E adesso linciatemi pure

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

— art. 3 comma 2, Costituzione della Repubblica Italiana

Ora ditemi che le preferenze non sono un ostacolo di ordine economico che impedisce la partecipazione di tutti i cittadini alla vita politica.

Non siete d’accordo? Chiedetelo alle millemila euro che serviranno ai candidati alle regionali, nella prossima primavera, o alle lobby industriali che verseranno fondi ai candidati in cambio di aiutini.

Il problema di questo Paese? Individuate le mele marce (e non tutte) abbiamo preferito buttar via tutto il cesto, senza fare una cernita. Abbiamo abolito le province, abbiamo abolito il Senato (ora, no domani, no forse dopodomani ma ci arriviamo), ma abbiamo lasciato in pace ciò che con la rappresentanza non centra assolutamente un fico secco, ovvero le municipalizzate (sono tutte ancora lì, con tavolate imbandite con un prelibato menu soldi pubblici).

Dulcis in fundo, abbiamo ristabilito le preferenze. Modalità ancora tutte da definire (fino a quando non sarà approvata la legge, in questi tempi meglio non essere certi di nulla), ma per me rimane pur sempre una porcata, come porcata è stata l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, trascinandoli più di quanto non lo siano ora (ritorna il discorso delle mele marce) nelle braccia dei lobbisti. E poi ci lamentiamo degli sgravi fiscali che hanno ricevuto le concessionarie di slot machine? Ci lamentiamo, giustamente (ma ipocritamente), delle fondazioni? E poi? Peccando di lungimiranza, siamo bravi tutti a fare le riforme, peccato che chi ne subirà le conseguenze non saranno quelli che attualmente siedono in Parlamento, ma le nuove generazioni.

Ovviamente l’onda del populismo è sempre la più alta, perciò linciatemi pure, perché tanto la questione è chiara: lì dove c’è il consenso, lì c’è la politica (o meglio, i politici). A casa mia, è la politica a dover spostare il consenso, non il contrario.

Come si dice dalle mie parti: sciatavìn sciàt!

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