Partito Democratico

Tutto come previsto. O quasi. Analisi delle Politiche 2018

Tutto come previsto. O quasi. Analisi delle Politiche 2018

Le Elezioni Politiche 2018 sono arrivate al capolinea e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Si sprecano, come sempre e in ogni dove, commenti e anatemi su chiunque respiri e abbia toccato, anche e solo con il proprio dito, la politica. Credo, tuttavia, che sia il caso di fare un po’ di ordine e mente locale su quelle che sono le ragioni del panorama politico attuale e su cosa dovremmo aspettarci da qui ai prossimi giorni, settimane e mesi.

Il Movimento 5 Stelle avrà il compito di reggere sulle proprie spalle la XVIII Legislatura (indipendentemente da quello che pensa il centrodestra), con la consapevolezza che governare il Paese sia un tantino diverso dallo sbraitare in Piazza Monte Citorio o dallo scagliare i soliti anatemi in televisione o sul web. Ma c’è un dato che rilevo: il Movimento si è istituzionalizzato. Una struttura diversa da quella primordiale, con Di Maio capace di aggregare trasversalmente il consenso, assieme ad una strategia comunicativa senza precedenti: il Movimento ha retto la propria campagna elettorale non su un solo leader (come si può dire tutti gli altri partiti) ma su quattro colonne: Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Beppe Grillo e l’idea primordiale del Movimento.

Luigi Di Maio ha sfoderato l’asso nella manica, a qualche giorno dal voto, con il Governo “ombra”. Una scelta che con la Costituzione non ha nulla a che spartire e di certo non aveva e, a maggior ragione oggi, non ha la possibilità di concretizzarsi. A causa di un complotto pluto-giudaico-massonico? No. Semplicemente perché il risultato elettorale non consegna la maggioranza parlamentare a nessuna forza politica e, soprattutto, per salire a Palazzo Chigi Di Maio dovrà sperare in un governo di minoranza (alla Rajoy, in Spagna, per intenderci) – e solo lì potrebbe confermare i “suoi” ministri – oppure chiedere il supporto ad altre forze politiche (di certo non “aggratis”).

Alessandro Di Battista, con la scelta di non ricandidarsi, ha acceso gli animi dei “sensibili alle poltrone”, potendo fare campagna da “uomo libero”, esempio vivente di “colui che non è attaccato ad uno scranno” che fa politica “per semplice servizio”, simbolo della lotta ai sempiterni politici lì da decenni (Berlusconi e D’Alema in primis) o a chi aveva promesso di andar via ma lì c’è restato (parlo di Renzi e del Referendum, ovviamente).

Beppe Grillo ha giocato d’astuzia, facendosi da parte quando necessario, con qualche sporadica apparizione ma senza la pesante presenza come quella di 5 anni fa, facendo allontanare l’idea che un comico potesse guidare una forza politica di governo.

Dulcis in fundo, l’idea primordiale del Movimento – o noi o loro – aleggiava costantemente in ogni angolo della campagna elettorale: la linea di demarcazione tra i 5 Stelle e tutto il resto dell’agglomerato politico in antitesi ha massimizzato la spinta dei cittadini verso qualcosa di “nuovo” e di “diverso” rispetto a quello che fino ad ora c’era stato.

Insomma, una mossa su diversi piani, un attacco da ogni angolo del campo di battaglia che ha portato al risultato oggi sotto gli occhi di tutti.
Il Movimento, tuttavia, dovrà scontrarsi con la realtà dei fatti e le posizioni estremizzate contro il sistema e contro una certa idea di società dovranno lasciare il passo alla responsabilità. Di Maio ha già rimangiato tutte le posizioni “oscure” del Movimento, come quella sui vaccini e sull’Europa e l’Euro. Questo potrà fare del bene ai 5 Stelle come del male, perché l’elettorato, si è detto già prima, è fluido e estremamente dinamico ma, soprattutto, senza più pazienza, la stessa che ha fatto sì che al Sud il M5S vincesse a mani basse.

