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Senza coraggio alcuno

Loris Bertocco – rimasto totalmente paralizzato dal 1977, dopo un incidente stradale – ha deciso di procedere con l’eutanasia in Svizzera.
Ogni volta che un essere umano decide, con assoluta dignità, di scegliere questa via, c’è sempre chi sostiene la necessità dell’introduzione di una legge che provveda alla legalizzazione della pratica in Italia. Tra questi, c’è il sottoscritto.
Tuttavia, il pensiero costante che mi pervade è sempre lo stesso: se in questo Paese per approvare una legge sulla cittadinanza, quale lo Ius Soli, si fanno barricate di ogni tipo, ritenendola “pericolosa per il consenso”, pensare ad una classe politica coraggiosa e capace a tal punto da approvare una legge sul fine vita, mi getta nello sconforto.
Se fossi il leader della maggioranza di Governo, spenderei tutto il mio capitale politico per permettere questo passo di civiltà enorme.
Non sarei rieletto? Pazienza. Mi chiedo che senso abbia stare in Parlamento senza coraggio.
Ma, anche qui, a sbagliare sono io.

Catalogna. Una chiave di lettura costituzionale.

Il referendum indipendentista della Catalogna è su tutti i quotidiani europei e non solo. Oltre all’alto valore storico e politico che questa tendenza indipendentista della regione spagnola ha, il tutto viene accentuato dagli scontri in atto in queste ore, su tutto il territorio catalano.

La Guardia Civil ha avviato, su ordine del Governo centrale, il piano di sgombero dei seggi elettorali adibiti proprio per questo referendum che, costituzionalmente, non è consentito in Spagna. Cominciamo a spiegarlo nel dettaglio, partendo da alcune coordinate costituzionali.

La Costituzione spagnola – entrata in vigore nel 1978, a seguito della c.d. transicíon dal regime franchista all’attuale monarchia parlamentare – all’art.2, esplicita l’indissolubilità dello Nazione spagnola:

La Costituzione si basa sulla indissolubile unità della Nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli spagnoli, e riconosce e garantisce il diritto alla autonomia delle nazionalità e regioni che la compongono e la solidarietà fra tutte le medesime.

Un’unica Nazione nella quale sono riconosciute, tuttavia, sistemi di autonomia politica, attraverso un processo ben incardinato, con procedure costituzionalmente previste e di garanzia per la stessa tenuta democratica ed unitaria della Spagna – qualora venga presentata la volontà di ottenere l’autonomia di una determinata regione/territorio, il Governo convoca tutti i deputati e senatori di quel territorio, consentendo loro di partecipare alla stesura dello Statuto che andrà a regolamentare i poteri attribuiti da quella che possiamo chiamare una devolution. Ma torniamo alle coordinate costituzionali.

Il Titolo VIII Capo III della stessa Costituzione sviscera i diversi principi costituzionali sulle quali basare le attività e la stessa definizione giuridica e politica delle autonomie.

L’art.143 comma 1, per l’appunto, specifica che

Nell’esercizio del diritto alla autonomia riconosciuto nell’articolo 2 della Costituzione, le province limitrofe dotate di comuni caratteristiche storiche, culturali ed economiche, i territori insulari e le province costituenti entità regionali storiche, potranno accedere all’autogoverno e costituirsi in Comunità Autonome in base a quanto previsto in questo Titolo e nei rispettivi Statuti.

La Carta fondamentale, nell’aprire ai processi di autonomia delle Comunità pone delle condizioni che renda realmente fondato tale processo: comuni caratteristiche storiche, culturali ed economiche, oltre che profonde radici storiche di già esistenti entità regionali come, per l’appunto, la Catalogna – che vide la luce sin dal XII Secolo, se pur in forme diverse da quelle che conosciamo oggi, è una di queste, ad esempio.

Ora, possiamo dire che le Comunità Autonome sono più che riconosciute e garantite in Spagna, sin dall’entrata in vigore dell’attuale Costituzione (l’attuale Statuto catalano è datato 1979, pochi mesi dopo l’entrata in vigore della Costituzione).

