Cento Fiori: una generazione in movimento

Roma, Teatro Piccolo Eliseo, 10 novembre 2018. © Ph. Michele Albiani

Sabato scorso, al Teatro Piccolo Eliseo, a Roma, un’assemblea autoconvocata di under35 ha accesso i riflettori sul Partito Democratico. Cento Fiori. Qui il Manifesto.

Eravamo diverse centinaia ad affollare la sala e sul palco si sono succeduti interventi di grande interesse e autenticità. La stessa autenticità che caratterizza l’impegno politico di chiunque sia intervenuto sul palco e non, di chiunque era lì a condividere quelle ore dal grande valore politico. Sabato, ho rivisto una comunità mettersi in discussione. E mi è piaciuto tantissimo.

Cento Fiori non è una piattaforma congressuale con l’obiettivo di proporre un’alternativa al congresso del PD, ormai alle porte. È un progetto intergenerazionale ad opera di una generazione, perché guarda agli interessi di tutti e non solo di chi vuole impegnarsi. Volendo usare le parole di Jacopo Scandella – consigliere regionale PD della Lombardia, 29 anni – senza un futuro per le giovani generazioni, non c’è futuro per nessuno.

Vogliamo che la nostra politica, quella del PD, sia incentrata sulle esigenze dei più deboli, riparta dagli iscritti e dia loro la dignità di chi milita con orgoglio nel partito, attraverso l’esercizio del voto per le scelte importanti con il referendum degli iscritti. Vogliamo che i territori siano il motore pulsante del PD, abbandonando ogni direzione centripeta dei processi decisionali. Vogliamo che si riparta da un concetto di Europa incentrato sulle persone, che sia giovane e che guardi al futuro, non basata esclusivamente sull’economia ma anche e soprattutto sulla politica.

Prima di andare oltre, vi comunico che su Radio Radicale c’è il video di tutta l’assemblea, intervento per intervento. Tra questi c’è anche il mio.

Nei miei 5 minuti, ho provato a lanciare un messaggio semplice, con l’obiettivo di porre un piccolo mattoncino ad una discussione che ero certo (e così è stato) avrebbe dato i suoi frutti, una volta tirate le somme.

Identità e coraggio. Queste sono le due parole che ho scelto per sintetizzare il mio messaggio.

Identità. A noi manca. Manca non solo come risultato di chiare posizioni assunte nel tempo, ma come processo. Non abbiamo chiaro il metodo per darcene una. Una che sia di sintesi ma che sia forte e abbia anche la forza di sbilanciarsi nelle scelte. Che sia capace di essere di parte e non nel mezzo.

Un’identità che non sia frutto di una frettolosa imitazione di altri. Non bisogna rincorrere modelli politici provenienti da altre parti del mondo, come fossero il Sacro Graal. Lo dico non perché non si debba essere parte di un processo globale, anzi, credo nella globalità della politica, sono uno strenuo sostenitore della parola d’ordine “pensare globale, agire locale”. Serve, tuttavia, darsi un volto proprio anziché provare ad indossare la maschera di qualcun’altro. In Italia si è cercato, dapprima, l'”Obama italiano”, il “Macron italiano”, poi il “Corbyn italiano”, il “Pablo Iglesias del Bel Paese”, il “Sanders dall’accento romagnolo” ed ora i “Beto O’Rourke e Ocasio-Cortez nostrani”. Un problema che affligge non solo il PD ma tutto il centrosinistra. Da anni.

Fermiamoci un attimo e ragioniamo. È davvero questo il modo con il quale vogliamo proseguire? Se così sarà, allora è giusto dirci che non andremo da nessuna parte. Sono i processi che vanno studiati, soprattutto le dinamiche che coinvolgono e sconvolgono gli altri Paesi del mondo. È questo che può aiutare il Partito Democratico a farsi attore protagonista della scena globale della politica progressista e socialista.

Più che trovare la nostra Ocasio-Cortez, proviamo a comprendere se il PD sia ancora un partito in grado di portare in Parlamento una giovane donna di 29 anni che ha lavorato come barista per pagarsi gli studi universitari. Capiamo se il nostro partito abbia ancora il coraggio di dare rappresentanza vera a una generazione che si spacca la schiena dalla mattina alla sera per darsi un futuro e per non gravare sulle spalle dei propri genitori. Di giovani così ce ne sono tanti e molti svolgono anche un ruolo attivo nel PD.

