontro per capire non se, ma come sia possibile sbloccare una situazione che sta diventando obiettivamente inaccettabile. Penso che questa responsabilità spetti, in modo diverso, tanto ai Presidenti delle commissioni, quanto ai capigruppo dei partiti – PD, M5S, SI-SeL – che annoverano nelle proprie fila la gran parte dei firmatari del progetto di legge.
Non chiedo a voi, come deve essere evidente, un orientamento o un voto favorevole al provvedimento, ma che, a questo punto, si avvii l’esame, si capisca se vi è la possibilità di concordare eventuali modifiche e poi si passi al voto. Così le responsabilità politiche saranno chiare e distinte tra chi voterà a favore e chi contro, tra chi vuole la legalizzazione dei derivati della cannabis e chi intende invece mantenere l’attuale regime proibizionista.

Cordiali saluti,
Sen. Benedetto Della Vedova

 

CANNABIS LEGALE: LA PAZIENZA E’ FINITA

Ieri ho scritto una lettera ai presidenti delle Commissioni Giustizia e Affari Sociali della Camera, Donatella Ferranti e Mario Marazziti, ai capigruppo di Pd, Si-Sel e M5S, Ettore Rosato, Arturo Scotto e Andrea Cecconi in cui chiedo formalmente un incontro per capire non se, ma come sbloccare il DDL dell’Intergruppo Cannabis legale. Perché è inaccettabile che la proposta di legge con il maggior numero di sottoscrittori sia su di un binario morto.

Questa la mia lettera, di cui ho parlato oggi durante la presentazione del libro di Luca Marola Marijuana Rulez, insieme a Giuseppe Civati e Riccardo Magi.

Cari Presidenti, cari colleghi,
il progetto di legge per la legalizzazione dei derivati della cannabis è pendente dalla fine di luglio del 2015 presso le commissioni riunite Giustizia e Affari sociali della Camera dei deputati, dove è ritornato dopo la discussione generale in Aula.
In seguito alla fase, lunghissima, delle audizioni non è stato esaminato e discusso non dico un articolo, ma neppure un emendamento al testo. La sintesi è che quella che, con ogni probabilità, è la proposta di legge di iniziativa parlamentare con il maggior numero di sottoscrittori (221 deputati) è stata parcheggiata su di un binario morto. Io penso che questo sia discutibile in termini politici, ma insostenibile in termini istituzionali.
Come coordinatore dell’intergruppo parlamentare che ha formulato la proposta oggi all’esame delle camere, vi chiedo dunque un incontro per capire non se, ma come sia possibile sbloccare una situazione che sta diventando obiettivamente inaccettabile. Penso che questa responsabilità spetti, in modo diverso, tanto ai Presidenti delle commissioni, quanto ai capigruppo dei partiti – PD, M5S, SI-SeL – che annoverano nelle proprie fila la gran parte dei firmatari del progetto di legge.
Non chiedo a voi, come deve essere evidente, un orientamento o un voto favorevole al provvedimento, ma che, a questo punto, si avvii l’esame, si capisca se vi è la possibilità di concordare eventuali modifiche e poi si passi al voto. Così le responsabilità politiche saranno chiare e distinte tra chi voterà a favore e chi contro, tra chi vuole la legalizzazione dei derivati della cannabis e chi intende invece mantenere l’attuale regime proibizionista.

Cordiali saluti,
Sen. Benedetto Della Vedova

Pubblicato da Benedetto Della Vedova su Giovedì 16 febbraio 2017