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Il mio #IceBucketChallenge

Ringrazio il mio amico Dario Mancino – che ho avuto il piacere di conoscere durante il mio anno di Presidente del Parlamento regionale dei Giovani pugliesi – per avermi nominato nel suo #IceBucketChallenge.
Tuttavia, non parteciperò con la consueta secchiata d’acqua gelata, per diverse ragioni. Sono triste? Pazienza.
Conosco personalmente dei malati di SLA e credo che questa malattia porti via tutte le energie dell’intera famiglia del malato e credo che una secchiata non basti e soprattutto non serve millantare donazioni, fare video in cui criticare chi si butta un secchio d’acqua in testa, sventolando un assegno. Non esistono cavalieri in questo campo, non esistono scusanti. Non esiste un modo giusto e un modo sbagliato di interessarsi ad un problema. Se questa catena porterà dei suoi frutti, ben venga una rua replica, ma ognuno partecipa come meglio crede.
Quando sento parlare di SLA, di tumori, leucemie, sento un groppo in gola, perché ho perso persone a me molto care a causa di un tumore, ma il groppo in gola si fa sempre più persistente quando vedo il mio Paese che pullula di showman con un secchio in testa, ma senza un briciolo di programmazione sulla ricerca, di investimento di nuove risorse nel campo scientifico. L’Italia è un paese che investe pochissimo nella ricerca e nell’istruzione. Quando sentiamo parlare di scuola e università, pensiamo sempre e solo al lavoro dei docenti, agli stipendi, senza mai accorgerci che la barca affonda e che, senza ricerca, l’istruzione finirà in un vicolo cieco.
Ecco l’ Ice Bucket Challenge fatto a modo mio. Non dirò quando e quanto donerò, perché non devo farmi bello davanti a nessuno.
Io nomino tutti i ricercatori italiani che sono all’estero e che mi piacerebbe vedere tornare in Italia.

Le hub della ricerca secondo Renzi

Matteo Renzi, come ognuno di noi, dice cose condivisibili – vedi il rinnovamento del partito e della classe politica – e cose che lo sono meno, come la riformulazione del sistema universitario con la creazione di 5 hub di ricerca verso i quali far confluire tutti i finanziamenti pubblici per Università e Ricerca. È questo il vero problema delle università italiane?

Non è la prima volta che ne parla, lo ha fatto in campagna elettorale e lo sta facendo tuttora, peccato però, e qui gli va dato atto, che in moltissimi danno risalto a quello che fa e come lo fa, anziché ai contenuti. Io cercherò di essere controcorrente.

Alla trasmissione “Otto e Mezzo” (vedi video), il Sindaco di Firenze ha detto pressappoco così:

“Ma come sarebbe bello se riuscissimo a fare cinque hub della ricerca, cosa vuol dire? Cinque realtà anziché avere tutte le università in mano ai baroni, tutte le università spezzettatine, dove c’è quello, il professore, poi c’ha la sede distaccata di trenta chilometri dove magari ci va l’amico a insegnare, cinque grandi centri universitari su cui investiamo..le sembra possibile che il primo ateneo che abbiamo in Italia nella classifica mondiale sia al centoottantatreesimo posto? Io vorrei che noi portassimo i primi cinque gruppi, poli di ricerca universitari nei vertici mondiali. Ecco, per fare queste cose qui non si deve parlare di Berlusconi”.

Ora, mettiamo in chiaro che non sono a favore dell’università da asporto (sotto casa, per intenderci), ma qui si esagera e soprattutto Renzi ha toccato solo una parte dell’immenso problema universitario: i finanziamenti alla ricerca.

I finanziamenti alla ricerca? Vitali, necessari. Tutto questo ovviamente se vogliamo mantenere le nostre università pubbliche e non vogliamo fare la fine della Grecia che chiude università importanti e strategiche per il paese (una tra tutte, quella di Atene) a causa della crisi economica e dell’austerity tanto amata dalla Troika e della Merkel (fresca fresca di rielezione). Ma dov’è il punto? Dove, a mio avviso, Renzi sbaglia? E dove generalizza, senza conoscere la realtà studentesca e universitaria? A parte il fatto che il sistema universitario non è fatto solo di fondi e sedi “spezzettatine”, ma di molto altro.

