Politica
Si chiamano assassini e non musulmani
8 gennaio 2015 – 19:19
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È difficile, in questi momenti, comprendere quale sia il danno più grande che l’attentato di ieri, a Charlie Hebdo, ha recato al mondo intero.

Ci sono 12 morti e 5 feriti gravi. C’è un danno umano, questo è inconfutabile, ma c’è un danno culturale che sta devastando tutto e tutti. L’intera Europa si ritrova, ora, a dover fare i conti con impulsi populisti e razzisti.

Allahu Akbar!” hanno gridato gli attentatori, mentre sparavano all’impazzata, poi tutto il resto in francese perfetto.
“Musulmani!” ha gridato l’Occidente (per forza di cose), puntando i riflettori sul caso, mentre alle spalle i soliti populisti e razzisti si spalleggiavano per una lotta al diverso e alle moschee.

E se, anziché “Allahu Akbar”, fosse stato “Dieu est grand” il grido di guerra? Quali sarebbero state le reazioni? Si sarebbe chiesta la reintroduzione della pena di morte? Qualcuno avrebbe chiesto il monitoraggio delle chiese cattoliche?

Not in my name“, questo è stato il nome della campagna portata avanti da molti musulmani, in giro per il mondo, in cui gridavano a gran voce che le stragi e le barbarie non sono compiute in nome di un popolo e di una religione, ma in nome della pazzia, della frenesia omicida di gruppi estremisti che fanno della religione un pretesto, ma che hanno come scopo primario quello di incutere timore e di estendere il proprio dominio politico.

Come dicevo all’inizio, credo che l’attentato abbia messo a nudo un problema grave che aleggia in Europa: la paura del diverso, questo timore che spesse volte è frutto di stereotipi, senza un effettivo riscontro.

Ed è per questo che ritengo Salvini una persona spregevole, non perché il suo partito sia diverso dal mio, non perché sia del Nord, ma perché non conosce la cultura del silenzio e del rispetto. Ho sempre pensato che principi del genere non fossero neanche presenti nel suo vocabolario, ma oggi è quanto più opportuno ribadirlo.

Costruire è difficile, serve pazienza, forza e ordine. Demolire non richiede molto, basta anche un po’ di dinamite e un intero palazzo, costruito in 1 anno, vien giù in 5 secondi, lasciando come testimoni solo macerie e poco più.

Costruire una cultura basata sul rispetto, sulla tolleranza e sulla laicità è difficilissimo, credo che esistano poche cose, se non niente, di più di difficile di questo, ma dobbiamo provarci, dobbiamo impegnarci affinché l’Europa, l’Italia possano essere forti dinanzi ad un kalashnikov, ma allo stesso tempo impenetrabili dinanzi alle teorie del terrore e della discriminazione.

Una frase spiccava ieri, nelle piazze francesi: not afraid. Non dobbiamo aver paura di chi non professa la nostra stessa religione, non dobbiamo aver paura dinanzi ad attacchi vili e crudeli.
Io ho paura e, come me, tutti quanti voi, ma sento di averne di meno quando esco dalla mia sfera personale e sento di essere parte integrante di una comunità. Se questa comunità – la mia, la nostra, quella di tutti – si baserà su quella cultura della tolleranza, allora riusciremo ad estirpare un male curabile, quello degli estremismi, puntando il dito verso i veri colpevoli, non chiamando chi uccide “musulmano” ma “omicida”. Non commettiamo sempre gli stessi errori, perché facendo di tutta l’erba un fascio gli unici che ci ringrazieranno saranno gli attentatori, non le vittime.

Firmato,
Charlie.

 

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