Tutto come previsto. O quasi. Analisi delle Politiche 2018

Le Elezioni Politiche 2018 sono arrivate al capolinea e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Si sprecano, come sempre e in ogni dove, commenti e anatemi su chiunque respiri e abbia toccato, anche e solo con il proprio dito, la politica. Credo, tuttavia, che sia il caso di fare un po’ di ordine e mente locale su quelle che sono le ragioni del panorama politico attuale e su cosa dovremmo aspettarci da qui ai prossimi giorni, settimane e mesi.

Il Movimento 5 Stelle avrà il compito di reggere sulle proprie spalle la XVIII Legislatura (indipendentemente da quello che pensa il centrodestra), con la consapevolezza che governare il Paese sia un tantino diverso dallo sbraitare in Piazza Monte Citorio o dallo scagliare i soliti anatemi in televisione o sul web. Ma c’è un dato che rilevo: il Movimento si è istituzionalizzato. Una struttura diversa da quella primordiale, con Di Maio capace di aggregare trasversalmente il consenso, assieme ad una strategia comunicativa senza precedenti: il Movimento ha retto la propria campagna elettorale non su un solo leader (come si può dire tutti gli altri partiti) ma su quattro colonne: Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Beppe Grillo e l’idea primordiale del Movimento.

Luigi Di Maio ha sfoderato l’asso nella manica, a qualche giorno dal voto, con il Governo “ombra”. Una scelta che con la Costituzione non ha nulla a che spartire e di certo non aveva e, a maggior ragione oggi, non ha la possibilità di concretizzarsi. A causa di un complotto pluto-giudaico-massonico? No. Semplicemente perché il risultato elettorale non consegna la maggioranza parlamentare a nessuna forza politica e, soprattutto, per salire a Palazzo Chigi Di Maio dovrà sperare in un governo di minoranza (alla Rajoy, in Spagna, per intenderci) – e solo lì potrebbe confermare i “suoi” ministri – oppure chiedere il supporto ad altre forze politiche (di certo non “aggratis”).

Alessandro Di Battista, con la scelta di non ricandidarsi, ha acceso gli animi dei “sensibili alle poltrone”, potendo fare campagna da “uomo libero”, esempio vivente di “colui che non è attaccato ad uno scranno” che fa politica “per semplice servizio”, simbolo della lotta ai sempiterni politici lì da decenni (Berlusconi e D’Alema in primis) o a chi aveva promesso di andar via ma lì c’è restato (parlo di Renzi e del Referendum, ovviamente).

Beppe Grillo ha giocato d’astuzia, facendosi da parte quando necessario, con qualche sporadica apparizione ma senza la pesante presenza come quella di 5 anni fa, facendo allontanare l’idea che un comico potesse guidare una forza politica di governo.

Dulcis in fundo, l’idea primordiale del Movimento – o noi o loro – aleggiava costantemente in ogni angolo della campagna elettorale: la linea di demarcazione tra i 5 Stelle e tutto il resto dell’agglomerato politico in antitesi ha massimizzato la spinta dei cittadini verso qualcosa di “nuovo” e di “diverso” rispetto a quello che fino ad ora c’era stato.

Insomma, una mossa su diversi piani, un attacco da ogni angolo del campo di battaglia che ha portato al risultato oggi sotto gli occhi di tutti.
Il Movimento, tuttavia, dovrà scontrarsi con la realtà dei fatti e le posizioni estremizzate contro il sistema e contro una certa idea di società dovranno lasciare il passo alla responsabilità. Di Maio ha già rimangiato tutte le posizioni “oscure” del Movimento, come quella sui vaccini e sull’Europa e l’Euro. Questo potrà fare del bene ai 5 Stelle come del male, perché l’elettorato, si è detto già prima, è fluido e estremamente dinamico ma, soprattutto, senza più pazienza, la stessa che ha fatto sì che al Sud il M5S vincesse a mani basse.

