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PsicoDramma

Per l’ennesima volta tocca parlare della schizofrenia politica di cui è affetta la classe dirigente del mio partito.

Non è nuova la situazione nella quale mi sono vergognato dello stile politico prima, comunicativo poi, con il quale il PD interagisce e si muove sulla scena politica nazionale ed europea.
Ciò che più mi turba, ed anche molto, è l’incapacità palese di saper essere una classe politica coscienziosa del proprio ruolo storico e politico.

Sono davvero stanco di vedere rappresentato il PD da ripetitori umani di dichiarazioni incredibilmente da capogiro (in senso negativo), che rasentano il ridicolo.
L’altro giorno, mentre facevo zapping, finisco su La7, durante il programma In Onda, condotto da Tommaso Labbate e David Parenzo. Parenzo, ad un certo punto, chiamando in studio il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, lo annuncia come turbo-renziano con domanda annessa «lei si sente turbo-renziano?» la risposta arriva ed è quella che non avrei mai voluto ascoltare: «assolutamente sì!» e sorrisone allegato. Ecco, ciò è la rappresentazione plastica di un dato inconfutabile: l’inconsapevolezza del valore del proprio ruolo, perché il capogruppo ha il dovere di rappresentare l’intero partito e non solo una parte di esso, pur se maggioranza. La risposta corretta doveva essere un’altra: «io sono il capogruppo alla Camera del PD. Sono un democratico a 360°, perché ho la responsabilità di rappresentare l’intero partito nella principale Istituzione del Paese: il Parlamento». Ma “i sogni son desideri”, diceva Cenerentola.

Altro capitolo intenso, generatore di cattivo sangue, è quello delle alleanze. La spocchiosità con la quale si tenta di trattare il tema dei rapporti politici è sotto gli occhi di tutti. Per l’ennesima volta il discorso verte sui cognomi e non sulle idee. Ed è chiaro che, fino a quando il tutto si svolgerà in questi termini, poco si potrà ottenere.
Cosa è un cognome? Sinonimo di storie personali, certo, ma poi? Come si può pensare di costruire un progetto lungimirante per il Paese se gli unici argomenti sono “Pisapia sì, Pisapia no”, “Berlusconi forse, Berlusconi mai” e così via? Dov’è il nostro Manifesto? Dov’è la partecipazione dal basso che consenta ai militanti – a quelle persone coraggiose  che hanno deciso di rinnovare la tessere del partito – di porre l’accento sui temi sociali, economici e culturali di cui dovremmo essere portatori?

Ma guardiamo all’ultimo caso. Una card, un’immagine fatta girare sui social (e poi prontamente rimossa invano), dove era riportata una dichiarazione di Renzi, circa il tema dell’immigrazione.

Pioggia di critiche legittime e corrette percepite, però, in modo sbagliato. Si è puntato il dito contro il Social Media Manager, eppure il problema a me pare politico, perché al netto dell’averlo pubblicato, ciò che più spaventa è il suo contenuto, quel virgolettato con il nome dell’autore: “Matteo Renzi”.
Basta poco per comprendere che il lavoro di chi gestisce i social di un partito non sia un lavoro autonomo, il quale segue, invece, delle direttive provenienti dal committente, il Partito Democratico. Quindi sì, il problema è politico, non soltanto comunicativo.

Matteo Renzi è riuscito a mettere in bocca al PD la frase “a casa loro”, uno slogan mainstream negli ambienti fascio-leghisti. Ed infatti, poco tempo è servito per essere oggetto di una delle più grandi paraculate politiche degli ultimi anni.

Spingiamoci oltre, lasciamo perdere le webcard e soffermiamoci sulle dichiarazioni rese da Renzi, nell’ultimo periodo.
Avete seguito la vicenda che ha visto i principali Paesi europei chiudere la porta ai nuovi immigrati sul proprio territorio? Oltre a far notare che non c’è da stupirsi se Macron assuma atteggiamenti conformi a quelli della destra di altri Paesi (perché Macron è di destra), pongo l’attenzione sulla preoccupante reazione del Segretario del principale partito della famiglia socialista europea, il quale esclama, in modo al quanto bambinesco: “e allora noi blocchiamo i fondi!”. Ci mancava solo “e lo diciamo alla maestra” e sarebbe stato perfetto.  Ma attualmente rimane, purtroppo, pericolosamente antieuropeo.