Sul perché il M5S abbia stravinto al Sud, ritengo necessaria una nota di chiarezza: nel Mezzogiorno non ha vinto la voglia di assistenzialismo (come ho sentito dire da certi scienziati della politica) ma la stanchezza. La stanchezza di sentirsi sempre tirati in ballo, senza una comprovata ragione.

“Dobbiamo pensare ai ragazzi del Sud” dicono. E i ragazzi del Sud hanno pensato da loro e hanno scelto chi non si è macchiato di queste divisioni.
“Dobbiamo ripartire dal Mezzogiorno” è la frase onnipresente dai tempi di Giolitti, diventata come lo zucchero in una torta: scontata.
È la stereotipizzazione del Mezzogiorno che ha portato questo a ribellarsi, a non riuscire più a credere a forze politiche diverse dal Movimento 5 Stelle. Mettiamocelo bene in testa.

Il centrodestra resta, tuttavia, la prima forza politica del Paese, in modo aggregato, con la Lega che diventa prima forza di area, relegando Silvio Berlusconi e sua gamba e non più testa, come ai tempi di Bossi.
Matteo Salvini è riuscito a distruggere la memoria storica della Lega Nord, eliminando ogni riferimento separatista (simbolica è l’eliminazione di “Nord” dal simbolo) e mettendo radici in ogni parte del Paese, trasformandosi in un vero partito di destra, una sorta di nuova Alleanza Nazionale. Altroché Fratelli d’Italia.
In poche parole, Salvini si è ritrovato tra le mani, tempo fa, un partito fortemente relegato territorialmente ma con forti radici nella cultura e nei sentimenti di quel territorio stesso a tal punto da innaffiarlo, come un albero da forti radici, cercando di farlo crescere in lungo e in largo, con i le radici ben piantate oltre il Po. Ed è quello che ha fatto e il risultato ne è la prova: la Lega supera Forza Italia perché è cresciuta al Nord ed ha sbranato l’elettorato berlusconiano del Sud (quello che non si è lasciato ammaliare dal Movimento 5 Stelle), togliendone una grande fetta.
Insomma, il leader leghista è destinato ad essere il vero erede di Berlusconi, checché ne dica Tajani o i fantasmi di Fini e Alfano dei tempi che furono, e di certo non dovrà dire grazie al Caimano, ma all’anagrafe (Berlusconi ha 81 anni) e alla memoria breve degli italiani, soprattutto del Mezzogiorno (ancora si odono i cori razzisti verso i napoletani).

Liberi e Uguali ha colto nel segno e, infatti, è sparito dalla scena politica italiana con buona pace dei pronostici e di chi ci ha creduto. E se la speranza va verso una lezione che si spera essere stata imparata dai Dirigenti (con la D maiuscola, secondo alcuni), dall’altra l’ortodossa sensazione di essere gli unici detentori del mantra della sinistra continua a infestare le menti degli già scissionisti seriali. Quale futuro per i Grasso, Boldrini, Bersani, D’Alema, Speranza, Civati e Fratoianni? Probabilmente quella più scontata: la trasformazione da Liberi e UgualiLiberi Tutti e chi si è visto si è visto.

+Europa ha fatto una buona campagna elettorale ed ha avuto il coraggio di proporre scelte politiche ben lontane dal sentimento comune degli italiani, soprattutto in merito all’immigrazione, all’antiproibizionismo e all’integrazione europea. Eppure molti stigmatizzano la Bonino come l’eterna sopravvalutata. Provateci voi a fare una campagna elettorale con un programma così “diverso” da quello degli altri partiti. Il risultato di questa lista è ben più che un semplice “risultato di rappresentanza”. È sì, questo, un punto di partenza.