Sul perché il M5S abbia stravinto al Sud, ritengo necessaria una nota di chiarezza: nel Mezzogiorno non ha vinto la voglia di assistenzialismo (come ho sentito dire da certi scienziati della politica) ma la stanchezza. La stanchezza di sentirsi sempre tirati in ballo, senza una comprovata ragione.

“Dobbiamo pensare ai ragazzi del Sud” dicono. E i ragazzi del Sud hanno pensato da loro e hanno scelto chi non si è macchiato di queste divisioni.
“Dobbiamo ripartire dal Mezzogiorno” è la frase onnipresente dai tempi di Giolitti, diventata come lo zucchero in una torta: scontata.
È la stereotipizzazione del Mezzogiorno che ha portato questo a ribellarsi, a non riuscire più a credere a forze politiche diverse dal Movimento 5 Stelle. Mettiamocelo bene in testa.

Il centrodestra resta, tuttavia, la prima forza politica del Paese, in modo aggregato, con la Lega che diventa prima forza di area, relegando Silvio Berlusconi e sua gamba e non più testa, come ai tempi di Bossi.
Matteo Salvini è riuscito a distruggere la memoria storica della Lega Nord, eliminando ogni riferimento separatista (simbolica è l’eliminazione di “Nord” dal simbolo) e mettendo radici in ogni parte del Paese, trasformandosi in un vero partito di destra, una sorta di nuova Alleanza Nazionale. Altroché Fratelli d’Italia.
In poche parole, Salvini si è ritrovato tra le mani, tempo fa, un partito fortemente relegato territorialmente ma con forti radici nella cultura e nei sentimenti di quel territorio stesso a tal punto da innaffiarlo, come un albero da forti radici, cercando di farlo crescere in lungo e in largo, con i le radici ben piantate oltre il Po. Ed è quello che ha fatto e il risultato ne è la prova: la Lega supera Forza Italia perché è cresciuta al Nord ed ha sbranato l’elettorato berlusconiano del Sud (quello che non si è lasciato ammaliare dal Movimento 5 Stelle), togliendone una grande fetta.
Insomma, il leader leghista è destinato ad essere il vero erede di Berlusconi, checché ne dica Tajani o i fantasmi di Fini e Alfano dei tempi che furono, e di certo non dovrà dire grazie al Caimano, ma all’anagrafe (Berlusconi ha 81 anni) e alla memoria breve degli italiani, soprattutto del Mezzogiorno (ancora si odono i cori razzisti verso i napoletani).

Liberi e Uguali ha colto nel segno e, infatti, è sparito dalla scena politica italiana con buona pace dei pronostici e di chi ci ha creduto. E se la speranza va verso una lezione che si spera essere stata imparata dai Dirigenti (con la D maiuscola, secondo alcuni), dall’altra l’ortodossa sensazione di essere gli unici detentori del mantra della sinistra continua a infestare le menti degli già scissionisti seriali. Quale futuro per i Grasso, Boldrini, Bersani, D’Alema, Speranza, Civati e Fratoianni? Probabilmente quella più scontata: la trasformazione da Liberi e UgualiLiberi Tutti e chi si è visto si è visto.

+Europa ha fatto una buona campagna elettorale ed ha avuto il coraggio di proporre scelte politiche ben lontane dal sentimento comune degli italiani, soprattutto in merito all’immigrazione, all’antiproibizionismo e all’integrazione europea. Eppure molti stigmatizzano la Bonino come l’eterna sopravvalutata. Provateci voi a fare una campagna elettorale con un programma così “diverso” da quello degli altri partiti. Il risultato di questa lista è ben più che un semplice “risultato di rappresentanza”. È sì, questo, un punto di partenza.

