Tag: disoccupazione

Il vero partito di maggioranza

Pensavo tra me e me, analizzando quello che sta accadendo in Italia e soprattutto in Parlamento.
C’è la necessità di dare un governo al Paese, di dare delle risposte serie e concrete ai problemi che affliggono l’intera società.
Si è parlato di pagamento dei debiti della PA alle imprese – cosa sacrosanta – e di modalità della politica – la cui mancanza ha segnato lo sfacelo dell’antipolitica.
Il lavoro: sul lavoro c’è da lavorare, scusate il giro di parole, ma una cosa è certa, l’urgenza è, soprattutto, per le giovani generazioni. 38,7% dei giovani sono senza lavoro, una situazione drammatica che se tradotta in un partito politico, vincerebbe le elezioni ad occhi chiusi.
Bisogna fare presto! Le lagne sono a zero!

Generazione Neet

In Europa ci sono 14 milioni di giovani che non studiano e non lavorano. Con la crisi il fenomeno cresce di anno in anno, assumendo i contorni di una vera emergenza sociale.

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Un giovane napoletano disoccupato da tempo; una ragazza madre della Sassonia-Anhalt; un liceale di Lelystad che ha abbandonato la scuola; e un depresso di Vilnius che poltrisce tutto il giorno. Sono tutti giovani a rischio, estranei al mondo del lavoro, e a causa del perdurare della crisi economica sono sempre  più emarginati dall’Europa che lavora.

“Le cifre dell’aumento della disoccupazione giovanile sono sconvolgenti. Oltretutto, in genere in questi calcoli si tiene conto soltanto di coloro che sono pronti a lavorare e vogliono lavorare, mentre è in forte aumento il numero di coloro che sono senza motivazioni e si stanno estraniando dal mercato del lavoro”, ci dice a telefono Massimiliano Mascherini dellaFondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, un’agenzia dell’Ue.

Mascherini ha studiato i giovani che non lavorano, non studiano e non seguono alcuna formazione (“Not in employment, education or training”, Neet). Ha studiato il background e il comportamento di questi nullafacenti e ha calcolato quanto costano all’Europa. I risultati del suo studio sono preoccupanti. I giovani europei che non fanno nient’altro che guardare la televisione in pantofole sono 14 milioni, pari al 15,4 per cento dei giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni. Alcuni sono disoccupati per loro scelta, altri viaggiano, ma la maggior parte non fa niente. “Hanno scarsa fiducia nelle istituzioni e nel prossimo. Sono isolati socialmente e politicamente. E hanno anche maggiori probabilità di finire in reti malavitose”, dice Mascherini.

Bruxelles sta monitorando da vicino l’evolversi della situazione dei Neet, e vista la gravità della situazione è particolarmente preoccupata. Mascherini ha calcolato che la disoccupazione giovanile è costata agli stati membri 153 miliardi di euro nel 2011, mentre nel 2008 era costata “appena” 119 miliardi. Ma queste sono stime soltanto prudenziali, che tengono conto esclusivamente dei servizi sociali e non di altri aspetti quali la criminalità e l’assistenza sanitaria.

Tom Eimers, direttore del Knowledge Centre for Professional Education and the Labour Market (Kba) conosce fin troppo bene la realtà di questo gruppo problematico. “Si tratta spesso di giovani disabili, con difficoltà di apprendimento e/o complesse situazioni familiari”. Il sociologo apprezza l’utilità del nuovo studio: “Descrive l’abbandono scolastico e la disoccupazione come manifestazioni di uno stesso tipo di problema: i giovani rischiano di perdere contatto con la società. In tempi di crisi, i loro problemi aumentano”.

In particolare, colpisce molto il fatto che i giovani di varie regioni europee reagiscono alla propria situazione in maniera diversa. Nei paesi anglosassoni e dell’Europa centrale e orientale, i Neet sono passivi: sono delusi dalla società e dalle istituzioni e hanno la sensazione che nessuno voglia aiutarli. In reazione a ciò si allontanano dalla società, ritengono poco importante la politica e in buona parte non votano. Ciò che meglio li definisce è presto detto: guardare la televisione, isolarsi dalla società, starsene da soli.

Nei paesi del Mediterraneo, invece, questa difficile categoria di giovani èpoliticamente attiva. “Ci sono ottimi motivi per i quali i giovani scendono a manifestare in piazza in Spagna e in Grecia”, dice Mascherini. “Non sentono rappresentati i loro interessi dalla classe politica. Sono inclini all’estremismo. Se in quei paesi emergesse un blocco estremista, c’è il rischio non indifferente di un ampio supporto da parte di questi giovani”.

Benché si parli sempre della Spagna come di un paese dall’alto tasso di  disoccupazione, la situazione in Italia e in Bulgaria è ben più preoccupante, dice Mascherini. “Gli spagnoli sono relativamente ben istruiti e hanno molta esperienza: la disoccupazione giovanile da loro è una conseguenza diretta della crisi. I problemi in Bulgaria e in Italia sono di natura più strutturale. Istruzione e formazione non sono conformi  alle esigenze del mercato. In Italia i giovani se ne stanno tranquillamente a casa per anni, aggravando ancor più la situazione”.

