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Referendum Fantastici e dove trovarli. La mia analisi del voto

Commento a caldo, direi bollente. Scrivo questo post alle 4.04 di questa notte, guardando oltre lo schermo del mio computer, immaginando cosa sarà e ricordando cosa è stato.

Sono stati mesi di campagna elettorale difficilissima, una situazione difficile che ha portato il Partito Democratico ad incatenarsi su posizioni che non erano nella natura stessa del partito. Pancia, populismo e arroganza hanno affossato la proposta politica che il Governo ha presentato agli italiani.

“Cara Italia, vuoi ridurre il numero dei politici?” a leggerla così, sembra uno slogan del Movimento 5 Stelle, in realtà è una delle diverse domande che il Partito Democratico ha posto agli elettori, attraverso manifesti sparsi per tutto il territorio nazionale.

La prima volta che mi ritrovai a leggerne una, balzò alla mia mente un classico della letteratura, uno di quelli che chiunque voglia far politica deve aver letto almeno una volta nella vita: L’Arte della Guerra di Sun Tzu, il quale parlando dei terreni di battaglia, ad un certo punto dice: “Un esercito penetrato a fondo su suolo nemico, lasciandosi alle spalle città e villaggi, si trova su territorio grave”.

L’esercito è il PD e il suolo nemico è il populismo – terreno insidioso sul quale il mio partito aveva ben pensato di non affossarci mai gli scarponi, sino a qualche mese fa.

Le città e i villaggi sono i principi della Politica, la bussola della giusta misura e della ragione.

Traducendo questo accostamento, il messaggio pare chiaro (e doveva esserlo da tempo a chi ha consentito quella campagna): se il PD decide di buttarsi a capofitto nella palude del populismo, dimenticando la sua provenienza e i valori che distinguevano il partito dal 90% delle altre forze politiche in campo, allora questo si trova in un terreno grave. Aggiungerei gravissimo.

Un altro concetto molto importante tratto da L’arte della guerra di Sun Tzu è, pressappoco, quello della conoscenza del terreno stesso.
Non lo ricordo a memoria, ma su per giù diceva: attento a quando decidi di combattere sul terreno che è del tuo nemico, lui lo conoscerà sempre meglio di te e non potrai far altro che soccombere.

Bene, non credo serva altro d’aggiungere all’idea che il fronte del sì – quello che avrebbe dovuto spiegare le proprie ragioni con una netta linea di demarcazione tra il suo fronte e quello, variegato, del no – ha deciso di amalgamarsi a quella massa informe che oggi rappresenta il fronte populista del nostro Paese, così da soccombere davanti ai portatori del marchio DOC del populismo, cioè coloro che di questo ne fanno una ragione di esistenza (e sopravvivenza).

Ovviamente, tengo a precisare, che non tutti i sostenitori del Sì e del No avevano argomenti di scarsa portata. Riconosco in diverse personalità la capacità di leggere le riforma su piani differenti, portando con sé motivazioni più che accettabili per un confronto sano e costruttivo.

Ma cosa è andato storto? O meglio, cosa è successo, ad urne chiuse?

Il Popolo ha bocciato la riforma, ritenendola sbagliata, poco incline ad un cambiamento in linea con il sentimento del Paese reale? Sì, forse. Ma aggiungerei che l’errore più grande (ma inevitabile, sotto capirete perché) è stato personalizzare una consultazione che non andava personalizzata. È come se dall’Assemblea costituente fosse venuta fuori una rivendicazione di qualche partito circa alcuni principi inseriti nella Carta fondamentale. Nulla di più assurdo.

Ma tralasciando la lettura più incline a ciò che sentiremo nelle prossime ore, il punto vero è che ci siamo ritrovati a votare un referendum trasformato in una midterm election, dove il Governo, per responsabilità politica del suo Presidente e di un partito incapace di contrapporsi, ha giocato l’all in. Una consultazione dove la disinformazione ha fatto da padrona, dove il vento seminato si è trasformato in tempesta e ha spazzato via tutto.

15368715_10211584034147203_447153346_o disegno di Armando Genco © 2016

Quali sono le responsabilità di Renzi e di “chi” ha guidato il partito fino ad ora?

La lettura migliore l’ha data Marco Damilano, durante la Maratona di Mentana, ieri sera.