Ma ora veniamo al nodo cruciale: il Partito Democratico.
Il PD è il vero sconfitto di queste elezioni. Bisogna dirselo senza rifugiarsi in formule estemporanee e fuori da ogni logica.
Matteo Renzi ha portato il PD al massimo storico (le famose Europee) e al minimo storico (queste Elezioni). Una meteora politica che dovrebbe far riflettere tutti, non solo i suoi più stretti collaboratori. La velocità con la quale si sale e si scende, nella politica italiana, è risultata essere disarmante, aldilà di ogni aspettativa, visti i precedenti storici.
Una campagna elettorale, quella dei Dem, sulla difensiva, senza il coraggio di alzare la testa e di prendersi degli schiaffoni se necessario.
La prima campagna elettorale nella quale il suo leader riusciva a riscuotere maggior consenso se rimaneva nell’ombra.
Candidati catapultati in ogni parte, senza ragione alcuna se non quella di assicurare ai soliti una poltrona (emblematico è il caso del romano Roberto Giachetti a Sesto Fiorentino, considerato sicuro, eppure uscito dalle elezioni come ultimo del collegio, con un 4% o poco più).

Renzi ha sbriciolato un tesoro inestimabile, una leadership politica che molti avrebbero barattato con la propria anima. Eppure, eccoci qua e vedere un non ancora 45enne essere considerato un “ex” fa accapponare la pelle (soprattutto rispetto ai già citati precedenti storici). Ma ora?
Ed ora le risposte non possono essere scontate: ricostruire, ripartire, prendere coscienza. Sono concetti bistrattati e mai realizzati. Bisogna, però, serenamente prendere atto del fallimento e riconsiderare le proprie posizioni, lasciando che la Comunità del Partito Democratico possa ritrovarsi da sola, con gli anticorpi che ha e, magari, riscoprendosi nei valori e nell’impegno che l’ha sempre contraddistinto.

Il PD è un partito in deficit di militanti. Ogni anno diminuiscono tesserati e la stessa detenzione della tessera si deprezza, riducendosi al valore simile a quello del marco tedesco dopo la II Guerra Mondiale.
Credo che l’intero gruppo dirigente che con Renzi ha guidato il partito, fino ad oggi, debba farsi da parte e, magari, cercare di comprendere gli errori fatti e, possibilmente, ridistribuirsi secondo una nuova coscienza singola e collettiva, sempre all’interno del Partito Democratico, senza paventare la creazione di partiti personali o mono-area (il famosissimo partito renziano post-PD, per intenderci) e senza lanciarsi nel calderone del “in tutta Europa la sinistra sta vivendo un momento complicato”, anche perché già durante le Europee la sinistra europea era in uno stato pietoso, eppure il PD lì riuscì a raggiungere il suo massimo storico.

Bisogna ripartire. Già, la uso anche io questa formula. Ma è così. E se fino a ieri è stata una filastrocca per addolcire i momenti amari, oggi è la condizione imprescindibile per sorreggere e tenere in vita il Partito. Da zero. È da lì che è necessario riscoprirsi. La nostra base apprezzerà e anche gli elettori che ci hanno abbandonato potrebbero ripensarci e tornare lì dove sono sempre stati e lì dove si sono sempre riconosciuto a pieno.
Bisogna rivoltare il partito come un calzino. Lo dico in primis a me stesso, che ne sono parte. E bisogna farlo in ogni dove, dal locale al nazionale, dalla sua organizzazione giovanile fino alle cariche monocratiche del Partito. In alternativa il baratro e la scomparsa definitiva del centrosinistra e dei Democratici.

*Aggiornamento delle 18.42: Renzi ha deciso di dimettersi nel momento della formazione del nuovo governo e chiede le primarie (cosa, a mio avviso, necessaria più che scontata) perché "il segretario non lo decide un caminetto".

Insomma, a parte tutto questo, è opportuno attendere. Il Parlamento si insedierà a breve e il Presidente della Repubblica comincerà l’iter che porterà il futuro Presidente incaricato a setacciare una maggioranza nelle Camere per dare un governo al Paese.
Nel frattempo, Paolo Gentiloni, forte del boom nel suo collegio, resta a guardare dalla finestra di Palazzo Chigi, pronto a consegnare il campanello al suo successore o, semplicemente, continuare a custodirlo, mentre l’Italia continua ad evolversi.

A nuovi sviluppi. Grazie.

