Tutto come previsto. O quasi. Analisi delle Politiche 2018

Le Elezioni Politiche 2018 sono arrivate al capolinea e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Si sprecano, come sempre e in ogni dove, commenti e anatemi su chiunque respiri e abbia toccato, anche e solo con il proprio dito, la politica. Credo, tuttavia, che sia il caso di fare un po’ di ordine e mente locale su quelle che sono le ragioni del panorama politico attuale e su cosa dovremmo aspettarci da qui ai prossimi giorni, settimane e mesi.

Il Movimento 5 Stelle avrà il compito di reggere sulle proprie spalle la XVIII Legislatura (indipendentemente da quello che pensa il centrodestra), con la consapevolezza che governare il Paese sia un tantino diverso dallo sbraitare in Piazza Monte Citorio o dallo scagliare i soliti anatemi in televisione o sul web. Ma c’è un dato che rilevo: il Movimento si è istituzionalizzato. Una struttura diversa da quella primordiale, con Di Maio capace di aggregare trasversalmente il consenso, assieme ad una strategia comunicativa senza precedenti: il Movimento ha retto la propria campagna elettorale non su un solo leader (come si può dire tutti gli altri partiti) ma su quattro colonne: Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Beppe Grillo e l’idea primordiale del Movimento.

Luigi Di Maio ha sfoderato l’asso nella manica, a qualche giorno dal voto, con il Governo “ombra”. Una scelta che con la Costituzione non ha nulla a che spartire e di certo non aveva e, a maggior ragione oggi, non ha la possibilità di concretizzarsi. A causa di un complotto pluto-giudaico-massonico? No. Semplicemente perché il risultato elettorale non consegna la maggioranza parlamentare a nessuna forza politica e, soprattutto, per salire a Palazzo Chigi Di Maio dovrà sperare in un governo di minoranza (alla Rajoy, in Spagna, per intenderci) – e solo lì potrebbe confermare i “suoi” ministri – oppure chiedere il supporto ad altre forze politiche (di certo non “aggratis”).

Alessandro Di Battista, con la scelta di non ricandidarsi, ha acceso gli animi dei “sensibili alle poltrone”, potendo fare campagna da “uomo libero”, esempio vivente di “colui che non è attaccato ad uno scranno” che fa politica “per semplice servizio”, simbolo della lotta ai sempiterni politici lì da decenni (Berlusconi e D’Alema in primis) o a chi aveva promesso di andar via ma lì c’è restato (parlo di Renzi e del Referendum, ovviamente).

Beppe Grillo ha giocato d’astuzia, facendosi da parte quando necessario, con qualche sporadica apparizione ma senza la pesante presenza come quella di 5 anni fa, facendo allontanare l’idea che un comico potesse guidare una forza politica di governo.

Dulcis in fundo, l’idea primordiale del Movimento – o noi o loro – aleggiava costantemente in ogni angolo della campagna elettorale: la linea di demarcazione tra i 5 Stelle e tutto il resto dell’agglomerato politico in antitesi ha massimizzato la spinta dei cittadini verso qualcosa di “nuovo” e di “diverso” rispetto a quello che fino ad ora c’era stato.

Insomma, una mossa su diversi piani, un attacco da ogni angolo del campo di battaglia che ha portato al risultato oggi sotto gli occhi di tutti.
Il Movimento, tuttavia, dovrà scontrarsi con la realtà dei fatti e le posizioni estremizzate contro il sistema e contro una certa idea di società dovranno lasciare il passo alla responsabilità. Di Maio ha già rimangiato tutte le posizioni “oscure” del Movimento, come quella sui vaccini e sull’Europa e l’Euro. Questo potrà fare del bene ai 5 Stelle come del male, perché l’elettorato, si è detto già prima, è fluido e estremamente dinamico ma, soprattutto, senza più pazienza, la stessa che ha fatto sì che al Sud il M5S vincesse a mani basse.

Sul perché il M5S abbia stravinto al Sud, ritengo necessaria una nota di chiarezza: nel Mezzogiorno non ha vinto la voglia di assistenzialismo (come ho sentito dire da certi scienziati della politica) ma la stanchezza. La stanchezza di sentirsi sempre tirati in ballo, senza una comprovata ragione.

