Chiamatelo “congresso” se volete

È terminato quello che in molti hanno chiamato Congresso, ma a cui io non riesco a darne una definizione.

Non riesco a darne una definizione consona con quanto voleva rappresentare perché, nei fatti, non ha rappresentato nulla di quanto avrebbe voluto. Festival della Democrazia, l’hanno chiamata quella di ieri. Eppure io non ho avuto modo di divertirmi, né tantomeno di vivere un clima di festa. Certo, le ragioni sono più profonde di quelle che proverò a spiegare qui, ma pensate davvero che il PD, ieri, abbia recuperato il suo slancio? Io non credo proprio.

Partiamo dal principio, da quando questa pagina ha cominciato ad essere scritta.
Un congresso chiesto da più parti, a cui si poteva dare un valore incredibile, una grande campagna di ascolto palmo palmo, in ogni angolo del Paese. Dal piccolo comune alla grande città, dai disoccupati ai commercianti in difficoltà, passando per gli imprenditori e il mondo delle start up. Invece è sembrato che tutto ciò dovesse avvenire dopo, che c’era una questione interna da risolvere e archiviare quanto prima, per dare il ben servito a chi in questi anni ha cercato di sollevare criticità ricevendo, nella gran parte dei casi, un “gufo e rosicone” di ritorno.

Elezioni primarie con rito abbreviato, da fine febbraio al giorno di ieri, 30 aprile. Direte voi: ma 2 mesi sono più che sufficienti per un congresso. Certo, un congresso come passaggio dovuto non aveva forse neanche bisogno di 2 mesi, eppure questo doveva essere un momento ancor più alto di una semplice elezione di un segretario di partito. Siamo l’unica forza politica, in Italia, ancora capace di dare delle risposte concrete alle domande che arrivano dalle parti sociali, dal mondo dei soggetti in formazione, dai disoccupati, dagli esodati, dal mondo dell’imprenditoria e del lavoro autonomo. Eppure ci siamo dimenticati quale sia la vera funzione di un congresso: riformulare la proposta politica, cercando sì di eleggere un leader che guidi, ma di attivare i percettori della comunità che costituisce il partito e di trarre forza dalle diverse vedute.
Quasi due milioni di persone hanno svolto, per un giorno, il lavoro di notaio: metterci il bollo della democrazia su una cosa che ormai era scontata sin dall’inizio. Ma, chiariamoci, non dico che questo congresso avrebbe avuto valore se a vincere non fosse stato Renzi, anzi, dico che, a prescindere da chi avesse vinto, qualcosa non sarebbe quadrata comunque e così è oggi.

Per rendere chiaro quanto io sollevo, pongo una domanda a cui chiedo di darci una risposta, tutti quanti insieme: siamo in grado, oggi, di tornare nelle periferie delle città? Se domani ci fossero le elezioni politiche, le borgate, i quartieri lontani dai ricchi centri voterebbero per il Partito Democratico? Quali risposte abbiamo dato loro? Quali sono le prospettive nuove, venute fuori da questo congresso, per tutti coloro che il PD l’hanno votato ma che oggi non ci pensano due volte a scegliere altro o, addirittura, a non andare a votare?
Possiamo davvero continuare a credere che l’unico modo per recuperare consenso sia quella di spostarsi un po’ a destra e un po’ a sinistra, a seconda dei temi e delle convenienze? Non credete sia il caso di mettere a terra un disegno che abbracci un’idea di società?

Nella storia dell’umanità, chi ha lasciato un segno indelebile nel mondo in cui ha vissuto, sono tutti coloro che hanno immaginato un disegno lungimirante e strutturato di futuro, capace di coinvolgere coloro che non credevano mai di poterlo essere; di anticipare i tempi; di non andare a tentoni. Da Steve Jobs a Martin Luther King Jr., allo stesso Elon Musk – tanto citato da Renzi – e ai nostri Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, e altri. Tutti loro sono stati in grado di vivere nel presente ma di immaginare un futuro chiaro, concependo non solo l’obiettivo ma anche come raggiungerlo, passo dopo passo.
È questo che il PD deve fare, è quello che avrebbe dovuto fare in questo 4° Congresso. Ciò non è avvenuto, ma sono certo che ogni sostenitore delle tre mozioni direbbe il contrario. Il punto non è una mozione o due che abbiano colto il loro compito, ma è la comunità del Partito Democratico che avrebbe dovuto, prima di ogni altra cosa, prendere coscienza di quello che rappresenta. Certe volte ce lo dimentichiamo e ricordarcene diventa sempre più difficile.