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Dalle ampolle del Po ai proiettili, il terrorismo del Sole delle Alpi

Dalle ampolle del Po ai proiettili, il terrorismo del Sole delle Alpi

Era da un po’ che non scrivevo sul blog. Le ragioni possono essere tante, le prime, senza ombra di dubbio, sono dovute alla mia nuova pagina romana. Ma, ad esservi sincero, l’apprensione che suscita quanto sta accadendo in giro per l’Italia, partendo dalle notizie che ci giungono da Macerata e tutta la spazzatura che solo pochi giorni (ancora) di campagna elettorale hanno generato, non ha cessato di crescere in me. Per questo, eccomi qui.

Partiamo da un primo punto, senza dubbio sconcertante: l’attentato di Macerata. Certo, attentato. Non pensavate mica di definirlo in un altro modo. Cosa c’è di diverso da un terrorista che spara all’impazzata in giro per l’Europa, disseminando terrore ovunque, e il fascio-terrorista italo-leghista maceratese? Nulla. Ma proprio nulla.
Anzi, una differenza sostanziale c’è: i mandanti dei primi li stiamo bombardando, mentre quelli dei secondi sono comodamente seduti nei talk-show del nostro Bel Paese e, oltretutto, si presenteranno alle Elezioni politiche del prossimo 4 marzo. Una bella differenza, non trovate?
Certo, si potrà dire di tutto: che questo accostamento sia azzardato, che la situazione sia diversa, tutto. Eppure, tutto vuol dire niente e se le previsioni rimangono queste, allora non può che essere totalmente sbagliato. Tutto sbagliato.

È sbagliato il modo con il quale, in Italia, si tengono sottese una serie di dinamiche, forse per paura di scoperchiare qualcosa a cui difficilmente si può credere. Eppure, dopo tanto tempo, dopo tanta paura, dopo gli attacchi di Parigi, Londra, Bruxelles, Nizza e Berlino, anche in Italia è accaduto. Un attacco terroristico in piena regola si è consumato. Non a Roma. Non a Milano. Non a Napoli o in una delle altre città “bersaglio” secondo il Ministero dell’Interno e dei Servizi Segreti. Il palcoscenico era situato a Macerata e l’attore non parlava arabo ma maceratese, né tantomeno ha gridato Allahu Akbar, ma “Viva il Duce!”: pelle bianca, pizzetto da capretta ed un tricolore al collo, corredato dal saluto romano. In pieno stile italo-fascista. Tutto il resto era identico: follia omicida, odio e un’arma fumante.

Eppure i mandanti hanno colpe più grandi degli esecutori. Il cervello è il vero responsabile. La mano fa solo ciò che gli impulsi celebrali gli indicano di fare. E se di un gran cervello non parliamo (è pur sempre di Salvini) grande resta la responsabilità sua e di tutti coloro che alimentano l’incendio del razzismo, della paura e della sfiducia verso lo Stato. Lo stesso Stato che vogliono governare, sotto il vessillo della Repubblica Italiana, quella Repubblica nata grazie al sangue di chi mai avrebbe voluto nuovamente, sul territorio nazionale, l’odio e la paura generata dal nazi-fascismo.

Serve razionalità immensa, in questo momento. È opportuno dirlo.
Certo, è più che mai importante non lasciarsi trascinare da una forza uguale e contraria, capace di generare una tempesta senza mai fine che poco farà onore né agli innocenti finiti sotto il fuoco del folle, né tantomeno alla Democrazia del nostro Paese.
E lo dico, prima di tutto, a me stesso. Perché non vi nascondo di aver sognato ad occhi aperti un arresto immediato, per vilipendio alla bandiera (per tutti i valori che realmente essa rappresenta) e associazione terroristica, di tutti i responsabili (operativi e non) di questa tragedia e di tutte le paure verso esseri umani che non hanno nulla di diverso da noi, se non l’essere nati in zone difficili. Non di certo come quella in cui gli idioti crescono come gramigna e si candidano, persino, alle elezioni.

Chiaro il concetto? E forse è il caso di spiegarlo anche a chi, dall’alto della sua indignazione (giustissima, questo è poco ma sicuro) dimentica un concetto abbastanza importante: l’argine al razzismo dilagante, al populismo sfrenato e alla paura sociale non passa, di certo, dai congressucoli di atomi politici come i partitini della sinistra né da candidature alternative (a cosa, non è chiaro a nessuno).

