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Prima la politica. Poi le armi. Forse.

Prima la politica. Poi, semmai, le armi. Non il contrario.

Come non essere d’accordo con la posizione assunta dal nostro Paese riguardo l’intervento militare in Siria, Iraq e Libia.
Responsabilità significa porre questioni politica prima di quelle militari e il nostro Paese sta dando lezione di politica estera a tutta l’Europa e a tutto l’Occidente.

Non è assolutamente accettabile che la Francia possa considerare sua prerogativa quella di chiamare alle armi un altro Paese membro dell’UE, richiamando il Trattato di Lisbona dopo aver infranto ogni tipo di accordo internazionale, quando ha deciso, all’epoca, di bombardare la Libia assieme al Regno Unito, senza un piano ONU.

Rai-s/d

Avete ragione, non ho ancora espresso un mio parere in merito alla Guerra in Libia, cercherò di farlo adesso.

Penso che non sia il momento di fare i moralisti, prima di tutto, e credo che, mai come ora, la coesione nazionale sia più che necessaria. L’effetto boomerang sarà inevitabile, se non per ragioni di sicurezza territoriale, lo sarà per ragioni prettamente economiche.

A sfilarci i contratti stretti con la Libia, sarà la cara Carlà Brunì e consorte, il caro Sarkozy che pur di riconquistare i cuori della destra francese, in vista delle Presidenziali del 2012, ha premuto l’ONU affichè ci fosse un’azione di guerra per “tutelare i civili”, questa è la motivazione di tali bombardamenti. La cosa di cui dovremmo preoccuparci è essenzialmente una: siamo sicuri che stiamo facendo del bene al Popolo Libico? E se si, lo stiamo facendo “a pennello”? Se ci fa tanto scalpore una fan di Gheddafi che sputa sulla foto del Raìs, dopo il massacro a Misurata, poniamoci la domanda se qualche ribelle abbia sputato sulla bandiera francese, americana e inglese, dopo i diversi bombardamenti che hanno spazzato via, purtroppo, vite di persone “contro-Gheddafi”.

Ma la curiosità, mi porta a domandarmi chi prenderà il potere in Libia, nel post-Gheddafi. Saranno veramente i componenti del Governo di Bengasi a prendere il controllo politico ed economico o le truppe Total colonizzatrici della Francia pianteranno la propria bandierina sulle coste libiche? Questo è tutto da vedere: se da un lato la Coalizione Internazionale si sta facendo garante della libertà di un Popolo, ormai distrutto dal dittatore che dal 1969 controlla e governa il Paese, dall’altro vediamo un’insieme di Nazioni pronti ad accaparrarsi il bell’oro nero, pasto succulento di tutte le nazioni più sviluppate.

Eppure, io una delusione lo avuta: Obama ha avviato una nuova guerra durante il suo mandato, che strano caso è l’America? Forse è necessario avviare un conflitto internazionale, per essere considerati Presidenti degli Stati Uniti, ufficialmente? Credevo che il sogno di una ritirata delle truppe alleate dall’Iraq e dall’Afghanistan iniziasse ad essere realizzabile, ma dalle ultime vicende, traspare un semplice senso di sfruttamento e di potenziamento di interventi militari nella valle dell’Oro Nero.

Ma guardiamo la cosa da un semplice punto di vista: cosa è stato fatto in Iraq? in Afghanistan? In Iraq è stato rovesciato il regime di Saddam Hussein, benissimo, ma ora chi c’è? Ci sono i cittadini Iracheni alla guida di quel Paese? O ci sono gli Americani? Stessa cosa potrebbe succedere in Libia, bisogna fare molta attenzione. Ecco perchè è necessario che ci sia qualche Paese o qualcuno di molto rilevante, sul piano internazionale, che ricordasse al Presidente della Repubblica Francese le sue parole, durante i diversi comunicati ed interviste rilasciate minuti prima e dopo l’avvio dei rais.

Attendo con ansia l’esito della guerra, e soprattutto, vorrei tanto sapere quanto durerà questo intervento di “pace”. Obama dice poche settimane, la storia dice anni.

Il bilinguismo metamorfico dell’uomo conservatore

Sforzi da gigante, dell’uomo progressista ed innovatore, vengono attaccati da messaggi di “allerta” dell’OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries), associazione internazionale di tutti gli Stati esportatori di petrolio, tra cui ricordiamo l’Iran, Iraq, Indonesia, Ecquador, Emirati Arabi Uniti, Libia e altri Stati, prevalentemente africani e orientali. L’OPEC ha paura di vedere il proprio PIL (prodotto interno lordo) diminuire di gran lunga rispetto alle aspettative precedenti, che vedevano, addirittura, un aumento di esso entro il 2030. Il PIL scenderà dal 24% al 44% entro il 2050, in base a cosa? La risposta è molto semplice e per i paesi occidentali, segno di svolta epocale, frutto di battaglie e di trattati ecologici: l’utilizzo di combustibili naturali a basso tasso d’inquinamento, di altri prodotti chimici, insomma, tutto ciò che non sia petrolio (o carbone, si spera). Il prezzo del greggio, attualmente (datato a 12 ottobre 2010) è di 81,74 $/barile, ma, l’OPEC spera in un rialzo entro il 2020, dovuto ad un consistente sviluppo economico, tra gli 85 e i 110 dollari al barile, per poi passare ai 138$ al barile entro il 2030. Fin qui tutto bene ma, considerando le previsioni negative, il prezzo del petrolio non salirebbe oltre i 50-60$ al barile entro il 2020, per poi passare ai 70 dollari al barile entro il 2030. Il concetto di sviluppo, ormai radicato nei difficili rapporti con il territorio internazionale e soprattutto, considerando la forte dipendenza dei paesi arabi, africani e alcuni indo-europei all’estrazione del petrolio, presente nel proprio territorio, ci fa pensare a come l’economia sia incentrata sull’esportazione di greggio e soprattutto in base all’andamento del prezzo di esso. Dobbiamo sviluppare il concetto, difficile ma possibile, di una terza rivoluzione industriale, altrimenti precipiteremo assieme al petrolio e al declino di organizzazioni internazionali di controllo di export di greggio.