Beh, innanzitutto, sbaglia nel volere creare 5 centri di ricerca e far confluire tutte lì le risorse economiche per la ricerca ed il sostegno alle attività didattiche universitarie, questo perchè l’obiettivo della sinistra – una sinistra europea e soprattutto progressista – deve essere quello di creare un sistema universitario parificato – cioè con offerte formative di uguale livello, più o meno e stesse possibilità per tutti gli studenti – e dove venga sviluppato un sistema di integrazione, supporto e crescita, frutto di una maggiore e più forte integrazione tra università e territorio, proprio perchè li atenei e i politecnici non sono affatto dei laureifici ma dei luoghi di sviluppo culturale, sociale e tecnologico. Tutto ciò che farebbe bene al territorio circostante. Poi se vogliamo parlare di finanziamenti pubblici alle università e alla ricerca rispetto al nostro PIL, l’Italia non ha nulla di cui vantarsi visto che siamo 32° su 37.

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Coniugare, quindi, università e territorio e rafforzare le realtà più importanti in tutta Italia e non solo le 5 migliori.

Vogliamo una società con più laureati o con meno laureati? Attualmente il nostro Paese non se la passa per niente bene, visto che siamo il fanalino di coda in Europa per numero di laureati (21% circa, contro il 35,7% della media Ue – dati Eurostat) e a questo punto la domanda sorge spontanea: con la creazione di 5 hub di ricerca e con la chiusura di tutte le altre università, un ragazzo o una ragazza, di un’altra parte d’Italia, che vogliono proseguire gli studi ma che si trovano nel limbo per quanto riguarda il Diritto allo Studio, perchè magari la loro famiglia ha un reddito che per poco non gli consente di accedere alla borsa e in più non riesce a mantenere le spese per mantenere una stanza da fuori sede, come fa a raggiungere e vivere nella città dove questa università è situata?

Quindi il Diritto allo Studio: prima di parlare di hub di ricerca, preferirei (sono sicuro non solo io) sentire come e dove attingere risorse per il sostenimento e rafforzamento del sistema del Diritto allo Studio, così da garantire a tutti coloro che ritengano importante gli studi, di poter accedere alle nuove hub renziane, magari senza indebitare i propri genitori o senza dover rinunciare al proprio futuro, proprio Adesso!

L’Istruzione è l’arma più potente che possiamo utilizzare per cambiare il mondo.

Università, ricerca, istruzione superiore, al centro di ogni possibile dibattito politico? Giammai, sono in pochi, forse unici a parlare del ruolo fondamentale che ha nel nostro Paese l’istruzione, la coalizione Italia. Bene Comune è l’unica, non ci sono altre risposte.

Devo dirvi la verità credo che per molto tempo il settore della formazione ha interessato i governi precedenti, tutti con un ministro che voleva lasciare il proprio cognome accanto alla parola “riforma”. Ora è giunto il momento di creare un progetto collettivo.

Non sono per l’ennesima volta buone parole da svendere in tv o in qualche teatro, ma è, secondo me, la ricetta migliore.

Un ministro non avrà mai il ricco bottino di esperienze che ricercatori, docenti e studenti, insieme, hanno sulle proprie spalle, neanche i loro consiglieri e sottosegretari, tutti quanti lontani anni luce dalla realtà reale degli atenei e delle scuole.  (altro…)

Se l’Europa fa il suo dovere e l’Italia si svegliasse

In Europa qualcosa sta accadendo. Di certo non per i mercati finanziari, che continuano a condizionare gran parte della politica del continente e del mondo intero, ma per un settore, molto importante (forse per l’Italia meno), quale quello della ricerca scientifica.

L’Europa ha finanziato, premiando con 1.000.000.000 € due progetti campione, nel vero senso del termine, dislocati uno in Svezia e l’altro in Svizzera.

Nel profondo Nord dell’Europa, si sta lavorando, infatti, ad un progetto rivoluzionario che trascina con se le progettazioni dei futuri prodotti tecnologici delle grandi case di produzione, americane, cinesi e sud-coreane, europee un po’ meno. Di cosa stiamo parlando? Del Graphene: un materiale composto da atomi di carbonio arrangiati su due dimensioni che, dopo aver fruttato il Nobel a due ricercatori dell’Università di Manchester, promette straordinarie e futuribili applicazioni industriali. La versatilità di questo materiale pare possa sostituire in toto il silicio nelle sue applicazioni industriali. Come già anticipato prima, molte delle principali aziende di produzione e sviluppo delle tecnologie ha già registrato un numero di brevetti a 4 cifre, in Cina 2204, in America 1754, in Corea del Sud 1160, mentre in Europa, lì dove è stato scoperto il graphene, meno di 500.

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