Ma ora veniamo al nodo cruciale: il Partito Democratico.
Il PD è il vero sconfitto di queste elezioni. Bisogna dirselo senza rifugiarsi in formule estemporanee e fuori da ogni logica.
Matteo Renzi ha portato il PD al massimo storico (le famose Europee) e al minimo storico (queste Elezioni). Una meteora politica che dovrebbe far riflettere tutti, non solo i suoi più stretti collaboratori. La velocità con la quale si sale e si scende, nella politica italiana, è risultata essere disarmante, aldilà di ogni aspettativa, visti i precedenti storici.
Una campagna elettorale, quella dei Dem, sulla difensiva, senza il coraggio di alzare la testa e di prendersi degli schiaffoni se necessario.
La prima campagna elettorale nella quale il suo leader riusciva a riscuotere maggior consenso se rimaneva nell’ombra.
Candidati catapultati in ogni parte, senza ragione alcuna se non quella di assicurare ai soliti una poltrona (emblematico è il caso del romano Roberto Giachetti a Sesto Fiorentino, considerato sicuro, eppure uscito dalle elezioni come ultimo del collegio, con un 4% o poco più).

Renzi ha sbriciolato un tesoro inestimabile, una leadership politica che molti avrebbero barattato con la propria anima. Eppure, eccoci qua e vedere un non ancora 45enne essere considerato un “ex” fa accapponare la pelle (soprattutto rispetto ai già citati precedenti storici). Ma ora?
Ed ora le risposte non possono essere scontate: ricostruire, ripartire, prendere coscienza. Sono concetti bistrattati e mai realizzati. Bisogna, però, serenamente prendere atto del fallimento e riconsiderare le proprie posizioni, lasciando che la Comunità del Partito Democratico possa ritrovarsi da sola, con gli anticorpi che ha e, magari, riscoprendosi nei valori e nell’impegno che l’ha sempre contraddistinto.

Il PD è un partito in deficit di militanti. Ogni anno diminuiscono tesserati e la stessa detenzione della tessera si deprezza, riducendosi al valore simile a quello del marco tedesco dopo la II Guerra Mondiale.
Credo che l’intero gruppo dirigente che con Renzi ha guidato il partito, fino ad oggi, debba farsi da parte e, magari, cercare di comprendere gli errori fatti e, possibilmente, ridistribuirsi secondo una nuova coscienza singola e collettiva, sempre all’interno del Partito Democratico, senza paventare la creazione di partiti personali o mono-area (il famosissimo partito renziano post-PD, per intenderci) e senza lanciarsi nel calderone del “in tutta Europa la sinistra sta vivendo un momento complicato”, anche perché già durante le Europee la sinistra europea era in uno stato pietoso, eppure il PD lì riuscì a raggiungere il suo massimo storico.

Bisogna ripartire. Già, la uso anche io questa formula. Ma è così. E se fino a ieri è stata una filastrocca per addolcire i momenti amari, oggi è la condizione imprescindibile per sorreggere e tenere in vita il Partito. Da zero. È da lì che è necessario riscoprirsi. La nostra base apprezzerà e anche gli elettori che ci hanno abbandonato potrebbero ripensarci e tornare lì dove sono sempre stati e lì dove si sono sempre riconosciuto a pieno.
Bisogna rivoltare il partito come un calzino. Lo dico in primis a me stesso, che ne sono parte. E bisogna farlo in ogni dove, dal locale al nazionale, dalla sua organizzazione giovanile fino alle cariche monocratiche del Partito. In alternativa il baratro e la scomparsa definitiva del centrosinistra e dei Democratici.

*Aggiornamento delle 18.42: Renzi ha deciso di dimettersi nel momento della formazione del nuovo governo e chiede le primarie (cosa, a mio avviso, necessaria più che scontata) perché “il segretario non lo decide un caminetto”.

Insomma, a parte tutto questo, è opportuno attendere. Il Parlamento si insedierà a breve e il Presidente della Repubblica comincerà l’iter che porterà il futuro Presidente incaricato a setacciare una maggioranza nelle Camere per dare un governo al Paese.
Nel frattempo, Paolo Gentiloni, forte del boom nel suo collegio, resta a guardare dalla finestra di Palazzo Chigi, pronto a consegnare il campanello al suo successore o, semplicemente, continuare a custodirlo, mentre l’Italia continua ad evolversi.

