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“Perché Giurisprudenza? Ti facevo più da Scienze Politiche”

Perché Giurisprudenza? Ti facevo più da Scienze Politiche.

Questa è stata la domanda che, in 5 anni, mi ha inseguito.
La mia risposta, però, è sempre la stessa.

Perché amo il Diritto e tutto ciò che ne scaturisce. Pensare che proprio la Legge ci contraddistingue dagli altri animali è qualcosa di affascinante. Parlo del Diritto positivo, frutto di scelte e non di semplice riconoscimento di qualcosa che già esiste, come potrebbe essere il Diritto naturale.
E tra tutte le branche del Diritto, amo proprio quella da cui tutto nasce: il Diritto costituzionale. Perché la Costituzione è la chiave di volta che consente ad una società di stare in piedi.
La Costituzione protegge l’individuo dalle insidie dell’arbitrio, limitando questo con argini solidi, tra tutti, l’argine dei Diritti fondamentali. Ci pensi ad una vita vissuta senza una Costituzione che proteggesse la vita stessa e tutto ciò che porta con se? Come potremmo definire il nostro diritto alla libertà di parola, movimento e tutte le libertà positive che noi conosciamo, senza una Carta fondamentale che dica “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’Uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”?
Ed è affascinante vedere come gli uomini, consapevoli del valore della Costituzione, cerchino sempre di far combaciare la Costituzione formale (quella scritta e approvata con il legittimo procedimento) a quella sostanziale, quella cioè insita nel sottopelle della Comunità che protegge.
Il Diritto è l’argine alla barbarie e lo strumento più forte per proteggere i più deboli.
Che diventi un avvocato, un professore o un semplice giurista, sarà sempre questo a darmi la forza per andare avanti e dare sempre più.

Finché la barca va

Non credo ci sia copertina più evocativa di questa.

Scambiare il diritto alla casa con il diritto all’abusivismo

David Allegranti, sempre puntuale e piacevole da leggere, ha dato una lettura netta e decisa sulla questione che ha riguardato Di Maio e il candidato 5stelle alla Presidenza della Regione siciliana, Cancelleri, riguardo l'”abusivismo di necessità”.

Dategli una lettura, così da poter comprendere, ancora meglio, qual era e qual è il nocciolo della questione.

L’immagine raffigura l’ecomostro di Alimuri, privincia di Napoli, abbattuto nel novembre del 2014, dopo più di 50 anni dalla sua costruzione.

La Terza Repubblica è fatta di imbecilli cazzocanisti

Seguendo le parole di Luigi Di Maio, l’enfant prodige della politica alla cazzodicane, l’abusivismo è colpa della politica perché la casa è un diritto.
Bene, non me ne voglia il sindaco di Polignano a Mare, ma sto andando a costruirmi una casa sulla scogliera più famosa di Puglia.

Colgo l’occasione di questa ennesima puttanata (chiedo scusa a chiunque abbia turbato con questa parola) per confermare quello che tutti quanti sappiamo: la Terza Repubblica è nel vivo ed è popolata da imbecilli cazzocanisti, incapaci e incoscienti del proprio ruolo.

Di Maio è il prototipo del nuovo modello di politico da Terza Repubblica: uno che con lo stipendio da parlamentare ha sbarcato il lunario, dando un senso alla sua vita, fottendosene allegramente della formazione e del buon esempio alle giovani generazioni. Uno che non ricorda manco come ci ci siede all’Università, bravo solo a parlare con frasi confezionate e pronte all’uso, con l’unico obiettivo di prendere sempre più applausi in TV e di sentirsi gonfiare il petto dai tanti “bravo!” provenienti da un pubblico che ha dimenticato la sua storia e che ormai si aggrappa a tutto, anche a ragazzotti privi di ideali, i quali nella loro vita non hanno fatto nulla di più che iscriversi, su di un blog di un comico, ad un contest online, con un breve video di presentazione per ricevere 30 voti da utenti impegnati, in contemporanea, nel vedere l’ultima scoperta di Adam Kadmon.