Se Beto O’Rourke fosse stato italiano e avesse avuto intenzione di candidarsi come senatore del PD, quante probabilità avrebbe avuto di essere ascoltato da chi compone le liste e di poter ricevere il sostegno del suo partito? Quanti avrebbero cercato di ostacolare la sua corsa perché troppo “fuori dagli schemi”? Sarà interessante scoprire quanta coerenza ci sarà con tale entusiasmo nella composizione delle liste per le Elezioni europee di maggio 2019.

Serve una genuina forma di impegno politico che guardi alla comunità del PD come mezzo e non come fine. Prima dell’interesse personale c’è quello della comunità politica a cui si appartiene e ancor prima c’è quello del Paese. Se vogliamo strappare la guida dell’Italia a chi diffonde paura, violenza e genera divisione, dovremmo noi, prima di chiunque altro, non avere paura di schierarci, non generare violenza e divisione sociale con le nostre parole.

Posso dire che schernire Di Maio per il suo passato da steward al San Paolo è uno schiaffo a quelle persone che lavorano nei bar (ecco che torna la Ocasio-Cortez) e nei call center, pur di difendere la propria dignità? Posso dire che le magliette dei senatori del PD con “DL Salvini. Meno sicurezza. Più clandestini.” sono state un pugno nello stomaco a chi lotta con ogni fibra del proprio essere contro il razzismo? Posso dirlo?

Ecco perché il lavoro è lungo e faticoso. Ma bisogna pur iniziare. Ecco perché credo che gli unici a potersene fare carico sono proprio gli under35. Non perché siamo meglio degli altri, ma semplicemente perché quello che sarà ci appartiene più che agli altri e siamo stanchi di avere sempre la testa al futuro, dimenticandoci del presente.

Cento Fiori sono sbocciati. Nessuno fermi la Primavera.

Un problema di fondo

C’è un problema che non vedo sollevato, in questi giorni, riguardo le politiche economiche del nostro Paese.

Riguarda il Reddito di Cittadinanza ma come corollario: in un Paese in cui l’evasione fiscale è altissima, dove i nullatenenti sono molti e molti di questi solo sulla carta, si rischia di assegnare il reddito a persone che non ne avrebbero, di fatto, il diritto, a danno di chi davvero non ha nulla.

Ecco perché credo che questo governo non possa essere la risposta giusta ai problemi del Paese e al futuro delle generazioni italiane: se non combatti strenuamente l’evasione, rischi di creare un sistema falsato che danneggia chi ha bisogno e avvantaggi chi fa il furbo.

Nessuna parola da parte dei Ministri e del Presidente del Consiglio riguardo la lotta all’evasione, al versamento dell’IVA, alle imposte sul reddito e al costo del lavoro autonomo.

Servono risposte serie. Io, al momento, non ne vedo neanche l’ombra.

Forse parlare di evasione, per un governo sostenuto da un partito che deve restituire 49 milioni di euro allo Stato, non è comodo. Meglio parlare di immigrati. Senza contare le famosissime accise sulla benzina che Salvini aveva promesso di eliminare.
Sale il prezzo del gasolio e della verde. Aumentano i costi di trasporto e, di rimando, il prezzo dei prodotti sugli scaffali. Aumenta il costo della vita e scende il potenziale economico delle famiglie, sempre più costrette a limitarsi piuttosto che investire lì dove serve: formazione dei figli, acquisto di una casa, libri, cultura, benessere.

Continuiamo così e, soprattutto, continuiamo a dare la colpa agli altri.

Chi scappa dalle proprie responsabilità è un codardo. Punto e basta.

Zorro e il Tiberis, ma dov’è il Sergente Garcia?

A Roma nasce Tiberis, la spiaggia sul Tevere che si ispira alla Paris Plage. Dopo mille peripezie, la Giunta Capitolina dà il via a questo luogo “refrigerante” per i romani che vogliono trascorrere le ferie in Città. Fin qui nulla di anomalo, anzi. Il punto cruciale si presenta dopo.

La dirigente del settore del Comune, interrogata da dei bagnanti circa le misure di sicurezza messe in atto da Roma Capitale, a salvaguardia dei cittadini lì presenti, rilascia dichiarazioni sconcertanti.

Tiberis nasce nei pressi del Ponte Marconi, una zona dove, proprio prima della costruzione di questa “spiaggia”, c’era un campo Rom.

La Dirigente assicura che le misure di sicurezza ci sono, perché saranno gli stessi Rom a garantire la tranquillità nei pressi del sito. A confermarlo è un audio che riprende la dichiarazione della dirigente e le dichiarazioni dello stesso boss, come riportano diversi giornali, soprattutto della Capitale.