La Corte costituzionale spagnola, già dallo scorso 14 febbraio, aveva ben spiegato che il referendum indetto dal Governo catalano avesse lo stesso valore giuridico del pezzo di giornale con il quale si incarta il pesce alla Boqueria: la Costituzione non prevedendo il Referendum a riguardo, non poteva essere indetto. Punto.
Ma il il Presidente Puigdemont dichiarò, in risposta, che la Costituzione dovesse passare in secondo piano rispetto alla “nuova legalità catalana”, parole pericolose e sovversive. (Quanti Puigdemont ci sono in Europa? Tanti. In Italia, ad esempio, sono tutti coloro che vorrebbero indire un referendum sull’Euro o sulle leggi di bilancio o, addirittura, chiedere l’indipendenza di alcuni territori, dimenticandosi dell’art.75 Cost., ndr.)

Un governo di una Comunità Autonoma, rispettoso del sistema costituzionale del suo Paese, avrebbe fermato tali moti e spento gli animi indipendentisti, anziché fomentarli. La Catalogna se si trova in questo stato è, anche, a seguito delle elezioni del 2015, dove i partiti indipendentisti ottennero la maggioranza dell’Assemblea.

Torniamo alla questione di fondo. Il Governo centrale ricorre alla Corte costituzionale che dichiara l’incostituzionalità di questa consultazione che, invece, in modo prepotente, gli indipendentisti catalani organizzano per il 1 ottobre, cioè oggi.

Per la salvaguardia dell’indissolubilità della Nazione (art.2) e dei principi regolatori delle Autonomie (art.143 e ss.) il Governo forte del sostegno che la stessa Costituzione gli offre, all’art.155 che, al comma 1, recita:

Ove la Comunità Autonoma non ottemperi agli obblighi imposti dalla Costituzione o dalle altre leggi, o si comporti in modo da attentare gravemente agli interessi generali della Spagna, il Governo, previa richiesta al Presidente della Comunità Autonoma e, ove questa sia disattesa con l’approvazione della maggioranza assoluta del Senato, potrà prendere le misure necessarie per obbligarla all’adempimento forzato di tali obblighi o per la protezione di detti interessi.

e ancora, al comma 2:

Il Governo potrà dare istruzioni a tutte le Autorità delle Comunità Autonome per l’esecuzione delle misure previste nel comma precedente.

Ed ecco quindi l’origine dei disordini di oggi. L’ordinamento costituzionale non è stato rispettato dall’esecutivo guidato da Puigdemont e, di risposta, il Governo Rajoy ha deciso di prendere le “misure necessarie” per obbligare la Catalogna “all’adempimento forzato” degli obblighi imposti dalla Costituzione e per la tutela degli interessi dell’intera Nazione spagnola.

Su cosa si debba intendere per “misure necessarie” è oggetto di dibattito tra diversi costituzionalisti spagnoli e non solo. Di fatto, in molti sostengono che tra queste misure sia annoverato l’uso della forza, attraverso l’intervento della Guardia Civil; altri ritengono che le misure debbano rimanere all’interno degli strumenti legislativi e, quindi, misure di tipo istituzionale piuttosto che coercitivi. Facciamo degli esempi.

Il Governo centrale potrebbe, in via interpretativa, procedere ad una graduale diminuzione dei poteri dei componenti dell’Esecutivo della Comunità Autonoma; procedere alla sostituzione dei ministri e dell’intero Consiglio di Governo.

In linea con i principi costituzionali, la figura che potrebbe sostituire il Presidente e l’intero Esecutivo è quella del Rappresentante del Governo nella Comunità Autonoma, individuato dall’art.154 della stessa Costituzione spagnola.

Diverse, quindi, le chiavi di lettura sul caso, eppure la più corretta rimane una soltanto: il referendum indipendentista, in Catalogna, è frutto di una esasperazione politica accentuata dalla crisi economica che fa soffrire un territorio molto ricco, rispetto ad altri territori spagnoli e non solo.

La Catalogna rappresenta il 20% del PIL e oltre il 25% dell’export della Spagna, risultando, inoltre, la 13ª “economia” dell’Unione europea.

