economia

Ottimismo! Ottimismo! Ottimismo!

È ovvio che l’ottimismo c’è, ma mi chiedo se, dopo tutto quello che abbiamo passato, si possa ancora andare avanti a suon di slogan.

Dice bene Roberto Napoletano, su Il Sole 24 Ore: bisogna che si facciano le riforme, quelle economiche, quelle urgenti. La riforma costituzionale poteva essere un ottimo “punto 2” sull’agenda del Governo (e di conseguenza del Parlamento), come dico da un po’ di giorni.
Job Act e Justice Act (per mantenere lo stile di Renzi), sono due piani importanti che andrebbero sviluppati subito, visto che siamo già in ritardo.

Come afferma Napoletano (e non solo), senza un piano del lavoro e una riforma della giustizia civile e amministrativa, poco possiamo fare per far riprendere il PIL del nostro Paese.
Gli investimenti non si faranno vivi se prima non diamo un chiaro e forte schiaffone alla burocrazia, alla lentezza dei processi (per non parlare di tutte le scartoffie che generano) e a tutto ciò che negativamente ha reso l’Italia diversa da altri Paesi europei. Ricordo a tutti che la corruzione in Italia esiste, più di quel che si possa pensare.

Dobbiamo decidere che tipo di Italia dobbiamo essere. Un’Italia meno italiana e più europea (nello stile), oppure un’Italia più italiana, stile anni ’70.

Perció, l’ottimismo non è una cosa negativa, anzi, ma dobbiamo ricordarci che, per camminare, i piedi devono essere piantati per terra.

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Il PIL è come l’estate

Il PIL è come l’estate

Ancora una volta, il nostro Paese si è infilato in un tunnel, dopo aver guardato il cielo e sperato di poter toccare la Luna.

Il nostro Prodotto Interno Lordo, secondo l’ISTAT, ha il segno meno, – 0,2%. Tradotto in denaro, 3 miliardi di euro mancano all’appello.

Il PIL, in questo momento, ha svolto un ruolo fondamentale, negativo sotto diversi aspetti, positivo in altri, a mio avviso. All’Italia, negli ultimi due giorni, è come se qualcuno le abbia tirato un pizzicotto e ricordato di non essere in un mondo virtuale, dove priorità e problemi sono ben altri rispetto a quelli che hanno accerchiato i governi precedenti.

Riforma costituzionale? Sì, d’accordo, ma proprio ora? Come lessi da qualche parte, credo che Renzi stia cercando di lasciare il segno del suo passaggio, costi quel che costi. Vuole far vedere che lui qualcosa l’abbia fatta, non importa se era prioritaria o meno, ma qualcosa che faccia ricordare agli italiani che Matteo Renzi sia passato di qui. Un po’ come quel ragazzo che nei bagni della stazione, penna alla mano, scrive sul muro “Big G è stato qui“, rovinando il muro. Una cosa del genere.

Sarò ripetitivo, ma credo che la riforma costituzionale sia importante, non sono, invece, dell’idea che debba essere al primo posto nell’agenda del Governo e, soprattutto, del Parlamento. Importanti riforme strutturali andrebbero poste in cima alla Top 10 delle riforme. Il Job Act, per esempio, o le tasse. Ci siamo bloccati sugli 80 euro in entrata per qualche famiglia, ma non ci siamo impegnati più di tanto sulle uscite per tutte le famiglie. Ecco, probabilmente quanto abbia detto poc’anzi sia stato già inserito dal Governo nella sua agenda, ma non so fino a che punto convenga, a tutti, tenere in ostaggio il Senato a discutere di emendamenti su emendamenti alla riforma del Senato e del Titolo V. Non credo sia una priorità, anche perché come ho cercato di spiegare, non è che mi convinca molto questo Senato di nominati.

Se determinati temi siano stati presi sottogamba da parte di qualcuno, non lo so, ma se la situazione italiana è come l’estate 2014, stando alle parole di Renzi, credo ci sia poco da sorridere.

Io ad agosto mi sono raffreddato. Mai successo prima.

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Condanna a morte

Condanna a morte

Avete presente quelle scene dei film in cui le secchiate d’acqua servono per svegliare le persone? Bene, immaginate che a dormire sia l’Italia e a buttare il secchio d’acqua sia l’Europa. Peccato per il sonno pesante del nostro Paese, perché a quanto pare non sia servito a nulla.

Di cosa parlo? Dell’ennesimo schiaffone che noi italiani ci siamo presi in questo ultimo periodo. Uno schiaffone più che meritato, come sempre.