Parlo, chiaramente, di chi non ha colto l’importanza di eliminare ogni possibilità che gentaglia intenzionata a “difendere la razza bianca” possa mettere piede al Pirellone, in Lombardia, dopo le prossime Elezioni regionali.
Mi riferisco a chi non ha compreso l’importanza di sotterrare ogni possibile antipatia personale (perché è di questo che parliamo) e di creare un grande progetto comune, democratico e progressista, capace di trasportare il Paese in una dimensione lontana da quella verso la quale stiamo piombando.

Sì, parlo di Liberi & Uguali e di tutti coloro che, leggendo quanto sopra, vi sono venuti in mente. Parlo, chiaramente, anche dell’attuale gruppo dirigente del Partito Democratico. Tutti, in varie misure, sono responsabili di una divisione che porterà al nulla cosmico. Forse a qualche poltroncina. Ma a niente di utile.

E rispondo subito a chi avrà già la risposta pronta: “noi con Matteo Renzi non vogliamo avere nulla a che fare”, oppure “noi stiamo alla larga da chi attua politiche di destra”. E, magari, tirano dal cappello qualche intervista di Grasso – lo stesso che da Procuratore Nazionale Antimafia aveva chiesto un premio al Governo Berlusconi, per il suo impegno per la lotta alla Mafia – oppure di Bersani – quello che, da Segretario del PD, decise di dar vita al Governo Monti, con Alfano e Casini (un governo senza dubbio di sinistra, andando di logica) – o di Speranza – capogruppo PD alla Camera dei Deputati durante l’approvazione della Legge Fornero.

E no. Basta. Fatela sta battaglietta. Fatela promettendo anche l’Università gratuita a tutti, che certamente è una politica di sinistra. Eccome, no!?

E al gruppo dirigente del Partito Democratico dico una cosa molto semplice, diretta e chiara: l’istinto di sopravvivenza è insito all’interno della natura umana, ma quando si guida una Comunità come quella del PD, la sua unità e il rispetto della sua eterogeneità non possono passare in secondo piano, rispetto alla sopravvivenza della propria corrente. L’inadeguatezza si è dimostrata, ancora una volta, un dato di fatto.

Ma le elezioni sono alle porte: manca un mese esatto (meno, a dirla tutta) e non possiamo assolutamente lasciarci trascinare dalle faide interne. Quello che ho detto sopra, penso, sia incontrovertibile e, in fin dei conti, o ce ne prendiamo carico noi oppure la Storia ci giudicherà e se gli altri resteranno i mandanti delle stragi, noi verremo additati come dei ghiaccioli sciolti al sole (delle Alpi), incapaci di fronteggiare la deriva culturale, sociale e politica in cui, come in un vortice, siamo intrappolati per nostra stessa volontà.

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I Radicali vanno aiutati. Punto

I Radicali vanno aiutati. Punto

I Radicali italiani vanno aiutati con la raccolta firme. E il PD è chiamato ad essere in prima linea affinché ciò accada.

È opportuno che si dia sostegno affinché le 25mila firme in 25 giorni non siano un muro invalicabile e consentire alla lista +Europa di presentarsi è un dovere civico e politico a cui i Dem non possono sottrarsi, se davvero vogliono essere gli unici custodi di una politica di avanguardia.

Non sono propriamente d’accordo su quanto la Bonino ha affermato nei giorni scorsi, le firme servono per evitare una proliferazione di liste civetta che gettino nello scompiglio la prossima competizione elettorale. La legge è uguale per tutti e così come per i Radicali, anche tutti gli altri che non hanno rappresentanti in Parlamento devono raccogliere le firme. Ma ciò non significa che non ci siano i mezzi per poter superare questo ostacolo.

Dunque, lo ripeto ancora una volta: i Radicali italiani vanno sostenuti in questa fase e va fatto senza perdere ulteriore tempo in scaramucce. Credo sia il caso, però, che tutti ripongano le armi della dialettica politica fine a se stessa: i Radicali non possono assolutamente minacciare di andare da soli alle prossime Elezioni e, tantomeno, il PD può macchiarsi di tale noncuranza. Conviene a tutte e due le forze politiche andare insieme e farlo per una politica lungimirante ed europeista.

