Le liste elettorali non siano un tabù

L’ultimo atto della Segreteria del PD a guida Matteo Renzi, il quale deve tutto alla sua narrazione del rinnovamento, sta nella scelta delle candidature al Parlamento.
Credo che un grande atto di coraggio e lungimiranza da parte del Partito sia cosa buona e giusta.

Colgo l’occasione per ringraziare tutti coloro che in questi anni hanno svolto ruoli parlamentari e non cerco, in alcun modo, di demonizzarli, soprattutto chi ha svolto più di 3 mandati e, in caso di ricandidatura, sarebbero costretti a chiedere una deroga.
Credo, però, che sia arrivato il momento di un rinnovamento radicale e che questo passi dalle elezioni democratiche.
I cittadini saranno chiamati a scegliere quale idea di Paese caratterizzerà i prossimi 5 anni e il principale partito progressista e riformista italiano non può sottrarsi a questo importante compito.

AAA cercansi: aspiranti parlamentari. Recarsi dal notaio.

Nell’italica fiaba gattopardesca, in cui tutto cambia affinché tutto resti uguale, non ci sono principi e nobili a prodigarsi nel mantenere i propri privilegi, ma la politica piatta e appassita si guarda allo specchio e trova solo cicatrici e rughe, simboli di finte rivoluzioni e di un decadimento storico e sociale che spazza via, dalle proprie superfici, l’ormai residua polvere della sua aristotelica concezione di arte nobile, lasciando il posto al teatrale gioco delle parti, in una lotta senza mai fine tra la maschera del populismo e quella dell’ubriachezza.

Si alza il sipario per la Prima della Scala di tutte le elezioni, le Politiche, e con un balzo in avanti ecco la voce popolana che sa (pensa di sapere) come va il mondo e che tutto corrisponde ad una lettura generata da una stratificazione culturale sempre più incrostata di falsi miti e fervide convinzioni. In una mano la spada forgiata da urla e j’accuse, nell’altra un orologio rotto, simbolo del tempo fermato per la paura verso l’incognito.
Tiepidamente, da dietro un albero di cartone, la maschera dell’ubriachezza faticosamente si avvicina al centro del palco. Ogni tre passi e quattro indietro, sorseggia un miscuglio alcolico fatto di autocompiacimento e autoreferenzialità, mentre avvicina al proprio occhio sinistro un cannocchiale per guardare, come fosse lontano miglia, ogni cosa a due passi dal proprio corpo e della propria vista “naturale”.
Entrambi si accingono in un goffo scontro tra topolini con l’ego da montagne, generando noia e spazientimento tra il pubblico, il quale attende con ansia l’intermezzo per prendere un boccone d’aria e filarsela a metà dell’opera.

Volendo dare un volto e un nome ai nostri personaggi, oggi raggiungerò solo in parte tale obiettivo, preannunciando che la maschera dell’ubriachezza porta il nome del centrosinistra.

Il populismo non può che avere il volto del Movimento 5 Stelle, suo massimo inteprete. Dalle battaglie puritane a suon di proclami, editti e regole ferree, il mutamento grillino trasforma ciò che non era considerata, per principio, una professione – la politica – in un rapporto di lavoro, in piena regola.

Da quello che sembra un vero e proprio concorsone per il Pubblico impiego – più di 10mila concorrenti per 2.425 posti da candidati – alla penale (anticostituzionale) di 100mila euro in caso di cambio della casacca – lo sport più in voga alla Camera e al Senato, con i più importanti campioni olimpionici nella XVII legislatura (540 i cambi totali, a legislatura ormai chiusa).

Insomma, per il Movimento 5 Stelle il parlamentare è sì un dipendente ma non dei cittadini, volendo utilizzare il gergo grillino, ma un impiegato del Movimento e della Casaleggio Associati.
Il notaio, vestito di nero e con la falce ben in vista macchiata di inchiostro, segnerà la fine del principio costituzionale dell’inesistenza del vincolo di mandato parlamentare, trasformando in introiti economici una violazione di quello che è un diritto sacrosanto di ogni cittadino (candidato ed eletto).

Insomma, ci si chiede che fine facciano quegli eletti nei collegi uninominali (ce ne sarà qualcuno eletto per merito suo, no?) che dopo qualche mese di attività scoprono, anche loro, che con i 5 Stelle è meglio non averci a che fare, guardando al Gruppo Misto con grande desiderio. Non gli si può chiedere certo di dimettersi. I voti, in fin dei conti, se li sono guadagnati sul campo. Salvo che la Casaleggio Associati non voglia ammettere l’inconsistenza dei suoi candidati. Tutto può essere.
Certo, c’è da chiedersi quale sarà l’effetto dell’accettazione di candidati non iscritti al Movimento e, quindi, di tutti coloro che salgono in groppa a Grillo per approdare a Montecitorio e Palazzo Madama. Un’occasione ghiotta per chiunque veda la politica come un mezzo di sussistenza e per darsi un certo tono.