Zorro, così si chiama il boss dei Rom con cui il Comune di Roma pare abbia avuto contatti per stringere un accordo e mettere in sicurezza la zona.
Pare, quindi, che la Giunta Raggi abbia ritenuto opportuno mettersi d’accordo con il boss piuttosto che implementare misure di sicurezza basate sull’intervento delle Forze dell’Ordine e di Pubblica Sicurezza.

La Giunta Raggi, da quanto si è appreso, pare consideri i boss persone con cui trattare.

Loro sono quelli che hanno vinto le Amministrative dopo una campagna aspra, dove tacciavano come mafiosi tutti coloro che non erano dalla loro parte.

Loro sono quelli che dichiaravano che “Mafia Capitale” fosse un fenomeno culturale portato in dote dalla destra e dal centrosinistra, alternativamente al governo della Città da anni.

In questo momento sono in corso indagini da parte delle Forze dell’Ordine. Se questa vicenda dovesse essere confermata, sarebbe di una gravità assoluta.

Ma sappiamo cosa si dirà: è un complotto di “quelli di prima” perché la Raggi è scomoda a tutti e vogliono fermarla. “Ma non ci riusciranno”.

Dove siete?

È notte fonda mentre scrivo questo post. È una sera come tutte le altre, eppure ho sentito l’esigenza di tornare a scrivere.

È un periodo in cui sentirsi assopiti, stanchi e scoraggiati viene facile, più di quanto possa esserlo sbraitare contro chiunque sul web, come va ormai di moda tra gli utenti.

Penso e ripenso al senso della politica, al significato che può avere l’impegno di chiunque abbia a cuore i diritti, le libertà e la dignità di tutti gli esseri umani. Che senso ha continuare? Che senso ha provare rabbia, disgusto e vergogna davanti a quello che ci passa da sotto al naso, ogni giorno? Dove trovare la forza?

Sono uno di quelli che fanno le cose perché ci credono davvero e allora perché non riesco a dimostrare, prima di tutto a me stesso, che quell’impegno conti ancora qualcosa e che, prima che al sottoscritto, serva alla politica stessa e alla Comunità in cui vivo?

Coloro che hanno generato false notizie, paure verso altri esseri umani e che hanno fatto del disprezzo e dell’odio i loro segni particolari, sono al governo. Qualcuno è al timone più di qualche altro, ma tutti si riuniscono nella sala del Consiglio dei Ministri per deliberare, per dare legittimità a scelte scellerate di qualche pazzo furioso pericolosamente adagiato in una posizione di predominio sulla politica italiana, da qualche mese a questa parte.

Non farò nomi, non farò cenni a qualche soggetto in particolare. Qui si parla generalizzando, perché così è che va di moda ora: generalizzare svuota le coscienze e trasuda bile. Io non ho bile ma ho una coscienza stracolma e vorrei alleggerirla un po’.

Forse non dirò granché in questo post, eppure non so come si possa restare inermi davanti alla morte di 100 esseri umani, di diversi bambini e neonati; come si possa restare indifferenti davanti a sparatorie in pieno centro, ad opera di italiani, contro un essere umano colpevole di avere la pelle di un altro colore rispetto a quella dei suoi carnefici; come si possa restare impassibili davanti a pazzi armati che inneggiano il nome dello stesso politico di cui si faceva cenno prima?

La disperazione vagheggia per le strade del nostro Paese e a vagheggiare è anche il buon senso. Il primo pervade l’essenza della nostra quotidianità, mentre l’altro ha smarrito la sua strada, non riuscendo a ricongiungersi con l’umanità presente in ognuno di noi.

Ma dove sono le forze opposte a tale barbarie? Dove sono le voci dei diritti, delle libertà e della dignità di cui parlavo prima? Dove sono quelli che si fanno chiamare leader e oltre a guidare i loro fedelissimi non riescono a dare forma e significato ad un’idea collettiva di futuro?

Perché devo continuare a sentirmi fuori luogo in giro per la Città? Perché devo continuare a sentirmi dire che sono io a sbagliare, che sono io a non capire, che sono io ad essere un passo indietro rispetto alla Storia? Perché devo continuare a vivere accerchiato dall’indifferenza e dell’assopimento delle emozioni e delle sensazioni di tutti coloro che come me vivono le loro giornate inondati dallo stesso flusso di notizie, coinvolti nelle stesse dinamiche e presenti negli stessi luoghi?

Perché devo sentirmi in imbarazzo davanti alla rappresentazione quotidiana di quella comunità a cui appartengo, una comunità che non rappresenta tutti, certo, eppure, forse, non riesce a rappresentare neanche più se stessa?