L’Unione Europea tira le somme e rileva che la corruzione di tutti gli Stati membri costa, in tutto, 120miliardi € circa e a fare da capolista c’è proprio l’Italia, con i suoi 60miliardi (e pensare che abbiamo pagato l’IMU per racimolare due miseri miliardini).

Bruno Manfellotto, su L’Espresso, riporta alcuni dati relativi alla percezione del fenomeno della corruzione da parte degli italiani: 97 su 100 sono convinti che la corruzione aumenti e si diffonda; 88 che senza raccomandazioni o spintarelle non sia possibile godere di alcun servizio pubblico; 64 che la politica sia lo strumento indispensabile per fare business (!!!).

I dati sono drammatici, non c’è bisogno di analizzarli a fondo per capire quale sia la reale situazione del nostro Paese, certo è che sulla corruzione c’è stata e c’è molta retorica e non ho mai visto nessuno tentare il colpo grosso contro la corruzione e, poiché è strettamente legata a questa, l’evasione fiscale. Non saranno due blitz della Guardia di Finanza a Cortina a spaventare gli evasori o, peggio, due dichiarazioni in Parlamento per far abbassare la soglia del fenomeno da “dilagante” a “sporadico” o per di più il famigerato redditometro. C’è bisogno di un cambio di cultura, un cambio che passi dal piano politico, poi giuridico e successivamente si radichi nella quotidianità dei cittadini.

Lunedì, durante Radio Locale, intervistando il Dott. Anastasia dell’Osservatorio “Antigone” di Roma, oltre a parlare della Fini-Giovanardi (peraltro dichiarata incostituzionale, poco fa), abbiamo approfondito la questione delle carceri e delle pene spropositate. Ecco, se c’è una cosa spropositata (al ribasso) è proprio il sistema punitivo per i corrotti, corruttori ed evasori. A dirlo non sono io, ma Stefano Livadiotti, giornalista de l’Espresso che, dal suo ultimo libro (che vi consiglio) “Ladri – gli evasori e i politici che li proteggono” (Bompiani, 2014) dice:

In Italia un dato ufficiale sull’evasione neanche esiste. Ma secondo il britannico Richard Murphy, fondatore di Tax Justice Network e inserito da “International Tax Review” nell’elenco delle 50 persone più influenti al mondo in materia di fisco, i soldi sottratti ogni anno alle casse dello Stato sono 180,2 miliardi di euro. Una cifra al cui confronto il paio di miliardi necessari a far saltare l’Imu sulla casa, dei quali si è ossessivamente parlato per un anno, sono bruscolini. Ma in Italia la lotta all’evasione è solo una farsa Basta pensare che su quasi 5 milioni di contribuenti sospetti i controlli veri sono appena 200 mila, come ha rilevato la Corte dei Conti. Che i pochi colti con le mani nel sacco possono contare sul vantaggio di una giustizia tributaria ridotta a un colabrodo, dove per il primo grado di giudizio occorrono 903 giorni. Che anche chi viene riconosciuto colpevole alla fine la fa franca: solo l’1,7 per cento delle denunce per reati tributari porta a un arresto. Il risultato è che il fisco si è visto sottrarre in 12 anni 808 miliardi e di questi ne ha recuperati la miseria di 69. E la cifra forse è pure gonfiata.

Perciò, quali sono i migliori strumenti per combattere e sconfiggere, veramente, la corruzione e l’evasione fiscale? Tutto ha un perno su cui poggia, tutto ha una colonna portante, l’evasione e la corruzione sono sorretti da una politica bigotta, pronta a minimizzare il dibattito sulla legge elettorale e a studiare, con la minuziosità degna di una squadra di statisti, a tutti gli escamotage possibili pur di farla franca su qualcosa, pur di ottenere un vantaggio rispetto al resto del Paese, con i privilegi e con l’ultimo scandaloso provvedimento che ha previsto l’abbassamento delle aliquote al 18,7% sugli stipendi parlamentari (un lavoratore, in media, si vede applicata una quota di 39,4%, praticamente più del doppio delle tasse!).