Insomma, dovremmo applicare lo Statuto dei Lavoratori anche ai parlamentari? Chissa se, a questo punto, Grillo e Di Maio siano felici dell’abolizione dell’art.18.
Nell’attesa, io comincio a sedermi sulla riva del fiume, pare ci sarà una gran regata, dal 5 marzo.

Ius Soli con canditi e zucchero a velo

Un accorato e trasversale appello proveniente dal mondo che fa dell’Italia quel Paese complesso che tutti conosciamo. Eppure, sembra che la minoranza sia mutata e ciò che una volta era una speranza di pochi, oggi è diventata un’esigenza sentita dai più: lo Ius Soli non fa più così paura. E menomale.

Cosa sia successo non è dato sapersi. Forse il processo lungo e lento che ha portato le persone a riflettere attentamente su quali fossero i veri pericoli della modernità, generati dall’umanità, spalleggiati dalla paura del cambiamento e dal senso di sconforto nel sentirsi schiacciati da un mondo che corre senza minimamente guardarci in faccia. È la realtà, bellezza. Benvenuti al mondo.

Sarà forse il destino che sconvolge, da sempre, le vite di tantissimi minori dalla pelle un po’ più scura di quella padana, dagli occhi leggermente più sottili di quelli altoatesini o dal cognome non propriamente bergamasco, ma la legge sulla cittadinanza, come Cristo, si è fermata nella Eboli della politica: il cassetto alla “Mary Poppins” del Parlamento, dove tutto finisce e, generalmente, poco o niente viene fuori, dopo un breve letargo.

Il 28 dicembre, cioè domani, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con una mano appunterà commenti al suo discorso di fine anno e, con l’altra, firmerà il decreto di scioglimento delle Camere, sentiti i due relativi presidenti già in campagna elettorale come tutti, del resto.

Tra gli appelli alla sensibilità della classe politica – che è sì sensibile, molto, ma a tutto ciò che suscita umori tra l’opinione pubblica, in modo da indirizzarne il consenso – c’è quello rivolto al Capo dello Stato di “allungare” la vita al Parlamento, consentendo l’approvazione della legge sullo Ius Soli e chiudere la Legislatura con un ultimo grande atto di civiltà e dignità. Peccato che tutto questo sia e rimanga solo un’utile citazione per titoli di giornale.

Lo Ius Soli sarà il piatto succulento sul quale i partiti politici si sbraneranno, durante la campagna elettorale. Sarà un piatto di primo piano, assieme a Banca Etruria, alla gestione del Comune di Roma e ad altre polemiche che fanno diventare più interessante una lumaca spiaccicata sull’asfalto di un’autostrada piuttosto che le Politiche 2018.

Il Partito Democratico dirà che il Movimento 5 Stelle non era presente in aula durante la discussione in Senato e si appellerà alla vergogna e al “facciamo chiarezza su chi siano i grillini”.
Il Movimento 5 Stelle, con cautela, lo utilizzerà alla buona e meglio quando sarà necessario per risollevare un po’ il consenso o per dare una scossa al dibattito politico, trascinando tutto e tutti nel fango del populismo sfrenato di cui ormai siamo abituati.
Liberi e Uguali ci terrà a precisare che per loro “chi è nato in Italia è italiano” e, magari, lo diranno con la voce di Bersani o Speranza, insomma, per il tramite di qualcuno già sentito e risentito, visto e rivisto, peggio di “Una Poltrona per Due” durante le vacanze natalizie.
La Lega Nord continuerà ad ammorbarci con la storia dell’uomo nero cattivo e di come gli italiani vengano prima degli altri. Poi, magari, qualcuno spiegherà a Salvini che di italiani stiamo parlando, magari con il suo stesso accento e con il “pirla” pronto a partire davanti ad un soggetto del genere.
Berlusconi, in tutto questo, da avvoltoio attempato qual è, osserverà dall’alto di Palazzo Grazioli, aspettando l’attimo giusto per irrompere nel dibattito e fregare il più fesso tra i competitor (anche appartenenti alla sua stessa coalizione).

Insomma, mettiamoci l’anima in pace, lo Ius Soli rimarrà un “impegno” di cui ricordarsi per i prossimi mesi, forse anni. Perché sì sa, i disegni di legge nei cassetti di fine legislatura sono come le anime nell’Inferno dantesco: lasciate ogni speranza voi che entrate.

Diamo i numeri: 68 proposte da 9 democratici 20enni

SESSANTOTTO (68) proposte. Siamo quasi al programma dell’Ulivo.
Concrete. Niente fuffa e niente slogan. Sono alcune delle risposte che la mia generazione attende da tempo e che noi, in quanto rappresentanti diretti di quella generazione in politica, abbiamo il dovere di sostenere e chiederne la concretizzazione.
Oggi Il Foglio riporta le nostre proposte.
Ci siamo io, Ludovica, Matteo, Federica, Francesco, Michele, Gaia, Luca e Alberto.
Siamo dirigenti dei GD, consiglieri comunali, studenti, lavoratori, disoccupati.
Siamo ognuno di coloro che vogliamo rappresentare.
Siamo semplicemente il contrario di sagome da palco.
Politica. Semplicemente questo.

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