Abbiamo perso di coerenza e capacità di essere guida a livello europeo. La risposta a quella chiusura da parte degli Stati membri doveva essere un’altra, dimostrandoci come la più responsabile tra le forze politiche dell’intera Unione europea. Ed invece no: loro bloccano gli ingressi? Noi blocchiamo i fondi. E certo!
Come non ho fatto a pensarci prima? È con le ripicche che si costruisce l’Europea solidale che tanto abbiamo decantato e continuiamo a sognare. Giusto, Segretario Renzi?

Perciò il problema è solo della comunicazione? Oppure qualcuno ha deciso di virare a destra sul tema immigrazione? Quindi non abbiamo imparato nulla da ciò che sta succedendo alle forze riformiste e socialiste, in tutto il mondo? Due situazioni opposte geograficamente e rispetto ai risultati: negli Stati Uniti c’è l’affanno dei Democratici – ancora schiacciati sulle posizioni che hanno portato Hillary Clinton a perdere inesorabilmente nel 2016 – messi in difficoltà durante l’elezione dei governatori di alcuni Stati – nonostante il disastro di Trump – e, dall’altra parte, l’exploit del Labour nel Regno Unito, dato dai sondaggi per spacciato, il quale, grazie allo straordinario Manifesto e alla intelligente campagna elettorale messa su da Corbyn e dai suoi, è riuscito a tallonare i Tories, finendo 40 a 42. (Oggi i Labour sono il primo partito al 46%, per dire).

O ci svegliamo da questo incubo, oppure saremo condannati all’opposizione per i prossimi anni. Ma in quel momento, sarà un’intera Comunità a pagarne le conseguenze, non solo un leader o i suoi seguaci.
Serve maggior responsabilità, serve un cambio di rotta. Se è necessario, si cambi navigatore ed autista.

Perché non demonizzo i “millennials” in Direzione PD

Perdonatemi se sarò controcorrente, rispetto a ciò che molti si aspetterebbero dal sottoscritto: ma non demonizzo i 20 cosiddetti “millennials” in Direzione nazionale PD.Credo che rappresentino, chi più chi meno, la comunità del nostro partito, alla pari di tutti gli altri. Tra loro, oltretutto, ci sono persone che stimo molto e che meriterebbero di essere lì a prescindere dall’età.

C’è chi, a riguardo, si è posto la questione del “perché scelti in quel modo e perché proprio loro”, puntando l’attenzione sull’esistenza dell’Organizzazione giovanile, da valorizzare di più.

Ecco, se, per l’ennesima volta, il Partito volta le spalle alla sua giovanile, il motivo è semplice: perché siamo piatti. E dico “siamo” perché, da dirigente della stessa, non mi esimo dal prendermi le dovute responsabilità di ciò. Vorrei che la stessa cosa facciano tutti coloro che, in queste ore, scrivono messaggi di disapprovazione sul tema.

Il PD ha grandi difficoltà nel relazionarsi con la nostra generazione, una rappresentazione plastica è arrivata dal referendum del 4 dicembre. Per come la vedo io, il motivo è che nei Giovani Democratici si annida una delle peggior specie di “uomo politico”: colui che emula chi non è, non avendone neanche la consapevolezza e le capacità.

Emuliamo spesse volte i “grandi”, trasformandovi nel fenotipo peggiore che possa esserci.

Trame, bastoni tra le ruote, scarsa considerazione dell’altro e incapacità di guardare oltre il proprio recinto.

Io dalla questione “millennials” ho appreso una cosa molto semplice: possiamo prenderci in giro sul ruolo che abbiamo nel partito e nel Paese, ma fino a quando i GD non riusciranno a prendere il coraggio che spetta alla generazione che rappresentano, saremo sempre e soltanto una quota parte dei tesserati. Con una propria bandiera, propri dirigenti ma senza una propria vera identità. Oggi, sul territorio, soprattutto, il valore dell’Organizzazione giovanile si aggrappa alla stima che i cittadini provano nei confronti dei suoi esponenti di spicco, sulle persone e non sul progetto politico che dovrebbe rappresentare, nel suo complesso.

Si lavori per questo, invece di sentirsi offesi. Lo si faccia partendo dalle proprie responsabilità, guardando al merito e al coraggio di chi dal futuro ha solo da guadagnarci.

Chiamatelo “congresso” se volete

È terminato quello che in molti hanno chiamato Congresso, ma a cui io non riesco a darne una definizione.