A nuovi sviluppi. Grazie.

Fake-News: il PD non può svolgere il ruolo di un’autority

Per Berlusconi erano i magistrati comunisti, per Renzi le fake-news. Ogni leader trova il suo acerrimo nemico e, come un comandante sulla poppa della propria nave, dichiara guerra schierando il proprio esercito.

Ieri, il Segretario del PD, durante il discorso conclusivo della 8ª edizione della Leopolda, ha dichiarato che il Partito Democratico produrrà dei report, ogni 15 giorni, sulle fake-news trovate sul web. Inoltre, lo stesso PD si è fatto promotore di un disegno di legge contro le false notizie sul web, prevedendo multe fine a 5 milioni di euro. Fin qui, tutto avrebbe un senso, peccato che il disegno di legge sia fuorviante e che il Partito Democratico sia, per l’appunto, un partito e non un’autority con la funzione di controllo sul flusso di notizie sul web e sui social network. Continua a leggere “Fake-News: il PD non può svolgere il ruolo di un’autority”

PsicoDramma

Per l’ennesima volta tocca parlare della schizofrenia politica di cui è affetta la classe dirigente del mio partito.

Non è nuova la situazione nella quale mi sono vergognato dello stile politico prima, comunicativo poi, con il quale il PD interagisce e si muove sulla scena politica nazionale ed europea.
Ciò che più mi turba, ed anche molto, è l’incapacità palese di saper essere una classe politica coscienziosa del proprio ruolo storico e politico.

Sono davvero stanco di vedere rappresentato il PD da ripetitori umani di dichiarazioni incredibilmente da capogiro (in senso negativo), che rasentano il ridicolo.
L’altro giorno, mentre facevo zapping, finisco su La7, durante il programma In Onda, condotto da Tommaso Labbate e David Parenzo. Parenzo, ad un certo punto, chiamando in studio il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, lo annuncia come turbo-renziano con domanda annessa «lei si sente turbo-renziano?» la risposta arriva ed è quella che non avrei mai voluto ascoltare: «assolutamente sì!» e sorrisone allegato. Ecco, ciò è la rappresentazione plastica di un dato inconfutabile: l’inconsapevolezza del valore del proprio ruolo, perché il capogruppo ha il dovere di rappresentare l’intero partito e non solo una parte di esso, pur se maggioranza. La risposta corretta doveva essere un’altra: «io sono il capogruppo alla Camera del PD. Sono un democratico a 360°, perché ho la responsabilità di rappresentare l’intero partito nella principale Istituzione del Paese: il Parlamento». Ma “i sogni son desideri”, diceva Cenerentola.

Altro capitolo intenso, generatore di cattivo sangue, è quello delle alleanze. La spocchiosità con la quale si tenta di trattare il tema dei rapporti politici è sotto gli occhi di tutti. Per l’ennesima volta il discorso verte sui cognomi e non sulle idee. Ed è chiaro che, fino a quando il tutto si svolgerà in questi termini, poco si potrà ottenere.
Cosa è un cognome? Sinonimo di storie personali, certo, ma poi? Come si può pensare di costruire un progetto lungimirante per il Paese se gli unici argomenti sono “Pisapia sì, Pisapia no”, “Berlusconi forse, Berlusconi mai” e così via? Dov’è il nostro Manifesto? Dov’è la partecipazione dal basso che consenta ai militanti – a quelle persone coraggiose  che hanno deciso di rinnovare la tessere del partito – di porre l’accento sui temi sociali, economici e culturali di cui dovremmo essere portatori?

Ma guardiamo all’ultimo caso. Una card, un’immagine fatta girare sui social (e poi prontamente rimossa invano), dove era riportata una dichiarazione di Renzi, circa il tema dell’immigrazione.