Sono qui, a notte fonda, a pensare a cosa sia giusto e quale sia la scelta migliore. Penso a come rispondere alle delusioni mie e di chi come me vive tale distacco. Sono qui e penso a come reagire verso chi ritiene che l’errore sia il mio e non il proprio.

Sono qui, seduto nella mia stanza, da solo. Non c’è una grossa differenza rispetto alla sensazione che vivo per strada. Mi sento solo, circondato da persone.

Dove siete? So che siete vicini a me e che come me vi sentite soli. Dobbiamo reagire. Dobbiamo unirci. Dobbiamo ripartire, costi quel che costi.

Il mio futuro non lo lascerò decidere a nessuno. Il mio futuro non lo lascerò distruggere da nessuno. Il mio futuro non può che essere parte di uno più grande, collettivo. Un futuro che non è solo la somma di tanti piccoli futuri individuali, ma la moltiplicazione esponenziale delle speranze collettive e delle mille ragioni per le quali si può costruire un mondo diverso da quello in cui stiamo vivendo: senza muri, senza barconi affondati in mare, senza vite disperate inghiottite nell’ormai grande cimitero del Mediterraneo, senza bambini separati dai genitori, senza morti ammazzati per il colore della propria pelle, senza ingiustizie, senza disugaglianze, senza odio ed invidia sociale.

Dove siete?

Tutto come previsto. O quasi. Analisi delle Politiche 2018

Le Elezioni Politiche 2018 sono arrivate al capolinea e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Si sprecano, come sempre e in ogni dove, commenti e anatemi su chiunque respiri e abbia toccato, anche e solo con il proprio dito, la politica. Credo, tuttavia, che sia il caso di fare un po’ di ordine e mente locale su quelle che sono le ragioni del panorama politico attuale e su cosa dovremmo aspettarci da qui ai prossimi giorni, settimane e mesi.

Il Movimento 5 Stelle avrà il compito di reggere sulle proprie spalle la XVIII Legislatura (indipendentemente da quello che pensa il centrodestra), con la consapevolezza che governare il Paese sia un tantino diverso dallo sbraitare in Piazza Monte Citorio o dallo scagliare i soliti anatemi in televisione o sul web. Ma c’è un dato che rilevo: il Movimento si è istituzionalizzato. Una struttura diversa da quella primordiale, con Di Maio capace di aggregare trasversalmente il consenso, assieme ad una strategia comunicativa senza precedenti: il Movimento ha retto la propria campagna elettorale non su un solo leader (come si può dire tutti gli altri partiti) ma su quattro colonne: Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Beppe Grillo e l’idea primordiale del Movimento.

Luigi Di Maio ha sfoderato l’asso nella manica, a qualche giorno dal voto, con il Governo “ombra”. Una scelta che con la Costituzione non ha nulla a che spartire e di certo non aveva e, a maggior ragione oggi, non ha la possibilità di concretizzarsi. A causa di un complotto pluto-giudaico-massonico? No. Semplicemente perché il risultato elettorale non consegna la maggioranza parlamentare a nessuna forza politica e, soprattutto, per salire a Palazzo Chigi Di Maio dovrà sperare in un governo di minoranza (alla Rajoy, in Spagna, per intenderci) – e solo lì potrebbe confermare i “suoi” ministri – oppure chiedere il supporto ad altre forze politiche (di certo non “aggratis”).

Alessandro Di Battista, con la scelta di non ricandidarsi, ha acceso gli animi dei “sensibili alle poltrone”, potendo fare campagna da “uomo libero”, esempio vivente di “colui che non è attaccato ad uno scranno” che fa politica “per semplice servizio”, simbolo della lotta ai sempiterni politici lì da decenni (Berlusconi e D’Alema in primis) o a chi aveva promesso di andar via ma lì c’è restato (parlo di Renzi e del Referendum, ovviamente).

Beppe Grillo ha giocato d’astuzia, facendosi da parte quando necessario, con qualche sporadica apparizione ma senza la pesante presenza come quella di 5 anni fa, facendo allontanare l’idea che un comico potesse guidare una forza politica di governo.

Dulcis in fundo, l’idea primordiale del Movimento – o noi o loro – aleggiava costantemente in ogni angolo della campagna elettorale: la linea di demarcazione tra i 5 Stelle e tutto il resto dell’agglomerato politico in antitesi ha massimizzato la spinta dei cittadini verso qualcosa di “nuovo” e di “diverso” rispetto a quello che fino ad ora c’era stato.