Non riesco a darne una definizione consona con quanto voleva rappresentare perché, nei fatti, non ha rappresentato nulla di quanto avrebbe voluto. Festival della Democrazia, l’hanno chiamata quella di ieri. Eppure io non ho avuto modo di divertirmi, né tantomeno di vivere un clima di festa. Certo, le ragioni sono più profonde di quelle che proverò a spiegare qui, ma pensate davvero che il PD, ieri, abbia recuperato il suo slancio? Io non credo proprio.

Partiamo dal principio, da quando questa pagina ha cominciato ad essere scritta.
Un congresso chiesto da più parti, a cui si poteva dare un valore incredibile, una grande campagna di ascolto palmo palmo, in ogni angolo del Paese. Dal piccolo comune alla grande città, dai disoccupati ai commercianti in difficoltà, passando per gli imprenditori e il mondo delle start up. Invece è sembrato che tutto ciò dovesse avvenire dopo, che c’era una questione interna da risolvere e archiviare quanto prima, per dare il ben servito a chi in questi anni ha cercato di sollevare criticità ricevendo, nella gran parte dei casi, un “gufo e rosicone” di ritorno.

Elezioni primarie con rito abbreviato, da fine febbraio al giorno di ieri, 30 aprile. Direte voi: ma 2 mesi sono più che sufficienti per un congresso. Certo, un congresso come passaggio dovuto non aveva forse neanche bisogno di 2 mesi, eppure questo doveva essere un momento ancor più alto di una semplice elezione di un segretario di partito. Siamo l’unica forza politica, in Italia, ancora capace di dare delle risposte concrete alle domande che arrivano dalle parti sociali, dal mondo dei soggetti in formazione, dai disoccupati, dagli esodati, dal mondo dell’imprenditoria e del lavoro autonomo. Eppure ci siamo dimenticati quale sia la vera funzione di un congresso: riformulare la proposta politica, cercando sì di eleggere un leader che guidi, ma di attivare i percettori della comunità che costituisce il partito e di trarre forza dalle diverse vedute.
Quasi due milioni di persone hanno svolto, per un giorno, il lavoro di notaio: metterci il bollo della democrazia su una cosa che ormai era scontata sin dall’inizio. Ma, chiariamoci, non dico che questo congresso avrebbe avuto valore se a vincere non fosse stato Renzi, anzi, dico che, a prescindere da chi avesse vinto, qualcosa non sarebbe quadrata comunque e così è oggi.

Per rendere chiaro quanto io sollevo, pongo una domanda a cui chiedo di darci una risposta, tutti quanti insieme: siamo in grado, oggi, di tornare nelle periferie delle città? Se domani ci fossero le elezioni politiche, le borgate, i quartieri lontani dai ricchi centri voterebbero per il Partito Democratico? Quali risposte abbiamo dato loro? Quali sono le prospettive nuove, venute fuori da questo congresso, per tutti coloro che il PD l’hanno votato ma che oggi non ci pensano due volte a scegliere altro o, addirittura, a non andare a votare?
Possiamo davvero continuare a credere che l’unico modo per recuperare consenso sia quella di spostarsi un po’ a destra e un po’ a sinistra, a seconda dei temi e delle convenienze? Non credete sia il caso di mettere a terra un disegno che abbracci un’idea di società?

Nella storia dell’umanità, chi ha lasciato un segno indelebile nel mondo in cui ha vissuto, sono tutti coloro che hanno immaginato un disegno lungimirante e strutturato di futuro, capace di coinvolgere coloro che non credevano mai di poterlo essere; di anticipare i tempi; di non andare a tentoni. Da Steve Jobs a Martin Luther King Jr., allo stesso Elon Musk – tanto citato da Renzi – e ai nostri Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, e altri. Tutti loro sono stati in grado di vivere nel presente ma di immaginare un futuro chiaro, concependo non solo l’obiettivo ma anche come raggiungerlo, passo dopo passo.
È questo che il PD deve fare, è quello che avrebbe dovuto fare in questo 4° Congresso. Ciò non è avvenuto, ma sono certo che ogni sostenitore delle tre mozioni direbbe il contrario. Il punto non è una mozione o due che abbiano colto il loro compito, ma è la comunità del Partito Democratico che avrebbe dovuto, prima di ogni altra cosa, prendere coscienza di quello che rappresenta. Certe volte ce lo dimentichiamo e ricordarcene diventa sempre più difficile.