Ma di “Di Maio” ce ne sono tanti, anche nelle altre forze politiche.
C’è un Di Maio in quel ragazzo che crede di saper far politica e tratta tutti con sufficienza, dall’alto della propria “pluridecennale” esperienza.
C’è un Di Maio in tutti coloro che considerano il fare politica l’essere il delfino di qualche capobastone locale, aspettando il proprio turno e il boccone servito, con qualche rassicurazione sul proprio futuro e sul proprio posto al sole.

Tempi migliori arriveranno con la Quarta Repubblica? Se non si caccia a pedate dalla politica il marcio, indistintamente, forse, non ci sarà neanche la Quarta Repubblica.

Excursus vitae

In una fresca e nuvolosa domenica di agosto torno sul blog e penso proprio che farò di tutto per rimanerci senza più soste come quella fatta negli ultimi mesi. Provo a raccontarvi un po’ cosa è successo e cosa succederà da ora.

Mi sono laureato. Eh già. Ho staccato da tutto e tutti per tre mesi, per potermi concentrare a pieno ritmo sull’università. Districarsi tra l’ultimo esame e la tesi non è stato facile, infatti la mia magrezza, accentuata ancor di più dallo stress, forse, ne è la testimone chiave.
Ora sono, come si suol dire, dottore magistrale in Giurisprudenza. Ho terminato i miei studi e, ancora oggi, non ne sono del tutto cosciente.

La mia dissertazione finale, in Diritto Costituzionale comparato, ha riguardato un tema che molto spesso ho trattato sul blog: i diritti della persona sulla Rete, titolo: “Internet, Costituzione e Privacy: dalla nonregulation alla tutela dei diritti della persona“. È stato davvero molto divertente approfondire questo argomento e spero vivamente di poter continuare a farlo, vista la sua particolare importanza alla luce del sempre più ampio utilizzo della Rete nei servizi essenziali e sulla forte presenza dei social network nella nostra vita quotidiana.

Ho messo un punto alla mia vita da studente, anche se è un punto mobile, poiché studenti si è sempre nella vita. Può sembrarvi stupida come affermazione, ma sono convinto nell’importanza estrema del perenne studio e nell’imparare ogni giorno sempre cose nuove.

Passando dall’Università a tutto il resto, credo che ci sia molto da fare e, nei prossimi mesi, sarà sempre più pressante l’esigenza di capire e capirsi, nelle scelte e nella lettura del mondo circostante.

Nell’ultima metà del 2017 ci saranno un po’ di appuntamenti interessanti: dai congressi di circolo a quelli provinciali e regionali del PD, fino alle decisioni importanti sul destino delle città in cui amministriamo o siamo all’opposizione, in vista delle Amministrative 2018.

Parlando di Amministrative, l’anno prossimo Noci torna alle urne per la scelta del suo Sindaco. Non mi esprimo su nulla, perché vorrei inquadrare meglio il panorama frutto degli ultimi 5 anni. Lo farò, prima di tutto, da cittadino e poi da “addetto ai lavori”. Non posso negare, però, che la macchina politica è stata oleata per bene e che diversi siano già partiti. Dalle sponsorizzazioni all’immancabile ubiquità dei futuri candidati ad ogni evento di pubblica rilevanza, il revival ha sempre una sua ragion d’essere e quella ragione sta nell’amnesia di noi elettori, pronti a uccidere per un’opinione diversa dalla nostra, ma assolutori imperterriti di una classe politica che ne fa di cotte e di crude sulla nostra pelle e il futuro della nostra Terra.

Ma la tradizione vuole che, per tutto agosto, la politica venga considerata dormiente e, allora, nel frattempo che la sua maschera pubblica continui a farsi un pisolino, sotto le coperte c’è un gran movimento ed è forse arrivato il momento di sciogliere ogni indugio.

PsicoDramma

Per l’ennesima volta tocca parlare della schizofrenia politica di cui è affetta la classe dirigente del mio partito.

Non è nuova la situazione nella quale mi sono vergognato dello stile politico prima, comunicativo poi, con il quale il PD interagisce e si muove sulla scena politica nazionale ed europea.
Ciò che più mi turba, ed anche molto, è l’incapacità palese di saper essere una classe politica coscienziosa del proprio ruolo storico e politico.

