Ma voi lo direste mai di persona?

Mi capita tutti giorni ormai. È una presenza continua, non posso evitare di leggerli perché sono ovunque ed è impossibile scartarli. Sto parlando dei commenti violenti, presenti sui social network (uno tra tutti, Facebook).

Minacce di morte, insulti pesanti e molto diretti. Le pagine Facebook dei parlamentari 5 Stelle e di Grillo, di Salvini, della Meloni, per non parlare delle pagine di coloro a cui sono rivolti tali commenti, come Matteo Renzi e Laura Boldrini (come non ricordare i commenti sessisti ben in vista sulla pagina del Fatto Quotidiano).

Giusto per fare qualche esempio:

Schermata 2015-09-15 alle 19.42.47 Schermata 2015-09-15 alle 19.40.33

Quelli che vedete sono due (dei tanti) commenti presenti sulla pagina di Giorgia Meloni, relativi ad un post in cui l’ex ministro del Governo Berlusconi criticava l’acquisto del nuovo aereo di stato per i voli intercontinentali, gridando allo sperperio di soldi pubblici. Probabilmente non ricordava i tanti usi che ne faceva l’allora Premier Silvio Berlusconi, portando Apicella ed escort al seguito, in volo sugli aerei targati “Repubblica Italiana”.

Ma a cosa dobbiamo tale fenomeno? Probabilmente alla perdita della personalità sui social. Crediamo (o meglio, credono) che il semplice fatto di essere un nickname, un profilo astratto, non tangibile, possa consentirci di poter dire qualsiasi cosa, di poter dar sfogo alla più becera della violenza (se esiste una classifica della violenza stessa), in questo caso verbale.

La Cassazione in tal modo si è espressa in modo chiaro: su Facebook può configurarsi il reato di diffamazione ed è, in realtà, una grandissima rivoluzione che porta la tutela dei diritti su internet e, soprattutto, sui social network.

Siamo un Paese di merda, quindi, come si legge spesso tra i commenti? Assolutamente no. Siamo un Paese che merita rispetto e che ha una posizione rilevante a livello internazionale, checché ne dicano gli oppositori di ogni governo in carica.

Siamo un Paese in cui c’è gente di merda? Sì, questo sì, non bisogna nasconderlo e, soprattutto, non è una caratteristica tutta italiana ma è nella natura umana e in ogni parte del mondo, in ogni Paese la situazione è analoga. Possiamo dire che Facebook, i social in generale, hanno scoperto un nervo fino ad ora nascosto. Cosa vogliamo fare? Quale può essere la possibile soluzione?
Volendo dare una risposta, credo che le possibilità sono due:

1) Maggior tutela dei diritti della persona anche sui social, attraverso un lavoro di intensificazione dei controlli e dei relativi provvedimenti giudiziali (sì, anche questo è importante, perché i destinatari, spesso e volentieri, non sono soltanto personaggi pubblici, ma anche comuni cittadini che anche per il semplice fatto di aver commentato a loro volta un post, si ritrovano con decine di minacce al seguito);

2) La cosa più semplice: porsi una domanda, prima di scrivere un post o un commento sul web. Ma se mi trovassi di persona, direi mai questa cosa?

Ecco, il secondo punto è semplice ed immediato. Incominciamo ad allenarci.

Cassazione: offesa su Facebook è reato

Ieri è stata depositata la sentenza n. 24431/15 della Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione, a mio avviso, molto importante.

L’offesa sui social network (in questo caso Facebook) è equiparabile all’offesa a mezzo stampa (che si chiami ingiuria o diffamazione, sta al caso di specie). Una sentenza in controtendenza rispetto all’obiettivo che il Parlamento si è posto, cioè di depenalizzare il reato di diffamazione a mezzo stampa (oggi punibile con una pena detentiva fino ai 3 anni).

Questa sentenza è importante perché immette nel sistema di internet i diritti della personalità che non hanno una tutela solida sulla rete e che hanno spinto (e spingono tutt’ora) molti giuristi ad immaginare una Costituzione della Rete che offra tali strumenti – la cosiddetta Internet Bill of Rights – di cui ne ho già parlato su questo blog.