Ma veniamo ad un punto cruciale che vede la giornata di ieri al centro. Le primarie aperte per scegliere il Segretario nazionale del PD non funzionano. Non funzionano perché non ci sono gli strumenti per poter contrastare, in modo sistematico e oggettivo, un fenomeno ormai chiaro e diffuso ovunque: l’inquinamento del voto da parte del centrodestra e della destra.
È quello che è successo ieri: si sono registrati casi di intromissione di diversi esponenti della destra, anche la più estrema, durante le operazioni di voto. La cosa assurda è che non parliamo di gente “mandata” a votare qualcuno, ma di esponenti che, in prima persona, hanno partecipato al voto, violando in modo netto e plateale non solo l’art. 10 del Regolamento per il Congresso, ma anche l’art.2 dello Statuto del Partito Democratico, come di seguito.

Possono partecipare al voto per l’elezione del Segretario e dell’Assemblea nazionale tutte le elettrici e gli elettori che, al momento del voto, rientrano nei requisiti di cui all’art. 2, comma 3 dello Statuto, ovvero le elettrici e gli elettori che “dichiarino di riconoscersi nella proposta politica del Partito, di sostenerlo alle elezioni, e accettino di essere registrate nell’Albo pubblico delle elettrici e degli elettori”. – Art. 10 comma 1, Regolamento per l’elezione del Segretario e dell’Assemblea nazionale del PD.

Sono escluse dalla registrazione nell’Anagrafe degli iscritti e nell’Albo degli elettori del PD le persone appartenenti ad altri movimenti politici o iscritte ad altri partiti politici o aderenti, all’interno delle Assemblee elettive, a gruppi consiliari diversi da quello del Partito Democratico. Gli iscritti che, al termine delle procedure per la selezione delle candidature, si sono candidati in liste alternative al PD, o comunque non autorizzate dal PD, sono esclusi e non più registrabili, per l’anno in corso e per quello successivo, nell’Anagrafe degli iscritti. – Art. 2 comma 9, Statuto del Partito Democratico (modificato dall’Assemblea nazionale del 18 luglio 2015).

Consiglieri comunali di gruppi consigliari (che col centrosinistra, addirittura, non c’entrano assolutamente nulla), esponenti storici di altre forze politiche (tra cui, addirittura, dirigenti nazionali degli stessi) hanno partecipato al voto, venendo a scegliere un segretario di un partito che non è il loro, che criticano quotidianamente dall’altra parte della barricata e a cui non dedicano un briciolo del loro impegno. Alla faccia dei militanti, dei dirigenti e di tutti gli elettori che credono ancora nel PD.
Qui, come è evidente, non è solo una questione di regole, ma di etica. Certamente, l’etica non è da tutti, benché meno da chi ha avuto la faccia (e mi fermo sull’aggettivo della faccia) di presentarsi al seggio chiedendo di votare. Alcuni sono stati bloccati, altri no, inficiando delle intere operazioni di voto, a causa della violazione delle regole.

Altro aspetto, riguardo ieri, è quello delle ricevute di pagamento dei 2€. È un diritto per l’elettore averlo, ma il blocco dell’erogazione ha impedito il controllo del voto da parte di qualche scagnozzo fuori dai seggi, con il telefono alla mano, chiamando uno ad uno i “portatori insani di voti”, una partecipazione coatta alla democrazia.

Non mi meraviglio di nulla, ma se vi siete chiesti, in questi due mesi, perché io non stessi partecipando attivamente al congresso – contro la mia natura di essere sempre in prima fila nelle battaglie – beh..ora lo sapete. Perché non avevo l’entusiasmo e la spontaneità che caratterizzano, sin dall’inizio, il mio impegno politico. Un congresso “tanto per farlo”, in cui le posizioni da prendere erano dovute – “perché è giusto così” – non era quello che mi aspettavo e parteciparvi supinamente non era affar mio.

Ma ora bisogna andare oltre, provando a guardare lontano. Matteo Renzi ha raccolto il 70% dei consensi. Spero abbia capito che lui non è il padrone di nulla e che il Partito va gestito collegialmente, coinvolgendo le minoranze e ponendo al centro della discussione le istanze che dalle stesse arriveranno, senza prenderle a schiaffoni o liquidandole in un tweet. Speriamo di non dover utilizzare quel famoso detto che dice “il lupo perde il pelo ma non il vizio”. Chiedo un maggiore e maturo impegno, anche, alle minoranze, di cui faccio parte, ad oggi: la funzione della minoranza è più importante di quella della maggioranza. È l’ABS che permette al partito di non sbandare e finire contro un muro a 200 all’ora.