“Dobbiamo pensare ai ragazzi del Sud” dicono. E i ragazzi del Sud hanno pensato da loro e hanno scelto chi non si è macchiato di queste divisioni.
“Dobbiamo ripartire dal Mezzogiorno” è la frase onnipresente dai tempi di Giolitti, diventata come lo zucchero in una torta: scontata.
È la stereotipizzazione del Mezzogiorno che ha portato questo a ribellarsi, a non riuscire più a credere a forze politiche diverse dal Movimento 5 Stelle. Mettiamocelo bene in testa.

Il centrodestra resta, tuttavia, la prima forza politica del Paese, in modo aggregato, con la Lega che diventa prima forza di area, relegando Silvio Berlusconi e sua gamba e non più testa, come ai tempi di Bossi.
Matteo Salvini è riuscito a distruggere la memoria storica della Lega Nord, eliminando ogni riferimento separatista (simbolica è l’eliminazione di “Nord” dal simbolo) e mettendo radici in ogni parte del Paese, trasformandosi in un vero partito di destra, una sorta di nuova Alleanza Nazionale. Altroché Fratelli d’Italia.
In poche parole, Salvini si è ritrovato tra le mani, tempo fa, un partito fortemente relegato territorialmente ma con forti radici nella cultura e nei sentimenti di quel territorio stesso a tal punto da innaffiarlo, come un albero da forti radici, cercando di farlo crescere in lungo e in largo, con i le radici ben piantate oltre il Po. Ed è quello che ha fatto e il risultato ne è la prova: la Lega supera Forza Italia perché è cresciuta al Nord ed ha sbranato l’elettorato berlusconiano del Sud (quello che non si è lasciato ammaliare dal Movimento 5 Stelle), togliendone una grande fetta.
Insomma, il leader leghista è destinato ad essere il vero erede di Berlusconi, checché ne dica Tajani o i fantasmi di Fini e Alfano dei tempi che furono, e di certo non dovrà dire grazie al Caimano, ma all’anagrafe (Berlusconi ha 81 anni) e alla memoria breve degli italiani, soprattutto del Mezzogiorno (ancora si odono i cori razzisti verso i napoletani).

Liberi e Uguali ha colto nel segno e, infatti, è sparito dalla scena politica italiana con buona pace dei pronostici e di chi ci ha creduto. E se la speranza va verso una lezione che si spera essere stata imparata dai Dirigenti (con la D maiuscola, secondo alcuni), dall’altra l’ortodossa sensazione di essere gli unici detentori del mantra della sinistra continua a infestare le menti degli già scissionisti seriali. Quale futuro per i Grasso, Boldrini, Bersani, D’Alema, Speranza, Civati e Fratoianni? Probabilmente quella più scontata: la trasformazione da Liberi e UgualiLiberi Tutti e chi si è visto si è visto.

+Europa ha fatto una buona campagna elettorale ed ha avuto il coraggio di proporre scelte politiche ben lontane dal sentimento comune degli italiani, soprattutto in merito all’immigrazione, all’antiproibizionismo e all’integrazione europea. Eppure molti stigmatizzano la Bonino come l’eterna sopravvalutata. Provateci voi a fare una campagna elettorale con un programma così “diverso” da quello degli altri partiti. Il risultato di questa lista è ben più che un semplice “risultato di rappresentanza”. È sì, questo, un punto di partenza.

Ma ora veniamo al nodo cruciale: il Partito Democratico.
Il PD è il vero sconfitto di queste elezioni. Bisogna dirselo senza rifugiarsi in formule estemporanee e fuori da ogni logica.
Matteo Renzi ha portato il PD al massimo storico (le famose Europee) e al minimo storico (queste Elezioni). Una meteora politica che dovrebbe far riflettere tutti, non solo i suoi più stretti collaboratori. La velocità con la quale si sale e si scende, nella politica italiana, è risultata essere disarmante, aldilà di ogni aspettativa, visti i precedenti storici.
Una campagna elettorale, quella dei Dem, sulla difensiva, senza il coraggio di alzare la testa e di prendersi degli schiaffoni se necessario.
La prima campagna elettorale nella quale il suo leader riusciva a riscuotere maggior consenso se rimaneva nell’ombra.
Candidati catapultati in ogni parte, senza ragione alcuna se non quella di assicurare ai soliti una poltrona (emblematico è il caso del romano Roberto Giachetti a Sesto Fiorentino, considerato sicuro, eppure uscito dalle elezioni come ultimo del collegio, con un 4% o poco più).