Il sociologo Eimers preferisce spiegare la differenza tra insoddisfazione passiva e attiva in un modo diverso: “Penso che la frustrazione abbia maggiori probabilità di evolversi in rabbia nell’Europa del sud perché gli interessati sono molti di più. Se tutto a un tratto Nijmegen avesse un tasso di disoccupazione giovanile del 40 per cento, si vedrebbero anche qui i giovani sulle barricate. Ma se appartieni a un gruppetto esiguo, è più verosimile rinchiudersi in casa e provare vergogna”.

Eccezione scandinava

Secondo lo studio, l’unica regione europea nella quale i Neet non scenderanno esagitati in strada è la Scandinavia. “In quei paesi tutti i giovani sono coinvolti allo stesso modo nella società e nella politica, disoccupati e non, che abbiano lasciato la scuola o la continuino”, dice Mascherini. “Anche i paesi come Svezia e Danimarca vanno bene da questo punto di vista, dato che non c’è un grande divario tra la formazione e il mercato del lavoro. Le differenze rispetto alla Bulgaria e all’Italia non potrebbero essere maggiori”. E i Paesi Bassi? Mascherini crede che siano un paese esemplare. “Hanno pochi problemi strutturali, molti progetti e la situazione sotto controllo, anche se a causa della crisi il numero dei casi problematici è in aumento”.

Secondo Hennie van Meerkerk questo quadro è troppo roseo: è la presidente del consiglio di amministrazione di Scalda, una scuola di formazione vocazionale per chi ha abbandonato il liceo ed è disoccupato. Descrive la nuova categoria di giovani in questi termini: “Molti hanno problemi psicologici, soffrono di depressione e spesso entrano in contatto con le forze di polizia”.

La criminalità è una preoccupazione legittima, dice Mascherini: dal suo studio emerge infatti che questi giovani hanno maggiori probabilità di cadere vittime di tossicodipendenza e alcolismo. “Questo è allo stesso tempo causa e risultato dell’abbandono scolastico e della disoccupazione. I giovani nullafacenti che restano a casa dei genitori a lungo spesso cadono in depressione e cedono all’alcol e alle sostanze stupefacenti. E tramite la tossicodipendenza molti finiscono nel traffico di droga, mentre le ragazze spesso diventano madri single in giovane età”.

Van Meerkerk aggiunge: “I posti di lavoro a tempo indeterminato sono pochi. E a subirne maggiormente le conseguenze sono proprio questi giovani che non riescono ad esprimersi bene o hanno qualche difficoltà”. Anche Eimers lo conferma: “Il loro numero non sarà alto quanto in Spagna o in Italia, ma il numero di giovani che hanno problemi sta aumentando a causa della crisi. Si possono prevedere i problemi che incontreranno sul lavoro già quando vanno a scuola. Dovrebbe esserci più collaborazione tra autorità locali, agenzie che erogano sussidi e organizzazioni responsabili della frequenza scolastica obbligatoria. Per intervenire non bisogna aspettare che la situazione precipiti”.

Creamo un Erasmus del lavoro

Mentre la disoccupazione giovanile raggiunge livelli drammatici, l’Ue vuole sopprimere una delle poche iniziative capaci di aiutarli. Basterebbe una minima parte del budget europeo per sovvenzionare la mobilità dei lavoratori tra i paesi membri.

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Grazie alla crisi dei mutui abbiamo conosciuto i Ninja americani (“no income, no jobs, no assets”). Ma chi conosce invece i Neet europei?

I Neet hanno fra 15 e 29 anni e non sono in nessuna statistica: non hanno lavoro, non hanno studiato e non hanno una formazione professionale. Non bisogna andare molto lontano per trovare un Neet: basta guardare nella propria famiglia, fra gli amici o nel proprio quartiere. In Europa sono 14 milioni, un ragazzo su sei.

Il problema è che i Neet cominciano a costare caro: 153 miliardi di euro all’anno di mancati guadagni, secondo uno studio dell’agenzia europea Eurofond. Una cifra più alta del bilancio dell’Unione europea (142 miliardi di euro).

Chissà se i Neet europei hanno seguito in questi giorni le farsa delle fallite trattative sul bilancio europeo per i prossimi sei anni? E se sanno che l’Europa di Bruxelles, al contrario di quello che si sarebbe potuto credere in questi tempi di crisi e di rigore, è ricchissima?

Talmente ricca da pensare di distribuire almeno mille miliardi di euro nei prossimi sei anni: 420 miliardi per l’agricoltura, 300 miliardi “per la coesione per la crescita e l’occupazione” – di fatto i trasferimenti dalle regioni ricche a quelle povere e poco importa se: a) 15 dipartimenti francesi hanno un pil procapite inferiore a quello della Grecia; b) i 350 miliardi spesi in questi sei anni non hanno avuto grande effetto sulla coesione (come per esempio nel caso della Grecia), sulla crescita (una contrazione dello 0,3 per cento nel 2012) e sull’occupazione (25 milioni di disoccupati nell’Unione).