Insomma, una mossa su diversi piani, un attacco da ogni angolo del campo di battaglia che ha portato al risultato oggi sotto gli occhi di tutti.
Il Movimento, tuttavia, dovrà scontrarsi con la realtà dei fatti e le posizioni estremizzate contro il sistema e contro una certa idea di società dovranno lasciare il passo alla responsabilità. Di Maio ha già rimangiato tutte le posizioni “oscure” del Movimento, come quella sui vaccini e sull’Europa e l’Euro. Questo potrà fare del bene ai 5 Stelle come del male, perché l’elettorato, si è detto già prima, è fluido e estremamente dinamico ma, soprattutto, senza più pazienza, la stessa che ha fatto sì che al Sud il M5S vincesse a mani basse.

Sul perché il M5S abbia stravinto al Sud, ritengo necessaria una nota di chiarezza: nel Mezzogiorno non ha vinto la voglia di assistenzialismo (come ho sentito dire da certi scienziati della politica) ma la stanchezza. La stanchezza di sentirsi sempre tirati in ballo, senza una comprovata ragione.

“Dobbiamo pensare ai ragazzi del Sud” dicono. E i ragazzi del Sud hanno pensato da loro e hanno scelto chi non si è macchiato di queste divisioni.
“Dobbiamo ripartire dal Mezzogiorno” è la frase onnipresente dai tempi di Giolitti, diventata come lo zucchero in una torta: scontata.
È la stereotipizzazione del Mezzogiorno che ha portato questo a ribellarsi, a non riuscire più a credere a forze politiche diverse dal Movimento 5 Stelle. Mettiamocelo bene in testa.

Il centrodestra resta, tuttavia, la prima forza politica del Paese, in modo aggregato, con la Lega che diventa prima forza di area, relegando Silvio Berlusconi e sua gamba e non più testa, come ai tempi di Bossi.
Matteo Salvini è riuscito a distruggere la memoria storica della Lega Nord, eliminando ogni riferimento separatista (simbolica è l’eliminazione di “Nord” dal simbolo) e mettendo radici in ogni parte del Paese, trasformandosi in un vero partito di destra, una sorta di nuova Alleanza Nazionale. Altroché Fratelli d’Italia.
In poche parole, Salvini si è ritrovato tra le mani, tempo fa, un partito fortemente relegato territorialmente ma con forti radici nella cultura e nei sentimenti di quel territorio stesso a tal punto da innaffiarlo, come un albero da forti radici, cercando di farlo crescere in lungo e in largo, con i le radici ben piantate oltre il Po. Ed è quello che ha fatto e il risultato ne è la prova: la Lega supera Forza Italia perché è cresciuta al Nord ed ha sbranato l’elettorato berlusconiano del Sud (quello che non si è lasciato ammaliare dal Movimento 5 Stelle), togliendone una grande fetta.
Insomma, il leader leghista è destinato ad essere il vero erede di Berlusconi, checché ne dica Tajani o i fantasmi di Fini e Alfano dei tempi che furono, e di certo non dovrà dire grazie al Caimano, ma all’anagrafe (Berlusconi ha 81 anni) e alla memoria breve degli italiani, soprattutto del Mezzogiorno (ancora si odono i cori razzisti verso i napoletani).

Liberi e Uguali ha colto nel segno e, infatti, è sparito dalla scena politica italiana con buona pace dei pronostici e di chi ci ha creduto. E se la speranza va verso una lezione che si spera essere stata imparata dai Dirigenti (con la D maiuscola, secondo alcuni), dall’altra l’ortodossa sensazione di essere gli unici detentori del mantra della sinistra continua a infestare le menti degli già scissionisti seriali. Quale futuro per i Grasso, Boldrini, Bersani, D’Alema, Speranza, Civati e Fratoianni? Probabilmente quella più scontata: la trasformazione da Liberi e UgualiLiberi Tutti e chi si è visto si è visto.

+Europa ha fatto una buona campagna elettorale ed ha avuto il coraggio di proporre scelte politiche ben lontane dal sentimento comune degli italiani, soprattutto in merito all’immigrazione, all’antiproibizionismo e all’integrazione europea. Eppure molti stigmatizzano la Bonino come l’eterna sopravvalutata. Provateci voi a fare una campagna elettorale con un programma così “diverso” da quello degli altri partiti. Il risultato di questa lista è ben più che un semplice “risultato di rappresentanza”. È sì, questo, un punto di partenza.