Personalmente, sarò a disposizione per la raccolta e io stesso firmerò per consentire loro di presentarsi alle elezioni, a patto che si stia tutti insieme e che non ci si divida su una norma.

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Dopo le toghe rosse, ora è il turno delle fake news?

Ne parlavo già qui, in questo articolo di qualche giorno fa.

Oggi, su Il Foglio, è apparso questo articolo che vi segnalo che descrive, partendo da un’infarinatura storica, quale sia il problema a cui andiamo incontro, con la guerra alle fake news.

Buona lettura e fatemi sapere che ne pensate. Commentate qui sotto.

 

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Fake-News: il PD non può svolgere il ruolo di un’autority

Fake-News: il PD non può svolgere il ruolo di un’autority

Per Berlusconi erano i magistrati comunisti, per Renzi le fake-news. Ogni leader trova il suo acerrimo nemico e, come un comandante sulla poppa della propria nave, dichiara guerra schierando il proprio esercito.

Ieri, il Segretario del PD, durante il discorso conclusivo della 8ª edizione della Leopolda, ha dichiarato che il Partito Democratico produrrà dei report, ogni 15 giorni, sulle fake-news trovate sul web. Inoltre, lo stesso PD si è fatto promotore di un disegno di legge contro le false notizie sul web, prevedendo multe fine a 5 milioni di euro. Fin qui, tutto avrebbe un senso, peccato che il disegno di legge sia fuorviante e che il Partito Democratico sia, per l’appunto, un partito e non un’autority con la funzione di controllo sul flusso di notizie sul web e sui social network. Continue reading →

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Di cose nazionali e di territorio (e altro)

Di cose nazionali e di territorio (e altro)

Ho rilasciato un’intervista al quotidiano online della mia città, Noci24.it, riguardo quello che è stato il 21 ottobre, durante la Direzione nazionale dei GD e dei vari congressi celebrati sul territorio.

Uno sguardo alle Politiche e alle Amministrative e altro. Se volete, la trovate qui.

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PsicoDramma

PsicoDramma

Per l’ennesima volta tocca parlare della schizofrenia politica di cui è affetta la classe dirigente del mio partito.

Non è nuova la situazione nella quale mi sono vergognato dello stile politico prima, comunicativo poi, con il quale il PD interagisce e si muove sulla scena politica nazionale ed europea.
Ciò che più mi turba, ed anche molto, è l’incapacità palese di saper essere una classe politica coscienziosa del proprio ruolo storico e politico.

Sono davvero stanco di vedere rappresentato il PD da ripetitori umani di dichiarazioni incredibilmente da capogiro (in senso negativo), che rasentano il ridicolo.
L’altro giorno, mentre facevo zapping, finisco su La7, durante il programma In Onda, condotto da Tommaso Labbate e David Parenzo. Parenzo, ad un certo punto, chiamando in studio il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, lo annuncia come turbo-renziano con domanda annessa «lei si sente turbo-renziano?» la risposta arriva ed è quella che non avrei mai voluto ascoltare: «assolutamente sì!» e sorrisone allegato. Ecco, ciò è la rappresentazione plastica di un dato inconfutabile: l’inconsapevolezza del valore del proprio ruolo, perché il capogruppo ha il dovere di rappresentare l’intero partito e non solo una parte di esso, pur se maggioranza. La risposta corretta doveva essere un’altra: «io sono il capogruppo alla Camera del PD. Sono un democratico a 360°, perché ho la responsabilità di rappresentare l’intero partito nella principale Istituzione del Paese: il Parlamento». Ma “i sogni son desideri”, diceva Cenerentola.