Ma veniamo ad un punto cruciale che vede la giornata di ieri al centro. Le primarie aperte per scegliere il Segretario nazionale del PD non funzionano. Non funzionano perché non ci sono gli strumenti per poter contrastare, in modo sistematico e oggettivo, un fenomeno ormai chiaro e diffuso ovunque: l’inquinamento del voto da parte del centrodestra e della destra.
È quello che è successo ieri: si sono registrati casi di intromissione di diversi esponenti della destra, anche la più estrema, durante le operazioni di voto. La cosa assurda è che non parliamo di gente “mandata” a votare qualcuno, ma di esponenti che, in prima persona, hanno partecipato al voto, violando in modo netto e plateale non solo l’art. 10 del Regolamento per il Congresso, ma anche l’art.2 dello Statuto del Partito Democratico, come di seguito.

Possono partecipare al voto per l’elezione del Segretario e dell’Assemblea nazionale tutte le elettrici e gli elettori che, al momento del voto, rientrano nei requisiti di cui all’art. 2, comma 3 dello Statuto, ovvero le elettrici e gli elettori che “dichiarino di riconoscersi nella proposta politica del Partito, di sostenerlo alle elezioni, e accettino di essere registrate nell’Albo pubblico delle elettrici e degli elettori”. – Art. 10 comma 1, Regolamento per l’elezione del Segretario e dell’Assemblea nazionale del PD.

Sono escluse dalla registrazione nell’Anagrafe degli iscritti e nell’Albo degli elettori del PD le persone appartenenti ad altri movimenti politici o iscritte ad altri partiti politici o aderenti, all’interno delle Assemblee elettive, a gruppi consiliari diversi da quello del Partito Democratico. Gli iscritti che, al termine delle procedure per la selezione delle candidature, si sono candidati in liste alternative al PD, o comunque non autorizzate dal PD, sono esclusi e non più registrabili, per l’anno in corso e per quello successivo, nell’Anagrafe degli iscritti. – Art. 2 comma 9, Statuto del Partito Democratico (modificato dall’Assemblea nazionale del 18 luglio 2015).

Consiglieri comunali di gruppi consigliari (che col centrosinistra, addirittura, non c’entrano assolutamente nulla), esponenti storici di altre forze politiche (tra cui, addirittura, dirigenti nazionali degli stessi) hanno partecipato al voto, venendo a scegliere un segretario di un partito che non è il loro, che criticano quotidianamente dall’altra parte della barricata e a cui non dedicano un briciolo del loro impegno. Alla faccia dei militanti, dei dirigenti e di tutti gli elettori che credono ancora nel PD.
Qui, come è evidente, non è solo una questione di regole, ma di etica. Certamente, l’etica non è da tutti, benché meno da chi ha avuto la faccia (e mi fermo sull’aggettivo della faccia) di presentarsi al seggio chiedendo di votare. Alcuni sono stati bloccati, altri no, inficiando delle intere operazioni di voto, a causa della violazione delle regole.

Altro aspetto, riguardo ieri, è quello delle ricevute di pagamento dei 2€. È un diritto per l’elettore averlo, ma il blocco dell’erogazione ha impedito il controllo del voto da parte di qualche scagnozzo fuori dai seggi, con il telefono alla mano, chiamando uno ad uno i “portatori insani di voti”, una partecipazione coatta alla democrazia.

Non mi meraviglio di nulla, ma se vi siete chiesti, in questi due mesi, perché io non stessi partecipando attivamente al congresso – contro la mia natura di essere sempre in prima fila nelle battaglie – beh..ora lo sapete. Perché non avevo l’entusiasmo e la spontaneità che caratterizzano, sin dall’inizio, il mio impegno politico. Un congresso “tanto per farlo”, in cui le posizioni da prendere erano dovute – “perché è giusto così” – non era quello che mi aspettavo e parteciparvi supinamente non era affar mio.

Ma ora bisogna andare oltre, provando a guardare lontano. Matteo Renzi ha raccolto il 70% dei consensi. Spero abbia capito che lui non è il padrone di nulla e che il Partito va gestito collegialmente, coinvolgendo le minoranze e ponendo al centro della discussione le istanze che dalle stesse arriveranno, senza prenderle a schiaffoni o liquidandole in un tweet. Speriamo di non dover utilizzare quel famoso detto che dice “il lupo perde il pelo ma non il vizio”. Chiedo un maggiore e maturo impegno, anche, alle minoranze, di cui faccio parte, ad oggi: la funzione della minoranza è più importante di quella della maggioranza. È l’ABS che permette al partito di non sbandare e finire contro un muro a 200 all’ora.

Grazie di cuore, infine, a tutti coloro che ci sono stati: ai volontari, ai militanti e agli elettori che hanno creduto e credono ancora in quello che facciamo. Solo voi siete la forza di questa comunità e sempre lo sarete.

  • Daniele Amatulli

    Ottimo articolo, compagno segretario. Sono talmente d’accordo.