Ma ora veniamo al nodo cruciale: il Partito Democratico.
Il PD è il vero sconfitto di queste elezioni. Bisogna dirselo senza rifugiarsi in formule estemporanee e fuori da ogni logica.
Matteo Renzi ha portato il PD al massimo storico (le famose Europee) e al minimo storico (queste Elezioni). Una meteora politica che dovrebbe far riflettere tutti, non solo i suoi più stretti collaboratori. La velocità con la quale si sale e si scende, nella politica italiana, è risultata essere disarmante, aldilà di ogni aspettativa, visti i precedenti storici.
Una campagna elettorale, quella dei Dem, sulla difensiva, senza il coraggio di alzare la testa e di prendersi degli schiaffoni se necessario.
La prima campagna elettorale nella quale il suo leader riusciva a riscuotere maggior consenso se rimaneva nell’ombra.
Candidati catapultati in ogni parte, senza ragione alcuna se non quella di assicurare ai soliti una poltrona (emblematico è il caso del romano Roberto Giachetti a Sesto Fiorentino, considerato sicuro, eppure uscito dalle elezioni come ultimo del collegio, con un 4% o poco più).

Renzi ha sbriciolato un tesoro inestimabile, una leadership politica che molti avrebbero barattato con la propria anima. Eppure, eccoci qua e vedere un non ancora 45enne essere considerato un “ex” fa accapponare la pelle (soprattutto rispetto ai già citati precedenti storici). Ma ora?
Ed ora le risposte non possono essere scontate: ricostruire, ripartire, prendere coscienza. Sono concetti bistrattati e mai realizzati. Bisogna, però, serenamente prendere atto del fallimento e riconsiderare le proprie posizioni, lasciando che la Comunità del Partito Democratico possa ritrovarsi da sola, con gli anticorpi che ha e, magari, riscoprendosi nei valori e nell’impegno che l’ha sempre contraddistinto.

Il PD è un partito in deficit di militanti. Ogni anno diminuiscono tesserati e la stessa detenzione della tessera si deprezza, riducendosi al valore simile a quello del marco tedesco dopo la II Guerra Mondiale.
Credo che l’intero gruppo dirigente che con Renzi ha guidato il partito, fino ad oggi, debba farsi da parte e, magari, cercare di comprendere gli errori fatti e, possibilmente, ridistribuirsi secondo una nuova coscienza singola e collettiva, sempre all’interno del Partito Democratico, senza paventare la creazione di partiti personali o mono-area (il famosissimo partito renziano post-PD, per intenderci) e senza lanciarsi nel calderone del “in tutta Europa la sinistra sta vivendo un momento complicato”, anche perché già durante le Europee la sinistra europea era in uno stato pietoso, eppure il PD lì riuscì a raggiungere il suo massimo storico.

Bisogna ripartire. Già, la uso anche io questa formula. Ma è così. E se fino a ieri è stata una filastrocca per addolcire i momenti amari, oggi è la condizione imprescindibile per sorreggere e tenere in vita il Partito. Da zero. È da lì che è necessario riscoprirsi. La nostra base apprezzerà e anche gli elettori che ci hanno abbandonato potrebbero ripensarci e tornare lì dove sono sempre stati e lì dove si sono sempre riconosciuto a pieno.
Bisogna rivoltare il partito come un calzino. Lo dico in primis a me stesso, che ne sono parte. E bisogna farlo in ogni dove, dal locale al nazionale, dalla sua organizzazione giovanile fino alle cariche monocratiche del Partito. In alternativa il baratro e la scomparsa definitiva del centrosinistra e dei Democratici.

*Aggiornamento delle 18.42: Renzi ha deciso di dimettersi nel momento della formazione del nuovo governo e chiede le primarie (cosa, a mio avviso, necessaria più che scontata) perché “il segretario non lo decide un caminetto”.

Insomma, a parte tutto questo, è opportuno attendere. Il Parlamento si insedierà a breve e il Presidente della Repubblica comincerà l’iter che porterà il futuro Presidente incaricato a setacciare una maggioranza nelle Camere per dare un governo al Paese.
Nel frattempo, Paolo Gentiloni, forte del boom nel suo collegio, resta a guardare dalla finestra di Palazzo Chigi, pronto a consegnare il campanello al suo successore o, semplicemente, continuare a custodirlo, mentre l’Italia continua ad evolversi.

A nuovi sviluppi. Grazie.

Il voto è la responsabilità più grande per i cittadini

Fate la scelta che più ritienete opportuna. Ma fatela.

Dopo averla fatta, siatene consapevoli e, soprattutto, assumetevi le vostre responsabilità. Perché il voto non è lanciare la palla dall’altra parte del campo, dando ad altri il compito di portarla alla meta. Serve un senso comune della Politica e dell’impegno quotidiano di ognuno, nei ruoli che ci spettano e che abbiamo conquistato.

Ho visto una campagna elettorale sottotono sul piano dei programmi, difensiva sotto altri e, purtroppo, anche degenerata in violenza.