Pioggia di critiche legittime e corrette percepite, però, in modo sbagliato. Si è puntato il dito contro il Social Media Manager, eppure il problema a me pare politico, perché al netto dell’averlo pubblicato, ciò che più spaventa è il suo contenuto, quel virgolettato con il nome dell’autore: “Matteo Renzi”.
Basta poco per comprendere che il lavoro di chi gestisce i social di un partito non sia un lavoro autonomo, il quale segue, invece, delle direttive provenienti dal committente, il Partito Democratico. Quindi sì, il problema è politico, non soltanto comunicativo.

Matteo Renzi è riuscito a mettere in bocca al PD la frase “a casa loro”, uno slogan mainstream negli ambienti fascio-leghisti. Ed infatti, poco tempo è servito per essere oggetto di una delle più grandi paraculate politiche degli ultimi anni.

Spingiamoci oltre, lasciamo perdere le webcard e soffermiamoci sulle dichiarazioni rese da Renzi, nell’ultimo periodo.
Avete seguito la vicenda che ha visto i principali Paesi europei chiudere la porta ai nuovi immigrati sul proprio territorio? Oltre a far notare che non c’è da stupirsi se Macron assuma atteggiamenti conformi a quelli della destra di altri Paesi (perché Macron è di destra), pongo l’attenzione sulla preoccupante reazione del Segretario del principale partito della famiglia socialista europea, il quale esclama, in modo al quanto bambinesco: “e allora noi blocchiamo i fondi!”. Ci mancava solo “e lo diciamo alla maestra” e sarebbe stato perfetto.  Ma attualmente rimane, purtroppo, pericolosamente antieuropeo.

Abbiamo perso di coerenza e capacità di essere guida a livello europeo. La risposta a quella chiusura da parte degli Stati membri doveva essere un’altra, dimostrandoci come la più responsabile tra le forze politiche dell’intera Unione europea. Ed invece no: loro bloccano gli ingressi? Noi blocchiamo i fondi. E certo!
Come non ho fatto a pensarci prima? È con le ripicche che si costruisce l’Europea solidale che tanto abbiamo decantato e continuiamo a sognare. Giusto, Segretario Renzi?

Perciò il problema è solo della comunicazione? Oppure qualcuno ha deciso di virare a destra sul tema immigrazione? Quindi non abbiamo imparato nulla da ciò che sta succedendo alle forze riformiste e socialiste, in tutto il mondo? Due situazioni opposte geograficamente e rispetto ai risultati: negli Stati Uniti c’è l’affanno dei Democratici – ancora schiacciati sulle posizioni che hanno portato Hillary Clinton a perdere inesorabilmente nel 2016 – messi in difficoltà durante l’elezione dei governatori di alcuni Stati – nonostante il disastro di Trump – e, dall’altra parte, l’exploit del Labour nel Regno Unito, dato dai sondaggi per spacciato, il quale, grazie allo straordinario Manifesto e alla intelligente campagna elettorale messa su da Corbyn e dai suoi, è riuscito a tallonare i Tories, finendo 40 a 42. (Oggi i Labour sono il primo partito al 46%, per dire).

O ci svegliamo da questo incubo, oppure saremo condannati all’opposizione per i prossimi anni. Ma in quel momento, sarà un’intera Comunità a pagarne le conseguenze, non solo un leader o i suoi seguaci.
Serve maggior responsabilità, serve un cambio di rotta. Se è necessario, si cambi navigatore ed autista.

Ma quale Don Abbondio? Facciamo i bravi, per favore!

“Qualcuno del Pd ha festeggiato la caduta del Governo: d’altronde per alcuni lo stile è come il coraggio di Don Abbondio”

È la citazione più in voga negli ultimi minuti di Matteo Renzi, a seguito della Direzione nazionale tenutasi poco fa (in realtà una semplice conferenza stampa con pubblico. La discussione è rinviata).

Turbofasci hanno cominciato ad attaccare il Presidente Michele Emiliano, pensando che quella citazione fosse rivolta a lui. Niente di più sbagliato. Ecco cosa ha detto Emiliano a Repubblica e cosa in tv a Matrix, proprio ieri sera.