Dico, in chiusura, a chi vuole provare a commentare quanto sta accadendo, che il diritto di voto non sempre corrisponde al principio primordiale della Democrazia, perché il voto può togliere diritti e distruggere popoli, oltreché quanto comunemente associamo a tale strumento di scelta, per l’appunto, democratica. Quindi tale diritto non viene prima dei principi costituzionali, poiché se così fosse, allora le Costituzioni non avrebbero senso nell’esistere e ognuno potrebbe svegliarsi, un bel giorno, e decidere che il territorio su cui giace il proprio condominio debba diventare una Repubblica autonoma.

“Perché Giurisprudenza? Ti facevo più da Scienze Politiche”

Perché Giurisprudenza? Ti facevo più da Scienze Politiche.

Questa è stata la domanda che, in 5 anni, mi ha inseguito.
La mia risposta, però, è sempre la stessa.

Perché amo il Diritto e tutto ciò che ne scaturisce. Pensare che proprio la Legge ci contraddistingue dagli altri animali è qualcosa di affascinante. Parlo del Diritto positivo, frutto di scelte e non di semplice riconoscimento di qualcosa che già esiste, come potrebbe essere il Diritto naturale.
E tra tutte le branche del Diritto, amo proprio quella da cui tutto nasce: il Diritto costituzionale. Perché la Costituzione è la chiave di volta che consente ad una società di stare in piedi.
La Costituzione protegge l’individuo dalle insidie dell’arbitrio, limitando questo con argini solidi, tra tutti, l’argine dei Diritti fondamentali. Ci pensi ad una vita vissuta senza una Costituzione che proteggesse la vita stessa e tutto ciò che porta con se? Come potremmo definire il nostro diritto alla libertà di parola, movimento e tutte le libertà positive che noi conosciamo, senza una Carta fondamentale che dica “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’Uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”?
Ed è affascinante vedere come gli uomini, consapevoli del valore della Costituzione, cerchino sempre di far combaciare la Costituzione formale (quella scritta e approvata con il legittimo procedimento) a quella sostanziale, quella cioè insita nel sottopelle della Comunità che protegge.
Il Diritto è l’argine alla barbarie e lo strumento più forte per proteggere i più deboli.
Che diventi un avvocato, un professore o un semplice giurista, sarà sempre questo a darmi la forza per andare avanti e dare sempre più.

Finché la barca va

Non credo ci sia copertina più evocativa di questa.

Scambiare il diritto alla casa con il diritto all’abusivismo

David Allegranti, sempre puntuale e piacevole da leggere, ha dato una lettura netta e decisa sulla questione che ha riguardato Di Maio e il candidato 5stelle alla Presidenza della Regione siciliana, Cancelleri, riguardo l'”abusivismo di necessità”.

Dategli una lettura, così da poter comprendere, ancora meglio, qual era e qual è il nocciolo della questione.

L’immagine raffigura l’ecomostro di Alimuri, privincia di Napoli, abbattuto nel novembre del 2014, dopo più di 50 anni dalla sua costruzione.

La Terza Repubblica è fatta di imbecilli cazzocanisti

Seguendo le parole di Luigi Di Maio, l’enfant prodige della politica alla cazzodicane, l’abusivismo è colpa della politica perché la casa è un diritto.
Bene, non me ne voglia il sindaco di Polignano a Mare, ma sto andando a costruirmi una casa sulla scogliera più famosa di Puglia.

Colgo l’occasione di questa ennesima puttanata (chiedo scusa a chiunque abbia turbato con questa parola) per confermare quello che tutti quanti sappiamo: la Terza Repubblica è nel vivo ed è popolata da imbecilli cazzocanisti, incapaci e incoscienti del proprio ruolo.

Di Maio è il prototipo del nuovo modello di politico da Terza Repubblica: uno che con lo stipendio da parlamentare ha sbarcato il lunario, dando un senso alla sua vita, fottendosene allegramente della formazione e del buon esempio alle giovani generazioni. Uno che non ricorda manco come ci ci siede all’Università, bravo solo a parlare con frasi confezionate e pronte all’uso, con l’unico obiettivo di prendere sempre più applausi in TV e di sentirsi gonfiare il petto dai tanti “bravo!” provenienti da un pubblico che ha dimenticato la sua storia e che ormai si aggrappa a tutto, anche a ragazzotti privi di ideali, i quali nella loro vita non hanno fatto nulla di più che iscriversi, su di un blog di un comico, ad un contest online, con un breve video di presentazione per ricevere 30 voti da utenti impegnati, in contemporanea, nel vedere l’ultima scoperta di Adam Kadmon.