Renzi è stato incapace di creare una classe dirigente che si spendesse sul territorio ed è stato costretto a personalizzare la battaglia ponendosi da solo contro tutti. Questa cosa l’ha pagata e adesso le uniche ed inevitabili conseguenze sono quelle che stiamo vedendo in queste ore.
Anche se non avesse voluto, è stato costretto a metterci se stesso in prima persona, perché non ha una classe dirigente di riferimento, sparsa sul territorio nazionale, capace di spendersi a 360º sulle battaglie fondamentali come queste. Tutto si gioca sulla sua capacità di convincere.

A memoria e sintetizzando, questo è il concetto ed io mi ci ritrovo a pieno.

Lo dico da tempo ormai (sono passati più di due anni dall’ascesa di Renzi alla guida del PD e del Governo): una classe dirigente solida e che porta a casa risultati importanti non può essere strutturata solo e soltanto sul nome del proprio leader. Il PD paga gli effetti di una mancanza di spina dorsale di una fetta consistente di sua classe dirigente che ha peccato di personalità, di forza e, soprattutto, di autonomia.

Una rottamazione fasulla, messa in pratica a livello nazionale (nel Governo, aggiungerei) che non ha per niente sfiorato la classe dirigente locale, credendo bastasse qualche giovane amministratore come foglia di fico per far credere che il PD avesse rinnovato il suo volto in ogni parte del Paese e che era pronto a raccogliere la sfida generazionale di cui si faceva portatore Matteo Renzi.

Sbagliato. E, guardate, può sembrare un discorso di convenienza, ma su questo blog di ciò se ne parla da anni ormai. La classe dirigente la si costruisce dalla base, partendo dalle risorse che il territorio offre. Sbagliato credere che si possa porre alla guida di una comunità qualcuno perché simpatico al leader nazionale di turno.

La logica dei luogotenenti funziona nei partiti-azienda, come Forza Italia, ma una comunità eterogenea come il PD non può permettersi tutto ciò, anche per un’incapacità degli stessi a guidare il partito nei vari territori, nell’essere volto credibile di un partito rinnovato, ed infatti si è visto. Perdiamo voti, perdiamo il nostro Popolo. E se il PD non è più in grado di parlare alla sua gente, il PD non esiste. E se il PD non esiste, questo non è in grado di dare le risposte giuste ai cittadini in difficoltà. Dal lavoro all’ambiente, passando per la scuola e l’università.

Ora bisogna ricostruire. Bisogna ritrovare lo slancio genuino di una politica diversa da quella vista fino ad ora. Bisogna trarre tutti gli insegnamenti possibili da questa consultazione. Chi lo farà? Soltanto coloro che riconosceranno la caduta di uno schema, coloro che sanno cosa significhi fare politica. Io un paio di incapaci nel fare ciò già li intravedo, ma il partito deve avere la capacità di mettere da parte chi potrebbe essere nocivo per la sua stessa sopravvivenza e salute. Serve coraggio e polso fermo.

Però basta con i governi tecnici che allontanano i cittadini dalla politica e che sono slegati dalle dinamiche del Paese. Nuova legge elettorale per il Senato e si torni a votare.

Nel PD, invece, serve qualcosa di ben più pesante di una nuova legge elettorale. Serve una coscienza e un doversi fare da parte. Generali e luogotenenti. Soprattutto i luogotenenti, così da ridare ossigeno ad un partito ostaggio di una classe dirigente esclusiva, escludente e solitaria. Serve maggiore chiarezza? Allora dico che alle singole persone preferisco il senso di comunità e per salvare ciò serve che gli escluvi, gli escludenti e i solitari lascino il volante e si mettano in fondo al pullman.

Per dirla con enfasi: la formula dell’io sono io e voi non siete un cazzo, ad ogni livello, non ha funzionato (e ha definitivamente rotto il cazzo).
L’arroganza non paga mai, soprattutto se la si usa all’interno del proprio partito più di quanto la si sfoderi contro gli avversari politici.

Ora basta!

Ripartire, ricostruire e rinnovare.

È ora di piantarla!

Questa campagna elettorale referendaria mi ha terribilmente rotto il cazzo. (E siamo ancora a meno 56 giorni dal voto.)
Quanta pochezza che c’è, nel nostro Paese, quando si tratta di discutere.
Insulti personali; dichiarazioni che non stanno né in cielo né in terra; interpretazioni assurde di articoli della Costituzione che non esistono; tutti costituzionalisti e pochi costituenti, quasi nessuno.
Volete che continui? Forse è meglio di no, potrei buttare il computer dalla finestra. Almeno lui salviamolo, visto che la dignità l’abbiamo calpestata per benino.

Carissimi tutti, o ci diamo una regolata, oppure io non penso di reggere ancora per molto.