Ha esultato per la vittoria del No?
“Le dimissioni di Renzi mi hanno addolorato. Le ho viste in tv con alcuni amici per il No che erano contenti. “No – ho detto – non c’è nulla di cui essere contenti, è un’occasione perduta per tutti. Le dimissioni del premier e segretario non mi provocano nessuna gioia”. Agli errori di Renzi se ne aggiungono adesso altri dei suoi collaboratori”.
– da Repubblica

Referendum Fantastici e dove trovarli. La mia analisi del voto

Commento a caldo, direi bollente. Scrivo questo post alle 4.04 di questa notte, guardando oltre lo schermo del mio computer, immaginando cosa sarà e ricordando cosa è stato.

Sono stati mesi di campagna elettorale difficilissima, una situazione difficile che ha portato il Partito Democratico ad incatenarsi su posizioni che non erano nella natura stessa del partito. Pancia, populismo e arroganza hanno affossato la proposta politica che il Governo ha presentato agli italiani.

“Cara Italia, vuoi ridurre il numero dei politici?” a leggerla così, sembra uno slogan del Movimento 5 Stelle, in realtà è una delle diverse domande che il Partito Democratico ha posto agli elettori, attraverso manifesti sparsi per tutto il territorio nazionale.

La prima volta che mi ritrovai a leggerne una, balzò alla mia mente un classico della letteratura, uno di quelli che chiunque voglia far politica deve aver letto almeno una volta nella vita: L’Arte della Guerra di Sun Tzu, il quale parlando dei terreni di battaglia, ad un certo punto dice: “Un esercito penetrato a fondo su suolo nemico, lasciandosi alle spalle città e villaggi, si trova su territorio grave”.

L’esercito è il PD e il suolo nemico è il populismo – terreno insidioso sul quale il mio partito aveva ben pensato di non affossarci mai gli scarponi, sino a qualche mese fa.

Le città e i villaggi sono i principi della Politica, la bussola della giusta misura e della ragione.

Traducendo questo accostamento, il messaggio pare chiaro (e doveva esserlo da tempo a chi ha consentito quella campagna): se il PD decide di buttarsi a capofitto nella palude del populismo, dimenticando la sua provenienza e i valori che distinguevano il partito dal 90% delle altre forze politiche in campo, allora questo si trova in un terreno grave. Aggiungerei gravissimo.

Un altro concetto molto importante tratto da L’arte della guerra di Sun Tzu è, pressappoco, quello della conoscenza del terreno stesso.
Non lo ricordo a memoria, ma su per giù diceva: attento a quando decidi di combattere sul terreno che è del tuo nemico, lui lo conoscerà sempre meglio di te e non potrai far altro che soccombere.

Bene, non credo serva altro d’aggiungere all’idea che il fronte del sì – quello che avrebbe dovuto spiegare le proprie ragioni con una netta linea di demarcazione tra il suo fronte e quello, variegato, del no – ha deciso di amalgamarsi a quella massa informe che oggi rappresenta il fronte populista del nostro Paese, così da soccombere davanti ai portatori del marchio DOC del populismo, cioè coloro che di questo ne fanno una ragione di esistenza (e sopravvivenza).

Ovviamente, tengo a precisare, che non tutti i sostenitori del Sì e del No avevano argomenti di scarsa portata. Riconosco in diverse personalità la capacità di leggere le riforma su piani differenti, portando con sé motivazioni più che accettabili per un confronto sano e costruttivo.

Ma cosa è andato storto? O meglio, cosa è successo, ad urne chiuse?

Il Popolo ha bocciato la riforma, ritenendola sbagliata, poco incline ad un cambiamento in linea con il sentimento del Paese reale? Sì, forse. Ma aggiungerei che l’errore più grande (ma inevitabile, sotto capirete perché) è stato personalizzare una consultazione che non andava personalizzata. È come se dall’Assemblea costituente fosse venuta fuori una rivendicazione di qualche partito circa alcuni principi inseriti nella Carta fondamentale. Nulla di più assurdo.