Renzi ha sbriciolato un tesoro inestimabile, una leadership politica che molti avrebbero barattato con la propria anima. Eppure, eccoci qua e vedere un non ancora 45enne essere considerato un “ex” fa accapponare la pelle (soprattutto rispetto ai già citati precedenti storici). Ma ora?
Ed ora le risposte non possono essere scontate: ricostruire, ripartire, prendere coscienza. Sono concetti bistrattati e mai realizzati. Bisogna, però, serenamente prendere atto del fallimento e riconsiderare le proprie posizioni, lasciando che la Comunità del Partito Democratico possa ritrovarsi da sola, con gli anticorpi che ha e, magari, riscoprendosi nei valori e nell’impegno che l’ha sempre contraddistinto.

Il PD è un partito in deficit di militanti. Ogni anno diminuiscono tesserati e la stessa detenzione della tessera si deprezza, riducendosi al valore simile a quello del marco tedesco dopo la II Guerra Mondiale.
Credo che l’intero gruppo dirigente che con Renzi ha guidato il partito, fino ad oggi, debba farsi da parte e, magari, cercare di comprendere gli errori fatti e, possibilmente, ridistribuirsi secondo una nuova coscienza singola e collettiva, sempre all’interno del Partito Democratico, senza paventare la creazione di partiti personali o mono-area (il famosissimo partito renziano post-PD, per intenderci) e senza lanciarsi nel calderone del “in tutta Europa la sinistra sta vivendo un momento complicato”, anche perché già durante le Europee la sinistra europea era in uno stato pietoso, eppure il PD lì riuscì a raggiungere il suo massimo storico.

Bisogna ripartire. Già, la uso anche io questa formula. Ma è così. E se fino a ieri è stata una filastrocca per addolcire i momenti amari, oggi è la condizione imprescindibile per sorreggere e tenere in vita il Partito. Da zero. È da lì che è necessario riscoprirsi. La nostra base apprezzerà e anche gli elettori che ci hanno abbandonato potrebbero ripensarci e tornare lì dove sono sempre stati e lì dove si sono sempre riconosciuto a pieno.
Bisogna rivoltare il partito come un calzino. Lo dico in primis a me stesso, che ne sono parte. E bisogna farlo in ogni dove, dal locale al nazionale, dalla sua organizzazione giovanile fino alle cariche monocratiche del Partito. In alternativa il baratro e la scomparsa definitiva del centrosinistra e dei Democratici.

*Aggiornamento delle 18.42: Renzi ha deciso di dimettersi nel momento della formazione del nuovo governo e chiede le primarie (cosa, a mio avviso, necessaria più che scontata) perché “il segretario non lo decide un caminetto”.

Insomma, a parte tutto questo, è opportuno attendere. Il Parlamento si insedierà a breve e il Presidente della Repubblica comincerà l’iter che porterà il futuro Presidente incaricato a setacciare una maggioranza nelle Camere per dare un governo al Paese.
Nel frattempo, Paolo Gentiloni, forte del boom nel suo collegio, resta a guardare dalla finestra di Palazzo Chigi, pronto a consegnare il campanello al suo successore o, semplicemente, continuare a custodirlo, mentre l’Italia continua ad evolversi.

A nuovi sviluppi. Grazie.

Italicum: contro la diarrea partitica

Da un po’ di giorni, si discute della nuova legge elettorale. Mi chiedo se si stia raggiungendo un bipartitismo o un minestronismo. Me lo chiedo da un po’ di tempo.

Ottenere, dal nuovo disegno di legge elettorale, presentato dal tandem PD-FI, un sistema di sbarramento che distrugge completamente la rappresentanza dei piccoli partiti, scongiurando, di fatto,la frammentazione del Parlamento in tanti piccoli spicchi difficili d’assemblare, se non per interessi personali dei loro leader, puzza un poco.

C’è chi crede che i partiti di Alfano, Salvini, Meloni, Storace e compagnia bella, rimarranno quelli di oggi e, forti del loro carattere, si scaglieranno contro un muro in pieno giorno. No, non credo sarà così, credo che il disegno costruito sulla legge elettorale e la mancanza delle preferenze, sia opera di Berlusconi e del suo rilancio politico, presentando, a mio avviso, due scenari possibili, alle prossime elezioni.