Sono davvero stanco di vedere rappresentato il PD da ripetitori umani di dichiarazioni incredibilmente da capogiro (in senso negativo), che rasentano il ridicolo.
L’altro giorno, mentre facevo zapping, finisco su La7, durante il programma In Onda, condotto da Tommaso Labbate e David Parenzo. Parenzo, ad un certo punto, chiamando in studio il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, lo annuncia come turbo-renziano con domanda annessa «lei si sente turbo-renziano?» la risposta arriva ed è quella che non avrei mai voluto ascoltare: «assolutamente sì!» e sorrisone allegato. Ecco, ciò è la rappresentazione plastica di un dato inconfutabile: l’inconsapevolezza del valore del proprio ruolo, perché il capogruppo ha il dovere di rappresentare l’intero partito e non solo una parte di esso, pur se maggioranza. La risposta corretta doveva essere un’altra: «io sono il capogruppo alla Camera del PD. Sono un democratico a 360°, perché ho la responsabilità di rappresentare l’intero partito nella principale Istituzione del Paese: il Parlamento». Ma “i sogni son desideri”, diceva Cenerentola.

Altro capitolo intenso, generatore di cattivo sangue, è quello delle alleanze. La spocchiosità con la quale si tenta di trattare il tema dei rapporti politici è sotto gli occhi di tutti. Per l’ennesima volta il discorso verte sui cognomi e non sulle idee. Ed è chiaro che, fino a quando il tutto si svolgerà in questi termini, poco si potrà ottenere.
Cosa è un cognome? Sinonimo di storie personali, certo, ma poi? Come si può pensare di costruire un progetto lungimirante per il Paese se gli unici argomenti sono “Pisapia sì, Pisapia no”, “Berlusconi forse, Berlusconi mai” e così via? Dov’è il nostro Manifesto? Dov’è la partecipazione dal basso che consenta ai militanti – a quelle persone coraggiose  che hanno deciso di rinnovare la tessere del partito – di porre l’accento sui temi sociali, economici e culturali di cui dovremmo essere portatori?

Ma guardiamo all’ultimo caso. Una card, un’immagine fatta girare sui social (e poi prontamente rimossa invano), dove era riportata una dichiarazione di Renzi, circa il tema dell’immigrazione.

Pioggia di critiche legittime e corrette percepite, però, in modo sbagliato. Si è puntato il dito contro il Social Media Manager, eppure il problema a me pare politico, perché al netto dell’averlo pubblicato, ciò che più spaventa è il suo contenuto, quel virgolettato con il nome dell’autore: “Matteo Renzi”.
Basta poco per comprendere che il lavoro di chi gestisce i social di un partito non sia un lavoro autonomo, il quale segue, invece, delle direttive provenienti dal committente, il Partito Democratico. Quindi sì, il problema è politico, non soltanto comunicativo.

Matteo Renzi è riuscito a mettere in bocca al PD la frase “a casa loro”, uno slogan mainstream negli ambienti fascio-leghisti. Ed infatti, poco tempo è servito per essere oggetto di una delle più grandi paraculate politiche degli ultimi anni.

Spingiamoci oltre, lasciamo perdere le webcard e soffermiamoci sulle dichiarazioni rese da Renzi, nell’ultimo periodo.
Avete seguito la vicenda che ha visto i principali Paesi europei chiudere la porta ai nuovi immigrati sul proprio territorio? Oltre a far notare che non c’è da stupirsi se Macron assuma atteggiamenti conformi a quelli della destra di altri Paesi (perché Macron è di destra), pongo l’attenzione sulla preoccupante reazione del Segretario del principale partito della famiglia socialista europea, il quale esclama, in modo al quanto bambinesco: “e allora noi blocchiamo i fondi!”. Ci mancava solo “e lo diciamo alla maestra” e sarebbe stato perfetto.  Ma attualmente rimane, purtroppo, pericolosamente antieuropeo.