Grazie di cuore, infine, a tutti coloro che ci sono stati: ai volontari, ai militanti e agli elettori che hanno creduto e credono ancora in quello che facciamo. Solo voi siete la forza di questa comunità e sempre lo sarete.

Non è il Vietnam ma c’è un clima fantastico

Capisco la tensione di questi giorni, ma credo che i nervi saldi siano necessari. Lo so, forse dico cose senza avere la sensazione di cosa si provi, realmente, in questo momento, nell’affrontare questo clima da ruoli di responsabilità massima. Volevo, però, che qualcuno mi spiegasse dove si trovi, esattamente, quel passo in avanti verso il Partito, nel non offrire chiaramente un’assemblea programmatica per cercare di unire il partito sui temi, prima di celebrare un congresso, scongiurando quello che sto leggendo in questi minuti.

Sia chiaro, il Congresso va fatto, per me è fondamentale ed è l’unico luogo in cui si può imprimere un segno di discontinuità o continuità politica – lo decideranno i militanti – nel nostro partito.

Il dato più importante, per me, sta nel fatto che tale conferenza programmatica è stata chiesta da più di uno degli intervenuti e non proprio tutti erano della minoranza Dem. C’era pure qualcuno con un certo peso politico all’interno della maggioranza ad averla chiesta, il Ministro Orlando, riconoscendo in quella formula, con lucidità, una possibile soluzione al clima da Vietnam che si respira nel PD.

Leggo agenzie che non vorrei leggere mai. Vi prego, cerchiamo tutti di salvare questo partito. Il nostro partito. Tutti.

Un anno da segretario

L’anno scorso, esattamente in questi giorni, venivo eletto Segretario dei Giovani Democratici Terra di Bari, l’Organizzazione giovanile del Partito Democratico dell’Area metropolitana del capoluogo pugliese.

Non credo di poter dimenticare facilmente quel periodo, per la grande stanchezza accumulata in ore di incontri, discussioni, anche molto accese. Non dimenticherò quei giorni anche per l’importante messaggio che provammo a lanciare al nostro Partito: il voler stare insieme e ripartire dagli errori del passato.

Una fase congressuale a due candidati, sfociata in uno scontro durissimo, che si risolse con la scelta di convergere su un nome, su una storia personale che unisse e che appianasse le divergenze. A distanza di un anno, posso dire, che quelle divergenze sono diminuite, lasciando il posto ad una differente visione della politica e del partito, tutto naturalmente accettabile nella dialettica di un partito plurale come il nostro.

In questo primo anno abbiamo affrontato molte battaglie: il Referendum sulle Trivelle – dove i GD Terra di Bari si schierarono compatti a favore del quesito referendario, in difesa del mare pugliese; il Referendum sulla Riforma costituzionale – dove abbiamo cercato di offrire alla nostra Comunità lo spirito di discussione e condivisione delle idee, portando la nostra Organizzazione a lavorare a sostegno della riforma, in linea con il Partito, ritenendo una ricchezza chi la pensava in modo opposto, senza accentuare scontri o divisioni sul tema, dimostrando maturità; la Scuola di Formazione regionale – durante la quale la nostra Federazione è stata ospitante, grazie al circolo di Santeramo in Colle, e dove abbiamo discusso di temi centrali, oggi in cima all’agenda politica del Paese e del nostro territorio.

Permettetemi, però, di parlarvi del mio bagaglio personale d’esperienza, riempito costantemente, giorno dopo giorno, camminando per le strade delle città della provincia, confrontandomi con i circoli e i militanti, spesso delusi o smarriti davanti ad un partito altrettanto perso nei meandri dell’autoreferenzialità.

In questo primo anno ho capito molte cose di cui prima non ero del tutto consapevole: l’elemento fondante di una comunità non è solo il sentimento comune, l’idea comune delle cose, ma anche e soprattutto il dialogo e l’ascolto. Il dialogo tra tutti coloro che si impegnano, quotidianamente, e decidono di dedicare parte del loro tempo e delle loro energie nel tenere aperti i circoli, nell’essere volto, orecchie e bocca del nostro partito sul territorio. L’ascolto da parte di chi, nelle responsabilità di dirigente e di guida, deve considerare l’opinione e le idee della base come fondamentali per la costruzione di una comunità forte e coesa, capace di andare tutta in un’unica direzione. Due elementi che qualcuno ritiene scontati nella loro definizione e nel loro essere parte costituente una comunità politica. Vi posso assicurare che non lo è ed abbiamo sotto i nostri occhi l’esempio di un partito dilaniato dalla mancanza di un dialogo costruttivo e privo di arroganza.