Sogno una politica in cui si discuta nel merito, qualsiasi cosa sia l’oggetto della discussione stessa.
Sogno un Paese composto da cittadini consapevoli del loro ruolo, in qualsiasi momento.
Sogno di non dover più scrivere (e neanche pensare) cose del genere.
Sogno di poter terminare la mia giornata con una ricchezza umana in più di quella che avevo appena alzato.

Ok. Torniamo a lavorare.
Scusate lo sfogo pubblico, ma mi ero stancato di dovermelo ripetere in testa, ogni minuto.

Caro Matteo, disubbidisco e ti dico perché

Apprendo, dal sito dell’AGCOM, che il Partito Democratico stia invitando i suoi sostenitori ad astenersi dal votare al Referendum del 17 aprile prossimo, circa le concessioni per l’estrazione di petrolio dal sottosuolo marino.

Ritengo tale posizione non conforme con lo spirito del PD. Un partito che ha nel suo nome l’aggettivo “Democratico” non può chiedere ai suoi militanti e sostenitori di non andare a votare.

Lo ritengo un’incredibile caduta di  stile. La nostra Costituzione offre lo strumento del Referendum come unico mezzo, coadiuvato dalla proposta di legge d’iniziativa popolare, attraverso il quale i cittadini, in modo diretto, possono incidere sul sistema legislativo del nostro Paese.

Il Segretario Renzi dovrebbe rendersene conto e agire di consenguenza. Detto questo, mi rivolgo proprio a te, caro Matteo, che sei il mio Segretario e a te dico che no, mi dispiace, ma declino l’invito.

Voterò al prossimo referendum del 17 aprile, così come voterò al referendum di ottobre, sulla riforma costituzionale. Voterò sì, perché voglio dire la mia sulla politica energetica del nostro Paese, perché credo che si possa fare altro, nel 2016, anziché trivellare il nostro mare, fonte, oltre che di bellezza, di ricchezza, una ricchezza che non ha il colore del greggio, ma ha il colore del mare, quel blu acceso che fa da sfondo alle nostre belle città.

Perciò, caro Matteo, posizionare il partito sull’astensione non è una bella cosa. Lo dico, perché lo penso davvero e perché credo che nessun partito debba mai permettersi di invitare i cittadini al non voto. È un ossimoro. Così come è un ossimoro che il Governo, lo Stato se vogliamo generalizzare, non abbia messo in moto la campagna informativa sul referendum di aprile. Sarà così anche per quello di ottobre? O forse, proprio perché lì si gioca la credibilità del Governo, sin da agosto, ci ritroveremo inondati di spot pubblicitari in cui si spiega la riforma e il perché votare a favore di questa.

È un trattamento impari che non possiamo più permetterci, soprattutto quando, proprio oggi, è fondamentale invitare i cittadini a riprendere (perché è di questo che si tratta) ad interessarsi della Cosa Pubblica, attraverso la partecipazione e l’informazione. E il referendum è partecipazione ed informazione. Cos’altro potrebbe essere? Uno strumento di delegittimazione politica? Ma anche no.

Dici bene, caro Matteo, che il governo da te presieduto è legittimo. La Costituzione non è un optional e questa parla chiaro sul chi ha il compito di proporre il Governo. Ma proprio perché la nostra Carta costituzionale non è un optional, dovresti conoscere bene l’art.1 comma 2 che dice “La sovranità appartiene al Popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” e che tra queste forme c’è proprio il referendum, regolato dall’art.75 della stessa. E forse, non per ultimo, dovremmo ricordarci che l’istituto del referendum è stata una conquista di cittadinanza e di libertà e va difesa a spada tratta sempre e comunque.

Spero, e concludo, caro Matteo, che la comunicazione istituzionale porti le informazioni sul referendum nelle case degli italiani, molti dei quali non sanno, probabilmente, che sia stato indetto e su cosa riguardi.

L’emendamento truffa

Ho scritto questo articolo (qui riportato un piccolo estratto) su Post Meridiani. Dateci una lettura, se potete. Se volete.

[…] L’on. Marco Meloni, deputato del Partito Democratico – già responsabile Scuola e Università durante la segreteria di Pier Luigi Bersani – ha presentato un emendamento truffa al disegno di legge della riforma della Pubblica Amministrazione (DDL Madia), riguardante i criteri di valutazione del voto di laurea in relazione alla valutazione dell’ente di provenienza.