I diritti della personalità, nel nostro ordinamento, sono tutelati dalla nostra Costituzione (art.3), dal Codice Civile e Penale e dalle leggi dello Stato. Rimanendo in tema costituzionale, per offrire un ulteriore riferimento giuridico, l’art.21 comma VI riporta:

Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.

Ma l’ordinamento non esaurisce qui i riferimenti normativi in tema di salvaguardia dei diritti della personalità. In caso di diffamazione, il diritto leso è quello all’integrità morale, declinato anche nel diritto all’onore e alla reputazione, lesione che viene tutelata dall’art. 594 c.p. e ss. Vediamo nel dettaglio cosa dicono.

[toggle title=”Art. 594 c.p. (Ingiuria)“]Chiunque offende l’onore o il decoro di una persona presente è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a euro 516.
Alla stessa pena soggiace chi commette il fatto mediante comunicazione telegrafica o telefonica, o con scritti o disegni, diretti alla persona offesa.
La pena è della reclusione fino a un anno o della multa fino a euro 1.032 se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato.
Le pene sono aumentate qualora l’offesa sia commessa in presenza di più persone.[/toggle]

Su questo articolo, vorrei focalizzarmi sui commi II e IV.

Art. 594 comma II c.p.
Alla stessa pena soggiace chi commette il fatto mediante comunicazione telegrafica o telefonica, o con scritti o disegni, diretti alla persona offesa.

Il comma II puntualizza i mezzi utilizzabili per commettere il reato in oggetto, ampliando il raggio d’azione della norma. Per estensione, con comunicazione telegrafica o telefonica o, se vogliamo, con il generico “con scritti”, possiamo far rientrare la diffamazione per mezzo di un sito internet, quale un social network.

Il comma IV, tuttavia, ci permette di collegarci all’art.595 c.p. e dice:

Art. 594 comma IV c.p.
Le pene sono aumentate qualora l’offesa sia commessa in presenza di più persone.

Qui è importante sottolineare la situazione in cui ci si può trovare mentre commettiamo il reato: in presenza di più persone. Ed è questa l’ipotesi avvallata dalla Cassazione, come riportata nella sentenza di cui parliamo.

Arrivando ora ad analizzare l’art.595 del Codice Penale, che istituisce il reato di diffamazione, riporta:

[toggle title=”Art. 595 c.p. (Diffamazione)“]Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1.032.
Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a euro 2.065.
Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516.
Se l’offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza o ad una autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate.[/toggle]

Al comma III, l’art. 595 c.p. esplicita l’ipotesi in cui la diffamazione avvenga o col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità. La Cassazione ha quindi sostenuto, prendendo in esame tale comma, che un social network possa rientrare nella definizione di altro mezzo di pubblicità, portando tale ipotesi ad essere punita con un periodo di reclusione fino ai 3 anni e una multa di minimo 516 euro. Pare scontato, ma è giusto sottolinearlo.

In conclusione, la Cassazione ha attribuito, in senso figurativo, la qualifica di “giornalisti” a tutti coloro che pubblicano, quotidianamente, i loro post sui social network. Un’estensione della responsabilità attribuita ai giornalisti che pone serie problematiche e che dovrebbe far riflettere i legislatori, portando ad una regolamentazione dei diritti e dei doveri sulla rete, magari dando vita alla tanto acclamata Internet Bill of Rights.

Facciamo attenzione, quindi, a quello che scriviamo su Facebook, Twitter, Google Plus, e chi più ne ha più ne metta. Ricordiamoci che internet non è un mondo a parte e ogni singolo utente è destinatario di diritti e doveri; stessi diritti e doveri che il nostro Ordinamento ci garantisce e ci impone nella vita di tutti i giorni. Il mondo reale e il World Wide Web non sono due cose diverse. Il secondo appartiene al primo; e il primo è regolato dal diritto e tale deve essere anche il secondo.

Cittadini sempre, cittadini ovunque.

[button-red url=”https://www.davidemontanaro.it/wp-content/uploads/2015/06/cass-pen-24431-15.pdf” target=”_blank” position=”left”]Scarica la sentenza della Cassazione n.24431/15 (.pdf)[/button-red][clear]