A questi fondi si devono poi aggiungere i 58 miliardi di euro per “l’Europa, attore globale”, peraltro globalmente assente per la mancanza di un’Europa della difesa nella soluzione di tutti i conflitti e delle crisi recenti (Libia, Siria, Israele-Palestina, Iran). Non dimentichiamo infine i 56 miliardi di spese amministrative dell’Unione.

Un’altra politica di bilancio è possibile: consisterebbe nello smettere di sovvenzionare gli errori e il passato dell’Unione, per interessarsi invece al suo futuro, cioè ai giovani e in primo luogo ai Neet.

A quanto pare invece i dirigenti dell’Unione, in difesa dei loro interessi nazionali o burocratici, stanno pensando di sopprimere definitivamente Erasmus, l’unico vero risultato concreto, tangibile e paneuropeo dell’Ue negli ultimi anni. Dalla sua creazione nel 1987, Erasmus ha permesso a tre milioni di studenti europei di andare a studiare in uno dei paesi dell’Unione con una sovvenzione molto modesta dei loro studi (250 euro al mese).

Questo programma ha contribuito a creare uno spirito e una realtà europea, al contrario di quello che ci è proposto oggi, cioè la chiusura in se stessi dietro le proprie frontiere nazionali, l’assenza di progetti per le nuove generazioni, la gestione a breve termine delle emergenze finanziarie. Dalla sua creazione fino a oggi Erasmus è costato 4,1 miliardi di euro, cioè meno degli errori di pagamento nell’esecuzione del bilancio dell’Unione europea nel 2011 (4,9 miliardi di euro).

Forse è giunto il momento non solo di non cancellare Erasmus, ma al contrario di accrescerlo proponendo un Erasmus per l’occupazione. Questo programma potrebbe sovvenzionare ogni anno, per esempio attraverso la copertura dei contributi sociali, un milione di contratti della durata di un anno nel settore privato – dei veri posti di lavoro nell’economia reale.

Otto miliardi all’anno

Questo progetto darebbe ogni anno la possibilità a un milione di giovani europei prima di tutto di lavorare, e di lavorare in un paese dell’Unione. Questo significherebbe viaggiare, imparare a lavorare in un’altra cultura, in un’altra lingua, dimenticare i nazionalismi angusti e i protezionismi per vivere l’Europa delle imprese – anziché quella delle burocrazie.

Partendo dall’ipotesi di uno stipendio medio di 20mila euro all’anno e di contributi sociali del 40 per cento, si arriverebbe a una sovvenzione di otto miliardi all’anno. È troppo chiedere di dedicare il 6 per cento del bilancio dell’Unione europea per un investimento del genere?

In un certo senso dobbiamo dare ragione ai sostenitori del rigore e del controllo di bilancio dell’Unione: questo bilancio da mille miliardi è un insulto agli stati, alle famiglie e alle imprese che fanno degli sforzi drammatici per ridurre i loro deficit e le loro spese. Ma se c’è un investimento che dobbiamo preservare e accrescere, è proprio quello del nostro futuro.

Creare un’Erasmus per l’occupazione permetterebbe di ridare una speranza ai giovani, di offrire crescita per tutti in Europa e di rafforzare lo spirito europeo. Del resto questo programma migliorerebbe la competitività delle imprese europee alleggerendo i contributi per i loro nuovi assunti. Inoltre ridarebbe una legittimità alle istituzioni europee, oggi molto lontane dalla realtà delle imprese e dei cittadini.

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Festa del Lavoro (che non c’è)

In tutto il mondo, oggi, si festeggia il lavoro e i lavoratori, come perno principale del sistema paese e di tutto quanto l’ordine socio-economico del mondo. Senza i lavoratori non ci sarebbe uno stato, senza i lavoratori non ci sarebbe sviluppo, senza lavoratori non ci sarebbe economia, ma senza lavoratori c’è politica, ma una politica poco attenta alle esigenze degli operai, dei dipendenti e di tutte le altre categorie di lavoratori, tra cui piccoli e medi imprenditori, messi alle strette da una crisi economica che non cessa di falciare speranze e impegno di moltissimi cittadini.
In un Paese, quale il nostro, in cui il lavoro scarseggia e i dati di disoccupazione sono elevatissimi – un 10% totale sui lavoratori-, mentre la disoccupazione giovanile tocca ormai cifre umilianti – 32% di ragazzi fino ai 25 anni senza lavoro.
Come starà passando il Ministro Fornero questa giornata? Sicuramente ascolterà i lavoratori, incominciando dal concertone di questo pomeriggio, a Roma.

disoccupazione totale e giovanile in Italia (2012)

disoccupazione giovanile in Europa (2012)