Non ho sentito mia questa campetizione elettorale e, come potete ben immaginare, non le sento mie da un po’. La politica di oggi non mi rispecchia, per i suoi modi, per le sue scelte, per le sue caratteristiche (anche le più intrinseche).

Sono tornato in Puglia per votare e domani farò la mia scelta. Cosa voterò è evidente a tutti e non è mia intenzione, in questo momento, darvi suggerimenti. Tranne uno: andate a votare senz arabbia ma con lucidità, senza odio ma con passione, senza vendette latenti ma con voglia di guardare al futuro come bene comune.

Le persone, in questo momento, sono la chiave di volta per un cambio di rotta o, quantomeno, per avviare un processo di miglioramento del panorama politico nazionale. Serve una classe politica rappresentativa, sincera e preparata.

Non ho visto di buon occhio candidature calate dall’alto. Persone nate e cresciute in zone diverse rispetto a quelle in cui sono candidati, in barba al principio di rappresentanza politica e territoriale che la legge elettorale vigente voleva ristabilire. Un terno al lotto che porterà solo ulteriore sfiducia verso i rappresentanti in Parlamento. Tutto solo per garantire l’elezione di chi, in questi anni, esponendosi ha generato antipatie, disprezzo e rifiuto.
Volendo estendere quel concetto di responsabilità accennato prima, forse anche gli eletti dovrebbero assumersela. Non solo gli elettori.

Detto questo, cari lettori, altro da aggiungere non c’è. Perché questo Paese lo fanno i cittadini e, a dirla tutta, siamo sicuri che questi siano cambiati? Pretendiamo cambiamento dalla Politica ma la questa chi la sorregge? Chi dona la vita a tutto ciò se non gli stessi che vorrebbero staccare la spina?

Ed ecco che ritorna il concetto di responsabilità: non il “voto utile” ma l’utilità del pensiero associato al voto. Il pensiero antecedente e posteriore al voto, per scegliere con cura chicosa votare e, dopo, comprendere come le nostre scelte possono influire sulla nostra vita quotidiana, bene o male che sia.

Dalle ampolle del Po ai proiettili, il terrorismo del Sole delle Alpi

Era da un po’ che non scrivevo sul blog. Le ragioni possono essere tante, le prime, senza ombra di dubbio, sono dovute alla mia nuova pagina romana. Ma, ad esservi sincero, l’apprensione che suscita quanto sta accadendo in giro per l’Italia, partendo dalle notizie che ci giungono da Macerata e tutta la spazzatura che solo pochi giorni (ancora) di campagna elettorale hanno generato, non ha cessato di crescere in me. Per questo, eccomi qui.

Partiamo da un primo punto, senza dubbio sconcertante: l’attentato di Macerata. Certo, attentato. Non pensavate mica di definirlo in un altro modo. Cosa c’è di diverso da un terrorista che spara all’impazzata in giro per l’Europa, disseminando terrore ovunque, e il fascio-terrorista italo-leghista maceratese? Nulla. Ma proprio nulla.
Anzi, una differenza sostanziale c’è: i mandanti dei primi li stiamo bombardando, mentre quelli dei secondi sono comodamente seduti nei talk-show del nostro Bel Paese e, oltretutto, si presenteranno alle Elezioni politiche del prossimo 4 marzo. Una bella differenza, non trovate?
Certo, si potrà dire di tutto: che questo accostamento sia azzardato, che la situazione sia diversa, tutto. Eppure, tutto vuol dire niente e se le previsioni rimangono queste, allora non può che essere totalmente sbagliato. Tutto sbagliato.

È sbagliato il modo con il quale, in Italia, si tengono sottese una serie di dinamiche, forse per paura di scoperchiare qualcosa a cui difficilmente si può credere. Eppure, dopo tanto tempo, dopo tanta paura, dopo gli attacchi di Parigi, Londra, Bruxelles, Nizza e Berlino, anche in Italia è accaduto. Un attacco terroristico in piena regola si è consumato. Non a Roma. Non a Milano. Non a Napoli o in una delle altre città “bersaglio” secondo il Ministero dell’Interno e dei Servizi Segreti. Il palcoscenico era situato a Macerata e l’attore non parlava arabo ma maceratese, né tantomeno ha gridato Allahu Akbar, ma “Viva il Duce!”: pelle bianca, pizzetto da capretta ed un tricolore al collo, corredato dal saluto romano. In pieno stile italo-fascista. Tutto il resto era identico: follia omicida, odio e un’arma fumante.