L’emendamento è un chiaro esempio di come la politica, oggi, abbia perso la bussola e il buon senso. Che tale proposta arrivi da un deputato sardo, poi, non ci stupisce più di tanto. Se la bussola manca, manca indipendentemente dalle proprie origini. […]

Leggi tutto qui: Il Governo, Meloni e l’emendamento truffa | Post Meridiani

Nota sulla manifestazione di oggi contro la “Buona Scuola”

Oggi gli studenti e i docenti della scuola scendono in piazza per protestare contro il ddl “Buona Scuola”. 

Una protesta legittima che dovremmo ascoltare, soprattutto come Partito Democratico.

I criteri del metodo non sono quelli delineati dalla riforma, mancano molte risposte a problemi importanti del mondo della scuola.

A tutti coloro che oggi manifestano dico questo: portate le vostre rivendicazioni nei luoghi opportuni, nelle piazze e oltre le piazze, ma non cadete nella trappola dello sparare nel mucchio, perché non giova alla causa.

La Direzione regionale del PD pugliese ha chiesto il ritiro del DDL, il voto è stato unanime.

Ognuno lavori per migliorare questa riforma in ogni suo punto, ognuno nei luoghi in cui preferisce battersi.

Il Parlamento del Gruppo Misto

Quando Corradino Mineo, senatore del PD, fu sostituito in commissione Affari Costituzionali del Senato, a seguito del voto sulle riforme costituzionali che il Governo Renzi stava portando avanti sul Titolo V, mi indignai. Ero furibondo, denunciavo una deriva autoritaria senza precedenti nel Partito Democratico. Ma oggi ho compreso qualcosa in più, o meglio, l’ho capito da un po’ di tempo, soprattutto da quando dopo ogni Direzione nazionale, le polemiche non si appianavano, a favore di una responsabilità di gruppo ma, anzi, aumentavano di volume, fino quasi a scoppiare.

Oggi tocca a 10 deputati, sempre del PD e sempre nella Commissione Affari Costituzionali di Montecitorio, questa volta sull’Italicum. Cambia l’oggetto della contesa, ma il senso è sempre quello: non c’è rispetto della volontà comune. E mi dispiace dirlo, ma questa mancanza parte proprio dalla minoranza del PD, quella stessa minoranza che, quando fu eletta in Parlamento, era maggioranza – con lo stesso Bersani (tra i 10) segretario nazionale. Ma oggi, come sappiamo, il panorama politico – almeno nel PD – è stato completamente stravolto. Ci sono stati diversi appuntamenti elettorali di mezzo, tra cui quello che a noi interessa di più, in questo ragionamento – il Congresso del PD. Quel congresso, nel 2013, Renzi lo vinse con il 67,55%, ma qualcuno non l’ha ancora capito (o fa finta di non averlo capito). E lo dico io, che renziano non sono, che allo scorso congresso ho supportato la candidatura di Giuseppe Civati.

Ma quindi, ecco il punto: se il partito, in Direzione nazionale, approva la legge elettorale, questa in Commissione non deve avere nessun tipo di ostacolo da parte degli stessi parlamentari PD perché, per quanto non gradisca l’Italicum, se è stato votato a maggioranza nelle sedi opportune (come da Statuto), quel voto deve essere rispettato e onorato, altrimenti stare in un partito non avrebbe senso e trasformeremmo il Parlamento in un grande Gruppo Misto in cui ognuno si fa gli affari propri.

Ma, fatta la legge trovato l’inganno: sicuramente vi starete dimenando con in mano la Costituzione e il suo art.67, avete ragione, infatti qui non si mette in dubbio la libertà di mandato, ma la Commissione rappresenta i partiti in quanto forze politiche, non i singoli parlamentari. Lo scandalo ci sarebbe stato se si fossero costretti dei parlamentari a rimettere il loro mandato e ad andare via dal Parlamento perché dissidenti. In quel caso sarei sceso per le strade anch’io e mi sarei messo ad urlare contro la nuova dittatur. Ma così non è. E lo sappiamo tutti.

Perciò, in fin dei conti, la Ditta ha cambiato titolari e i vecchi vogliono portare via la cassa e qualche mobile (per rimanere nello stile metaforico bersaniano), ma non va bene. Non va bene per niente.

Siamo sicuri che sia sempre e solo colpa degli altri?

Due giorni di discussione

Sono stati due giorni intensi, ma il dibattito ha ottenuto ottimi risultati.
La buona scuola potrà essere un grande riforma solo se consultazioni, discussioni, questionari, non vengano persi nel buio.

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