Scenario 1 – I piccoli partiti del centrodestra si riuniscono con Forza Italia, promettendo percentuali di rappresentanza in Parlamento ai gruppi minoritari, tutti sotto l’ala protettrice di Berlusconi, il quale un po’ di la, un po’ di qua, potrebbe dare filo da torcere al PD di Renzi, in termini percentuali.

Scenario 2 – I partiti più piccoli, coerentemente con i loro valori, si coalizzano e formano una grande federazione, con simbolo unico, che racchiude FdI, Lega, NCD. Mi chiedo, però, come possano convivere Lega e NCD insieme, perciò ritengo questo scenario improbabile al 99,5%.

Tutto questo, sia chiaro, sulla base di una legge elettorale che delle preferenze non fa la sua battaglia. Qualche giorno fa, mi sono espresso negativamente nei confronti di queste, ritenendo ridicoli gli annunci, da parte di una fetta della classe politica, a mo di slogan per farsi belli e carini. Ritenengo, la libertà di scrivere il nome del candidato, un segnale politico forte, di controllo maggiore da parte del territorio, di un peso triplicato del singolo voto, ma che potrebbe essere facilmente controllato da logiche a noi non sconosciute e che, chi ha avuto almeno un’esperienza di campagna elettorale, sa della grande presenza in molte parti d’Italia, soprattutto al Sud.

Ritengo fondamentale il ritorno ad un sistema elettorale capace di rendere il parlamentare al servizio del territorio e non delle segreterie. Ritengo fondamentale slegare i deputati e senatori dalle logiche del voto di gruppo, basato sulla volontà del leader di turno o per non scontentare qualcuno. Bisogna porre fine a questo orribile teatrino.

La soluzione migliore credo sia quella dei collegi uninominali, in cui ci sono determinati nomi e i cittadini possono scegliere, liberamente, se votare un candidato, anziché un altro.
Sarebbe un sacrilegio? Certo che no! Voglio vedere se un collegio si ritrovi un Minzolini, un Capezzone, un Fioroni o un chi so io! Verrebbero presi a pesci in faccia!

[GARD]

L’Italia con una diversa legge elettorale (simulazione)

Una simulazione su cosa accadrebbe in Parlamento con l’ultima proposta di legge elettorale avanzata in Commissione.

L’11 ottobre il Senato della Repubblica ha licenziato una proposta di modifica dell’attuale legge elettorale,  il cui testo può essere scaricato qui.

Per sommi capi e’ una legge elettorale proporzionale, basata sulmetodo d’Hondt  con una soglia variabile di accesso alla ripartizione dei seggi indicativamente del 5% a livello nazionale e un premio di maggioranza del 12,5%.

Vediamola piu’ in dettaglio.

Alla Camera, tolti i seggi del premio di maggioranza (76) e quelli assegnati dalle circoscrizioni estere (12), rimangono da assegnare 541 seggi.

Questi seggi vengono ripartiti con metodo d’Hondt tra le liste nazionali che

  1. hanno superato il 5% a livello nazionale
  2. qualora coalizzate con altre liste hanno superato il4% a livello nazionale
  3. hanno superato il 7% in un insieme di circoscrizioni elettorali che assommino almeno 1/5 dell’elettorato
  4. siano liste rappresentative di minoranze linguistiche conosciute, presentatesi in una circoscrizione in una regione a statuto speciale che preveda la loro presenza

Alla coalizione col maggior numero di voti vengono assegnati poi i 76 seggi del premio di maggioranza e quindi il totale dei seggi viene ripartito in maniera proporzionale nelle singole circoscrizioni.

Il medesimo metodo si applica al Senato della Repubblica che ha un premio di maggioranza di37 seggi, con la particolarità pero’ che il calcolo delle liste ammesse alla ripartizione dei seggi su base regionale avviene su base nazionale e il calcolo dei seggi da assegnare viene fatto con il metodo proporzionale classico. Per esemplificare: se SEL ha più del 5% a livello nazionale ma il 4% nel Veneto, viene comunque ammessa alla ripartizione dei seggi al Senato in Veneto.

Da sottolineare anche come il metodo d’Hondt in caso di ripartizione di pochi seggi favorisca il primo partito a scapito dell’ultimo, producendo alla Camera un lieve effetto distorsivo a favore del PD.