Eppure i mandanti hanno colpe più grandi degli esecutori. Il cervello è il vero responsabile. La mano fa solo ciò che gli impulsi celebrali gli indicano di fare. E se di un gran cervello non parliamo (è pur sempre di Salvini) grande resta la responsabilità sua e di tutti coloro che alimentano l’incendio del razzismo, della paura e della sfiducia verso lo Stato. Lo stesso Stato che vogliono governare, sotto il vessillo della Repubblica Italiana, quella Repubblica nata grazie al sangue di chi mai avrebbe voluto nuovamente, sul territorio nazionale, l’odio e la paura generata dal nazi-fascismo.

Serve razionalità immensa, in questo momento. È opportuno dirlo.
Certo, è più che mai importante non lasciarsi trascinare da una forza uguale e contraria, capace di generare una tempesta senza mai fine che poco farà onore né agli innocenti finiti sotto il fuoco del folle, né tantomeno alla Democrazia del nostro Paese.
E lo dico, prima di tutto, a me stesso. Perché non vi nascondo di aver sognato ad occhi aperti un arresto immediato, per vilipendio alla bandiera (per tutti i valori che realmente essa rappresenta) e associazione terroristica, di tutti i responsabili (operativi e non) di questa tragedia e di tutte le paure verso esseri umani che non hanno nulla di diverso da noi, se non l’essere nati in zone difficili. Non di certo come quella in cui gli idioti crescono come gramigna e si candidano, persino, alle elezioni.

Chiaro il concetto? E forse è il caso di spiegarlo anche a chi, dall’alto della sua indignazione (giustissima, questo è poco ma sicuro) dimentica un concetto abbastanza importante: l’argine al razzismo dilagante, al populismo sfrenato e alla paura sociale non passa, di certo, dai congressucoli di atomi politici come i partitini della sinistra né da candidature alternative (a cosa, non è chiaro a nessuno).

Parlo, chiaramente, di chi non ha colto l’importanza di eliminare ogni possibilità che gentaglia intenzionata a “difendere la razza bianca” possa mettere piede al Pirellone, in Lombardia, dopo le prossime Elezioni regionali.
Mi riferisco a chi non ha compreso l’importanza di sotterrare ogni possibile antipatia personale (perché è di questo che parliamo) e di creare un grande progetto comune, democratico e progressista, capace di trasportare il Paese in una dimensione lontana da quella verso la quale stiamo piombando.

Sì, parlo di Liberi & Uguali e di tutti coloro che, leggendo quanto sopra, vi sono venuti in mente. Parlo, chiaramente, anche dell’attuale gruppo dirigente del Partito Democratico. Tutti, in varie misure, sono responsabili di una divisione che porterà al nulla cosmico. Forse a qualche poltroncina. Ma a niente di utile.

E rispondo subito a chi avrà già la risposta pronta: “noi con Matteo Renzi non vogliamo avere nulla a che fare”, oppure “noi stiamo alla larga da chi attua politiche di destra”. E, magari, tirano dal cappello qualche intervista di Grasso – lo stesso che da Procuratore Nazionale Antimafia aveva chiesto un premio al Governo Berlusconi, per il suo impegno per la lotta alla Mafia – oppure di Bersani – quello che, da Segretario del PD, decise di dar vita al Governo Monti, con Alfano e Casini (un governo senza dubbio di sinistra, andando di logica) – o di Speranza – capogruppo PD alla Camera dei Deputati durante l’approvazione della Legge Fornero.

E no. Basta. Fatela sta battaglietta. Fatela promettendo anche l’Università gratuita a tutti, che certamente è una politica di sinistra. Eccome, no!?

E al gruppo dirigente del Partito Democratico dico una cosa molto semplice, diretta e chiara: l’istinto di sopravvivenza è insito all’interno della natura umana, ma quando si guida una Comunità come quella del PD, la sua unità e il rispetto della sua eterogeneità non possono passare in secondo piano, rispetto alla sopravvivenza della propria corrente. L’inadeguatezza si è dimostrata, ancora una volta, un dato di fatto.

Ma le elezioni sono alle porte: manca un mese esatto (meno, a dirla tutta) e non possiamo assolutamente lasciarci trascinare dalle faide interne. Quello che ho detto sopra, penso, sia incontrovertibile e, in fin dei conti, o ce ne prendiamo carico noi oppure la Storia ci giudicherà e se gli altri resteranno i mandanti delle stragi, noi verremo additati come dei ghiaccioli sciolti al sole (delle Alpi), incapaci di fronteggiare la deriva culturale, sociale e politica in cui, come in un vortice, siamo intrappolati per nostra stessa volontà.