Abbiamo perso di coerenza e capacità di essere guida a livello europeo. La risposta a quella chiusura da parte degli Stati membri doveva essere un’altra, dimostrandoci come la più responsabile tra le forze politiche dell’intera Unione europea. Ed invece no: loro bloccano gli ingressi? Noi blocchiamo i fondi. E certo!
Come non ho fatto a pensarci prima? È con le ripicche che si costruisce l’Europea solidale che tanto abbiamo decantato e continuiamo a sognare. Giusto, Segretario Renzi?

Perciò il problema è solo della comunicazione? Oppure qualcuno ha deciso di virare a destra sul tema immigrazione? Quindi non abbiamo imparato nulla da ciò che sta succedendo alle forze riformiste e socialiste, in tutto il mondo? Due situazioni opposte geograficamente e rispetto ai risultati: negli Stati Uniti c’è l’affanno dei Democratici – ancora schiacciati sulle posizioni che hanno portato Hillary Clinton a perdere inesorabilmente nel 2016 – messi in difficoltà durante l’elezione dei governatori di alcuni Stati – nonostante il disastro di Trump – e, dall’altra parte, l’exploit del Labour nel Regno Unito, dato dai sondaggi per spacciato, il quale, grazie allo straordinario Manifesto e alla intelligente campagna elettorale messa su da Corbyn e dai suoi, è riuscito a tallonare i Tories, finendo 40 a 42. (Oggi i Labour sono il primo partito al 46%, per dire).

O ci svegliamo da questo incubo, oppure saremo condannati all’opposizione per i prossimi anni. Ma in quel momento, sarà un’intera Comunità a pagarne le conseguenze, non solo un leader o i suoi seguaci.
Serve maggior responsabilità, serve un cambio di rotta. Se è necessario, si cambi navigatore ed autista.

Perché non demonizzo i “millennials” in Direzione PD

Perdonatemi se sarò controcorrente, rispetto a ciò che molti si aspetterebbero dal sottoscritto: ma non demonizzo i 20 cosiddetti “millennials” in Direzione nazionale PD.Credo che rappresentino, chi più chi meno, la comunità del nostro partito, alla pari di tutti gli altri. Tra loro, oltretutto, ci sono persone che stimo molto e che meriterebbero di essere lì a prescindere dall’età.

C’è chi, a riguardo, si è posto la questione del “perché scelti in quel modo e perché proprio loro”, puntando l’attenzione sull’esistenza dell’Organizzazione giovanile, da valorizzare di più.

Ecco, se, per l’ennesima volta, il Partito volta le spalle alla sua giovanile, il motivo è semplice: perché siamo piatti. E dico “siamo” perché, da dirigente della stessa, non mi esimo dal prendermi le dovute responsabilità di ciò. Vorrei che la stessa cosa facciano tutti coloro che, in queste ore, scrivono messaggi di disapprovazione sul tema.

Il PD ha grandi difficoltà nel relazionarsi con la nostra generazione, una rappresentazione plastica è arrivata dal referendum del 4 dicembre. Per come la vedo io, il motivo è che nei Giovani Democratici si annida una delle peggior specie di “uomo politico”: colui che emula chi non è, non avendone neanche la consapevolezza e le capacità.

Emuliamo spesse volte i “grandi”, trasformandovi nel fenotipo peggiore che possa esserci.

Trame, bastoni tra le ruote, scarsa considerazione dell’altro e incapacità di guardare oltre il proprio recinto.

Io dalla questione “millennials” ho appreso una cosa molto semplice: possiamo prenderci in giro sul ruolo che abbiamo nel partito e nel Paese, ma fino a quando i GD non riusciranno a prendere il coraggio che spetta alla generazione che rappresentano, saremo sempre e soltanto una quota parte dei tesserati. Con una propria bandiera, propri dirigenti ma senza una propria vera identità. Oggi, sul territorio, soprattutto, il valore dell’Organizzazione giovanile si aggrappa alla stima che i cittadini provano nei confronti dei suoi esponenti di spicco, sulle persone e non sul progetto politico che dovrebbe rappresentare, nel suo complesso.

Si lavori per questo, invece di sentirsi offesi. Lo si faccia partendo dalle proprie responsabilità, guardando al merito e al coraggio di chi dal futuro ha solo da guadagnarci.