Ma di “Di Maio” ce ne sono tanti, anche nelle altre forze politiche.
C’è un Di Maio in quel ragazzo che crede di saper far politica e tratta tutti con sufficienza, dall’alto della propria “pluridecennale” esperienza.
C’è un Di Maio in tutti coloro che considerano il fare politica l’essere il delfino di qualche capobastone locale, aspettando il proprio turno e il boccone servito, con qualche rassicurazione sul proprio futuro e sul proprio posto al sole.

Tempi migliori arriveranno con la Quarta Repubblica? Se non si caccia a pedate dalla politica il marcio, indistintamente, forse, non ci sarà neanche la Quarta Repubblica.

Excursus vitae

In una fresca e nuvolosa domenica di agosto torno sul blog e penso proprio che farò di tutto per rimanerci senza più soste come quella fatta negli ultimi mesi. Provo a raccontarvi un po’ cosa è successo e cosa succederà da ora.

Mi sono laureato. Eh già. Ho staccato da tutto e tutti per tre mesi, per potermi concentrare a pieno ritmo sull’università. Districarsi tra l’ultimo esame e la tesi non è stato facile, infatti la mia magrezza, accentuata ancor di più dallo stress, forse, ne è la testimone chiave.
Ora sono, come si suol dire, dottore magistrale in Giurisprudenza. Ho terminato i miei studi e, ancora oggi, non ne sono del tutto cosciente.

La mia dissertazione finale, in Diritto Costituzionale comparato, ha riguardato un tema che molto spesso ho trattato sul blog: i diritti della persona sulla Rete, titolo: “Internet, Costituzione e Privacy: dalla nonregulation alla tutela dei diritti della persona“. È stato davvero molto divertente approfondire questo argomento e spero vivamente di poter continuare a farlo, vista la sua particolare importanza alla luce del sempre più ampio utilizzo della Rete nei servizi essenziali e sulla forte presenza dei social network nella nostra vita quotidiana.

Ho messo un punto alla mia vita da studente, anche se è un punto mobile, poiché studenti si è sempre nella vita. Può sembrarvi stupida come affermazione, ma sono convinto nell’importanza estrema del perenne studio e nell’imparare ogni giorno sempre cose nuove.

Passando dall’Università a tutto il resto, credo che ci sia molto da fare e, nei prossimi mesi, sarà sempre più pressante l’esigenza di capire e capirsi, nelle scelte e nella lettura del mondo circostante.

Nell’ultima metà del 2017 ci saranno un po’ di appuntamenti interessanti: dai congressi di circolo a quelli provinciali e regionali del PD, fino alle decisioni importanti sul destino delle città in cui amministriamo o siamo all’opposizione, in vista delle Amministrative 2018.

Parlando di Amministrative, l’anno prossimo Noci torna alle urne per la scelta del suo Sindaco. Non mi esprimo su nulla, perché vorrei inquadrare meglio il panorama frutto degli ultimi 5 anni. Lo farò, prima di tutto, da cittadino e poi da “addetto ai lavori”. Non posso negare, però, che la macchina politica è stata oleata per bene e che diversi siano già partiti. Dalle sponsorizzazioni all’immancabile ubiquità dei futuri candidati ad ogni evento di pubblica rilevanza, il revival ha sempre una sua ragion d’essere e quella ragione sta nell’amnesia di noi elettori, pronti a uccidere per un’opinione diversa dalla nostra, ma assolutori imperterriti di una classe politica che ne fa di cotte e di crude sulla nostra pelle e il futuro della nostra Terra.

Ma la tradizione vuole che, per tutto agosto, la politica venga considerata dormiente e, allora, nel frattempo che la sua maschera pubblica continui a farsi un pisolino, sotto le coperte c’è un gran movimento ed è forse arrivato il momento di sciogliere ogni indugio.