Ma tralasciando la lettura più incline a ciò che sentiremo nelle prossime ore, il punto vero è che ci siamo ritrovati a votare un referendum trasformato in una midterm election, dove il Governo, per responsabilità politica del suo Presidente e di un partito incapace di contrapporsi, ha giocato l’all in. Una consultazione dove la disinformazione ha fatto da padrona, dove il vento seminato si è trasformato in tempesta e ha spazzato via tutto.

15368715_10211584034147203_447153346_o disegno di Armando Genco © 2016

Quali sono le responsabilità di Renzi e di “chi” ha guidato il partito fino ad ora?

La lettura migliore l’ha data Marco Damilano, durante la Maratona di Mentana, ieri sera.

Renzi è stato incapace di creare una classe dirigente che si spendesse sul territorio ed è stato costretto a personalizzare la battaglia ponendosi da solo contro tutti. Questa cosa l’ha pagata e adesso le uniche ed inevitabili conseguenze sono quelle che stiamo vedendo in queste ore.
Anche se non avesse voluto, è stato costretto a metterci se stesso in prima persona, perché non ha una classe dirigente di riferimento, sparsa sul territorio nazionale, capace di spendersi a 360º sulle battaglie fondamentali come queste. Tutto si gioca sulla sua capacità di convincere.

A memoria e sintetizzando, questo è il concetto ed io mi ci ritrovo a pieno.

Lo dico da tempo ormai (sono passati più di due anni dall’ascesa di Renzi alla guida del PD e del Governo): una classe dirigente solida e che porta a casa risultati importanti non può essere strutturata solo e soltanto sul nome del proprio leader. Il PD paga gli effetti di una mancanza di spina dorsale di una fetta consistente di sua classe dirigente che ha peccato di personalità, di forza e, soprattutto, di autonomia.

Una rottamazione fasulla, messa in pratica a livello nazionale (nel Governo, aggiungerei) che non ha per niente sfiorato la classe dirigente locale, credendo bastasse qualche giovane amministratore come foglia di fico per far credere che il PD avesse rinnovato il suo volto in ogni parte del Paese e che era pronto a raccogliere la sfida generazionale di cui si faceva portatore Matteo Renzi.

Sbagliato. E, guardate, può sembrare un discorso di convenienza, ma su questo blog di ciò se ne parla da anni ormai. La classe dirigente la si costruisce dalla base, partendo dalle risorse che il territorio offre. Sbagliato credere che si possa porre alla guida di una comunità qualcuno perché simpatico al leader nazionale di turno.

La logica dei luogotenenti funziona nei partiti-azienda, come Forza Italia, ma una comunità eterogenea come il PD non può permettersi tutto ciò, anche per un’incapacità degli stessi a guidare il partito nei vari territori, nell’essere volto credibile di un partito rinnovato, ed infatti si è visto. Perdiamo voti, perdiamo il nostro Popolo. E se il PD non è più in grado di parlare alla sua gente, il PD non esiste. E se il PD non esiste, questo non è in grado di dare le risposte giuste ai cittadini in difficoltà. Dal lavoro all’ambiente, passando per la scuola e l’università.

Ora bisogna ricostruire. Bisogna ritrovare lo slancio genuino di una politica diversa da quella vista fino ad ora. Bisogna trarre tutti gli insegnamenti possibili da questa consultazione. Chi lo farà? Soltanto coloro che riconosceranno la caduta di uno schema, coloro che sanno cosa significhi fare politica. Io un paio di incapaci nel fare ciò già li intravedo, ma il partito deve avere la capacità di mettere da parte chi potrebbe essere nocivo per la sua stessa sopravvivenza e salute. Serve coraggio e polso fermo.

Però basta con i governi tecnici che allontanano i cittadini dalla politica e che sono slegati dalle dinamiche del Paese. Nuova legge elettorale per il Senato e si torni a votare.