Utilizzando questo metodo abbiamo simulato una tornata elettorale considerando le medie da noi calcolate a inizio settimana. Abbiamo, per semplicità, accorpato i piccoli partiti di centrosinistra e centrodestra, che vanno sotto la voce Altri, al PD e al PDL, mentre abbiamo ipotizzato che le liste del Terzo Polo si unirebbero, come pare, in una lista unica. Abbiamo infine considerato una coalizione PD+SEL e una seconda contenente PDL e La Destra.

Fatte queste assunzioni si può subito notare che La Destra i Radicali e la FdS non raggiungono la soglia di sbarramento e quindi non avrebbero accesso al parlamento.  Inoltre, nonostante la coalizione di centrosinistra vinca facilmente le elezioni e si aggiudichi il premio di maggioranza non ottiene la maggioranza dei seggi in nessuna delle due camere, costringendo quindi i vincitori delle elezioni a cercare un accordo in parlamento o con il Terzo Polo o con l’IDV o con il movimento di Beppe Grillo per garantire un governo al paese.

[Fonte: TermometroPolitico.it]

L’esuberanza del leghismo ereditato

Non penserete mica che da questo articolo usciranno parole di sconforto per quanto sta accadendo nella politica italiana, in questi giorni, vero?
Lo sconforto è effetto di uno stupore, peccato che non mi stupisca facilmente di questi avvenimenti, soprattutto riguardo certi soggetti, a noi ben noti. La politica ha sempre destato sospetti da Tangentopoli ad oggi, passando per la II Repubblica (che ancora non è finita, a differenza di quanto si dica), su corruzione e intrallazzi, non è del tutto sbagliato, a quanto pare.
Il lupo perde il pelo, ma non il vizio. Renzo Bossi, per gli amici “il trota”, getta marciume sui giovani, coinvolto nello scandalo “finanziamento familiare” della Bossi Family. Come? Direte voi, semplice: la “stabilità morale” dell’ereditiere fittizio della Lega non può che mirare alle gambe di quella schiera di giovani che, impegnandosi quotidianamente, lanciano un appello importante al Paese: rinnovamento, non solo anagrafico ma soprattutto di idee. Al “figlio d’arte”, di questo, poco importa, oppure è troppo impegnato nel pagare le rate della macchina e l’affitto della propria abitazione, per pensare al resto. Non tralasciando del tutto la sua possibile incapacità nel comprendere di cosa si stia parlando.
Una “carriera” stroncata sul nascere, quella di Bossi Jr., il quale potrebbe rischiare grosso se si dovessero confermare i capi d’accusa verso la famiglia Bossi. Il carroccio ormai perde ruote e un “driver change” è ormai alle porte, Maroni già con il casco in testa.
Dobbiamo pulire la politica dal pattume, incominciando da chi predica bene e razzola male, dagli incoerenti e presuntuosi, da chi mette la propria persona prima di qualsiasi interesse collettivo. Facciamo questo grande passo e potremo metter fine al fuoco che alimenta l’antipolitica, integrando le forze civili in una sinergia utile per il Paese.

Ps: Bossi Jr. Jr. (Roberto Libertà, ndr) stava pianificando il suo ingresso in politica, ora che è stato condannato (per aver buttato un secchio con candeggina su un militante del PRC, ndr), è pronto a schierarsi tra le fila della Lega.

10 consigli per stare meglio

1- Politici del “vecchio millennio”, se non avete altro da dare al vostro Paese, andate in pensione;
2- Politici del “nuovo millennio”, se non vi date da fare, quelli del “vecchio millennio” rimangono lì;
3- Corrotti e corruttori, autoespelletevi dalla vita pubblica;
4- Partito Democratico, purifica le tue file, allontanando i volponi;
5- Pierluigi Bersani, attento al lupo;
6- Giovani Democratici, buon congresso a tutti;
7- Lega Nord, come si suol dire, ride bene chi ride ultimo;
8- Umberto Bossi, si predica male e razzola malissimo;
9- Silvio Berlusconi, le “orgie” politiche non ci piacciono;
10- Lettori, non date retta a quanto ho scritto nei 9 punti precedenti.

I padani contro la padania

Bossi non riesce più a contenere il suo popolo. I militanti ed elettori della Lega Nord hanno sbattuto la testa contro un muro invalicabile: i problemi erotici del Premier. Su uno specchietto, uscito oggi sul Corriere della Sera, vengono riportate lamentele da parte di alcuni utenti di Radio Padania, tipo: “io sono un invalido civile che non ha mai percepito sostegni, perchè la percentuale di invalidità è bassa, e qui fottono alla faccia nostra”.