Da militante voglio lanciare un grido di speranza: che si smetta di ragionare per compartimenti stagni. Basta appiopparsi cognomi di altre persone per darsi uno spessore politico. Basta dar per scontato che una persona abbia detto una cosa sbagliata, solo perché in opposizione al proprio leader/capetto/capobastone di turno. Basta.

E basta anche col fottersene di chi la pensa diversamente, deridendo iniziative in cui al centro è la costruzione di una visione comune delle cose.
Ho letto commenti di esponenti del PD sia nazionale che del territorio – la maggior parte con ruoli di responsabilità – in cui si scherniva la manifestazione in corso, oggi, al Teatro Vittoria a Roma. Schernire chi cerca di essere parte della Comunità provando a fare rete, con un’assemblea pacifica, è da schifosi. E non uso sinonimi, in questi casi, mi dispiace.
Chi oggi rappresenta la maggioranza sappia riconoscere qual è il suo ruolo: tenere il volante in mano, decidere come guidare, ma non decidere la direzione da soli. E quel “come guidare” deve significare senso di responsabilità e, anche, capacità nel mettere in secondo piano le proprie convinzioni per cercare una via comune, un minimo comune denominatore capace di far sentire tutti a casa e rappresentati dall’azione del partito. Ecco cosa ho imparato in questo anno.

Dall’inizio di questa nuova avventura, è troppo presto per dirsi addio, anzi, dobbiamo tutti lavorare affinché quel momento non arrivi mai. Ritroviamoci tutti nella voglia dello stare insieme, del fare sintesi e riporre, nel baule delle cose inutili, l’arroganza e la spavalderia, a favore della responsabilità e dell’umiltà.

Buon cammino, a tutti noi. Possa anche essere irto e pieno di ostacoli da superare, ma che non lo si consideri mai impossibile da realizzare o che maturi, in noi, la voglia di abbandonarlo.

Grazie a tutti coloro che mi hanno affiancato fino alla prima candelina. Grazie ai componenti della Segreteria metropolitana, a tutti i segretari di circolo, ai militanti, agli amici e compagni. E anche a chi mi sopporta ogni giorno, dalle interminabili telefonate agli incontri in orari e giorni indicibili.

Ci accompagni l’orgoglio di essere una comunità di più di mille ragazze e ragazzi che, nella Terra di Bari, portano avanti la passione per la Politica.

Siamo una Comunità che si sta disintegrando

La nostra Comunità si sta sfaldando. Lo sappiamo tutti, spero.
Come si può credere che uno sguardo al proprio interno non sia fondamentale?

Vedo compagne e compagni non rinnovare più la tessera. La loro scelta ha il mio rispetto, ma anche la mia completa disapprovazione.

C’è chi continua a lottare, giorno dopo giorno, in un contesto in cui non si riconosce, ma se parliamo di lottare per le nostre idee, allora come si può decidere di andar via? Come?
Spiegatemelo, perché io non riesco a comprenderlo.

Fuori dal PD c’è chi ha difficoltà e va aiutato, ma solo una comunità politica ricca può farlo. Andar via significa agevolare il baratro.

Fuori dal PD c’è l’atomo che si scinde nel nulla.

Scusate lo sfogo.

Il Congresso è roba seria

Il congresso del PD deve essere un momento di confronto serio, non una cerimonia flash in cui mettere fine alla richiesta di una consistente parte del partito di celebrarlo, come fosse un contentino.

Il fronte progressista occidentale è in piena crisi identitaria, come si pensa di sciogliere tale crisi, da noi, con un mini-congresso?

La discussione deve partire dai circoli, dalle piazze, dalle strade. Basta bracci di ferro, basta arroganza e messaggi di sfida.

Sto vedendo diversi esponenti del mio partito muoversi non per ragioni politiche, ma per meri attriti personali. Ma cosa pensate, che i cittadini ci comprendano? Che restino a guardare questo teatrino?

Serve serietà e voglia di discutere. Se Renzi vorrà celebrare il congresso in poco tempo, vuol dire che non ha capito a cosa serva un congresso. Non ha capito cosa sia un partito.

Sono fiducioso, però, e spero che si riesca a rimettere in moto i principi dello stare insieme e della natura democratica del PD.