Nel PD, invece, serve qualcosa di ben più pesante di una nuova legge elettorale. Serve una coscienza e un doversi fare da parte. Generali e luogotenenti. Soprattutto i luogotenenti, così da ridare ossigeno ad un partito ostaggio di una classe dirigente esclusiva, escludente e solitaria. Serve maggiore chiarezza? Allora dico che alle singole persone preferisco il senso di comunità e per salvare ciò serve che gli escluvi, gli escludenti e i solitari lascino il volante e si mettano in fondo al pullman.

Per dirla con enfasi: la formula dell’io sono io e voi non siete un cazzo, ad ogni livello, non ha funzionato (e ha definitivamente rotto il cazzo).
L’arroganza non paga mai, soprattutto se la si usa all’interno del proprio partito più di quanto la si sfoderi contro gli avversari politici.

Ora basta!

Ripartire, ricostruire e rinnovare.

Ci siamo abbondantemente rotti le urne

Assisto ad un dibattito surreale ormai da diverse settimane. Non vedo l’ora che finisca questa estenuante campagna elettorale che ormai di sano e costruttivo non ha più nulla.

Romano Prodi ha reso noto che voterà sì al Referendum del 4 dicembre. Bene, ma a parte la consapevolezza di cosa voti il Professore, poco altro aggiunge ad un dibattito ormai finito in un vicolo cieco.

Poca considerazione di Romano Prodi? Ma neanche per sogno. Facevo parte di coloro che lo volevano come Presidente della Repubblica e inveirono contro i 101 franchi tiratori del PD che fecero partire la giostra che ci vede oggi all’ennesimo giro.

Sinceramente mi preoccupo di cosa voti la mia vicina di casa, di cosa voti il mio macellaio di fiducia, il mio barbiere, il mio salumiere, il mio compagno di corso. Che ci si aggrappi, come ho visto fare sui social, a dichiarazioni di voto di personalità note (e meno note) in Italia, getta il dibattito ancor di più nel surreale.

Ma non doveva essere un referendum basato sui contenuti? Che travalicava le persone e andava al succo della questione, cioè la Costituzione? Ma allora cosa importa se Prodi o il Volo votino sì, mentre Camilleri e la Ferilli votino no? Me lo spiegate?

Il 5 dicembre sapremo con assoluta certezza se avrà vinto il sì o il no. Una cosa che ormai mi sembra chiara: che, sin da ora, abbia perso la Politica. Quella che ha voglia di confrontarsi, di elaborare e di scontrarsi, genuinamente, sulle idee.

In queste settimane di confronti e incontri ho notato un distacco enorme dalla realtà sia da parte di sostenitori del Sì che del No. E il mio partito è il principale responsabile.

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Ah! Altra cosa fondamentale: con la filastrocca che la casta sono gli altri, avete rotto abbondantemente. E mi trattengo nei termini, ma sono davvero andato oltre il limite consentito dalla mia sopportazione.

Renzi che dice “la Casta voterà no”, D’Alema controbatte “Renzi è il capo della Casta” (come vedete dall’immagine sopra). Tutto molto bello, bellissimo, molto bello. Lo dico a loro due per dirlo a chiunque: la Casta è presente in entrambi gli schieramenti, perché la Casta sa essere in entrambe le parti contemporaneamente in quanto esperta in sopravvivenza e trasformismo. Renzi e D’Alema sono facce della stessa medaglia. Sfatiamo questo tabù che ormai è presente in moltissimi ambienti della politica, con la paura di dire un’eresia.

Così come molti di quella Casta – che Renzi demonizza e, aggiungo, demonizzava durante la sua ascesa alla leadership del partito – oggi sono renziani di ferro e fanno più danni che altro, soprattutto sui territori, lo stesso oggi sono sul Sì per convenienza e sul No per la stessa ragione.

Perciò basta! Pensiamo agli ultimi giorni che ci distanziano dal sudato traguardo di domenica e terminiamo qua una delle peggiori campagne elettorali che abbia mai vissuto (e visto).