La situazione attuale nell’oltre Po è qualcosa di terribile, i sostenitori della Bossi Family (da oggi, le visite ufficiali dei ministri leghisti, presso il Presidente del Consiglio, sono incorniciate dal futuro leader del Carroccio, Renzo Bossi detto “la trota”) si stanno svegliando da un sogno fine a se stesso. Le promesse sulla secessione, sul federalismo e su tutti i provvedimenti “pro-nord”, non sono più candidi come una volta.

Il federalismo fiscale, senza dubbi a favore del nord e a svantaggio del sud, è una sorta di scissione mascherata. Le regioni del nord, economicamente ed industrialmente più avanzate, sono sicuramente pronte ad affrontare un discorso di autonomia economica. Ma le altre regioni? Le regioni più povere? Se si pensa ad un recupero delle spese e quindi ad una sorta di soccorso, sofferto, da parte delle altre regioni, è sicuramente un provvedimento che non avrà nulla di nuovo.

Cosa ne sarà della Lega? Cosa ne sarà di Bossi? Lo storico leader del Carroccio sarà ancora in grado di avere quel carisma (astratto), necessario a mantenere unito il partito? O forse la lega è destinata a scomparire? O forse è già in declino? Predicherà bene al nord per poi razzolare male a Roma?

Il declino tuttavia, non si riesce a visualizzarlo in quanto, a causa delle vicende di B., i voti passano dal blu PdL, al verde Lega, ma in realtà i veri leghisti sono ormai pochi.

Buona Italia a tutti!

Il silenzio delle marmotte

Manca poco al fatidico giorno. Manca poco all’ora in cui B., il suo governo ed il Paese intero sapranno le sorti della politica nazionale: elezioni o governicchio instabile? A dirla così, la situazione pare essere chiara: al Senato della Repubblica il Governo Belusconi ha la maggioranza, infatti il PdL ricopre ben 134 seggi e la Lega Nord esattamente 26, per un totale di 160 seggi e quindi stesso numero di voti a favore del Governo. Ponendo il caso che dal Gruppo Misto contenente 13 senatori una buona parte voti a favore della fiducia con un’oscillazione di 7/8 voti da sommare ai 160 della maggioranza, avremo quindi una situazione pari a 168 possibili voti a favore, contro i 148 voti a sfavore (112 PD, 12 IdV, 10 Fli, 14 UdC & MpA)1. Perciò al Senato il Governo dovrebbe avere la fiducia ad occhi chiusi.

Passando alla Camera, la situazione si fa difficile per l’esecutivo, dove i voti a favore di B. sono 303 (235 PdL, 59 Lega Nord, e 6 del gruppo Misto) ed invece i voti contro sono 327 (206 PD, 24 IdV, 35 UdC, 36 Fli, 6 Api, 5 MpA, e 15 Misto)2.

La situazione pare essere chiara: il cosiddetto “Terzo Polo” ha già redatto la propria mozione di sfiducia e quindi voterà contro il Governo. Se le cose stanno così, abbiamo la certezza che ad una delle due camere, in questo caso alla Camera dei Deputati, il Governo non ha la maggioranza e di conseguenza, in base alla legge, deve rassegnare le dimissioni e lasciare la parola al Capo dello Stato.

L’On. Aprea, presidente della Commissione Istruzione alla Camera, voleva, assieme al Ministro, far passare la Riforma Gelmini prima della votazione di fiducia in modo da essere sicuri al 100% che la riforma sulle università riuscisse a passare alla verifica del Senato. Dopo la conferenza dei capigruppo al Senato, la decisione è stata di rinviare il tutto a dopo la fiducia, licenziando la decisione con la seguente dichiarazione: “Abbiamo deciso di rinviare il DDL Gelmini al Senato a dopo la fiducia, per garantire una stabilità politica necessaria per analizzare e per lavorare concretamente su quella riforma e su tutto l’iter legislativo”.

Attendiamo con fermezza il 14 dicembre ed i possibili inciuci che B. metterà a segno, sempre se riesca a trovare delle prede. La vedo dura.

1. Dati presi dal sito ufficiale del Senato della Repubblica

2. Dati presi del sito ufficiale della Camera dei Deputati