Altro capitolo intenso, generatore di cattivo sangue, è quello delle alleanze. La spocchiosità con la quale si tenta di trattare il tema dei rapporti politici è sotto gli occhi di tutti. Per l’ennesima volta il discorso verte sui cognomi e non sulle idee. Ed è chiaro che, fino a quando il tutto si svolgerà in questi termini, poco si potrà ottenere.
Cosa è un cognome? Sinonimo di storie personali, certo, ma poi? Come si può pensare di costruire un progetto lungimirante per il Paese se gli unici argomenti sono “Pisapia sì, Pisapia no”, “Berlusconi forse, Berlusconi mai” e così via? Dov’è il nostro Manifesto? Dov’è la partecipazione dal basso che consenta ai militanti – a quelle persone coraggiose  che hanno deciso di rinnovare la tessere del partito – di porre l’accento sui temi sociali, economici e culturali di cui dovremmo essere portatori?

Ma guardiamo all’ultimo caso. Una card, un’immagine fatta girare sui social (e poi prontamente rimossa invano), dove era riportata una dichiarazione di Renzi, circa il tema dell’immigrazione.

Pioggia di critiche legittime e corrette percepite, però, in modo sbagliato. Si è puntato il dito contro il Social Media Manager, eppure il problema a me pare politico, perché al netto dell’averlo pubblicato, ciò che più spaventa è il suo contenuto, quel virgolettato con il nome dell’autore: “Matteo Renzi”.
Basta poco per comprendere che il lavoro di chi gestisce i social di un partito non sia un lavoro autonomo, il quale segue, invece, delle direttive provenienti dal committente, il Partito Democratico. Quindi sì, il problema è politico, non soltanto comunicativo.

Matteo Renzi è riuscito a mettere in bocca al PD la frase “a casa loro”, uno slogan mainstream negli ambienti fascio-leghisti. Ed infatti, poco tempo è servito per essere oggetto di una delle più grandi paraculate politiche degli ultimi anni.

Spingiamoci oltre, lasciamo perdere le webcard e soffermiamoci sulle dichiarazioni rese da Renzi, nell’ultimo periodo.
Avete seguito la vicenda che ha visto i principali Paesi europei chiudere la porta ai nuovi immigrati sul proprio territorio? Oltre a far notare che non c’è da stupirsi se Macron assuma atteggiamenti conformi a quelli della destra di altri Paesi (perché Macron è di destra), pongo l’attenzione sulla preoccupante reazione del Segretario del principale partito della famiglia socialista europea, il quale esclama, in modo al quanto bambinesco: “e allora noi blocchiamo i fondi!”. Ci mancava solo “e lo diciamo alla maestra” e sarebbe stato perfetto.  Ma attualmente rimane, purtroppo, pericolosamente antieuropeo.

Abbiamo perso di coerenza e capacità di essere guida a livello europeo. La risposta a quella chiusura da parte degli Stati membri doveva essere un’altra, dimostrandoci come la più responsabile tra le forze politiche dell’intera Unione europea. Ed invece no: loro bloccano gli ingressi? Noi blocchiamo i fondi. E certo!
Come non ho fatto a pensarci prima? È con le ripicche che si costruisce l’Europea solidale che tanto abbiamo decantato e continuiamo a sognare. Giusto, Segretario Renzi?

Perciò il problema è solo della comunicazione? Oppure qualcuno ha deciso di virare a destra sul tema immigrazione? Quindi non abbiamo imparato nulla da ciò che sta succedendo alle forze riformiste e socialiste, in tutto il mondo? Due situazioni opposte geograficamente e rispetto ai risultati: negli Stati Uniti c’è l’affanno dei Democratici – ancora schiacciati sulle posizioni che hanno portato Hillary Clinton a perdere inesorabilmente nel 2016 – messi in difficoltà durante l’elezione dei governatori di alcuni Stati – nonostante il disastro di Trump – e, dall’altra parte, l’exploit del Labour nel Regno Unito, dato dai sondaggi per spacciato, il quale, grazie allo straordinario Manifesto e alla intelligente campagna elettorale messa su da Corbyn e dai suoi, è riuscito a tallonare i Tories, finendo 40 a 42. (Oggi i Labour sono il primo partito al 46%, per dire).

O ci svegliamo da questo incubo, oppure saremo condannati all’opposizione per i prossimi anni. Ma in quel momento, sarà un’intera Comunità a pagarne le conseguenze, non solo un leader o i suoi seguaci.
Serve maggior responsabilità, serve un cambio di rotta. Se è necessario, si cambi navigatore ed autista.

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