Parlo così, come se fossi l’ultimo grillino o dissidente di non so quale linea politica, ma in realtà sono solo agguerrito. Crederete mica che la battaglia la si faccia a mani vuote! Io ho una sola arma a disposizione ed è la rabbia che porto con me e dentro di me, perché non accetterò mai di essere cittadino di uno Stato di corruttori e che cola a picco ogni giorno di più (checché ne dica Letta!). Ma la mia, è una rabbia positiva, lucida, piena di grandi propositi e intrisa di passione. Non andrò via dal mio Paese, ma se dovremo viverci, credo sia arrivata l’ora di sottrarre l’Italia da una caduta inevitabile verso la condanna a morte, con i suoi boia, i truffatori dello Stato e degli onesti cittadini. Non è retorica, ma realtà. Guardatevi le spalle (ed anche avanti).

[GARD]
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Dopo la crisi, gli Stati Uniti d’Europa

Dopo la crisi, gli Stati Uniti d’Europa

Dalle difficoltà attuali emergerà una nuova Europa in cui il ruolo degli stati nazione sarà ridimensionato a favore di un rapporto più diretto con i cittadini. La seconda parte dell’intervento di Geert Mak alla conferenza organizzata da Trouw. Estratti.

L’11 marzo 1882, più di 130 anni fa, il filosofo e polemista francese Ernest Renan pronunciò un discorso alla Sorbona destinato ad avere un impatto molto duraturo. Si intitolava “Cos’è una nazione?”. “Una nazione è […] una grande solidarietà, costituita dal sentimento dei sacrifici compiuti e da quelli che si è ancora disposti a compiere insieme”.

Ancora oggi esistono filosofi e politici europei, specialmente a Bruxelles, che preferirebbero spazzare via lo stato nazione, un mito antiquato e perfino pericoloso del XIX secolo. Costoro considerano la crisi un mezzo per compiere, finalmente, un grande balzo in avanti; sognano ancora una federazione europea.

Se si applica la lucida definizione di Renan al nostro continente, tuttavia, allora – anche a distanza di mezzo secolo da quando si sono gettate le fondamenta dell’Ue – non resta granché di una simile nazione europea. Se c’è qualcosa che la crisi e la conseguente spinta estrema all’austerità hanno rovinato è proprio quella solidarietà, quella volontà di continuare a vivere insieme una stessa vita, come faceva notare Renan.

Non è tutto. Il problema di quei grandiosi sogni europei è che nel respingere lo stato nazione, l’importanza del fattore “luogo” non è stata tenuta in debito conto, in linea generale. I formaggi non pastorizzati semi-illegali dei mercati di Dieppe, il caffè fumoso e privo di servizi igienici del paese di Vasarosbec in Ungheria, il cioccolato di Bruges, i pannelli solari di Neukirch, la costruzione della metropolitana di Amsterdam… Che cosa non è stato soffocato dalla grandinata di normative dalle buone intenzioni di Bruxelles?

Tutti questi, presi singolarmente e insieme, sono sintomi di una federazione europea che negli ultimi decenni ha completamente perso il suo equilibrio. Fin troppe questioni che un normale rapporto federativo, come quello degli Stati Uniti d’America, lascia alla competenza di singoli stati membri – dal formaggio al cioccolato, per esempio – sono amministrati direttamente da Bruxelles.

D’altra parte, in Europa troppi ambiti politici che in tutte le federazioni sono più o meno gestiti a livello centrale – il settore finanziario, per esempio, e naturalmente la politica estera e la difesa – continuano invece a essere amministrati dalle capitali nazionali. I cittadini europei ne hanno un’acuta consapevolezza. Se c’è qualcosa che mette davvero a repentaglio il supporto all’Unione europea, a parte la mancanza di democrazia, è sicuramente questo.

Dovremmo riportare in vita lo stato nazione in tutto il suo splendore, come sostengono alcuni? In tal caso, in assenza dell’Ue ma in qualità di europei dovremmo forse occuparci insieme di migliaia di questioni disparate, dalle quote per la pesca agli accordi finanziari alla politica energetica? Per non parlare della questione del clima, che nel XXI secolo si è abbattuta su tutti noi. Il mondo stesso non si è espanso ben al di là dei confini nazionali?

Che ci piaccia o meno, dobbiamo trovare forme adeguate e democraticamente controllate per questo onnipresente “spazio” europeo. Sarà difficile e problematico, ma non c’è modo di tornare indietro al 1956.

Dove lo stato nazione potrebbe acquisire un nuovo spazio è nella democrazia europea. Pertanto, è legittimo auspicare l’istituzione di un senato europeo che, come avviene negli Usa, rafforzi la componente nazionale nell’ambito del parlamento europeo e della democrazia europea. Altrettanto importante è la trasformazione dell’ideale nazionale risalente al XIX secolo di “sangue, lingua e territorio” in un ideale più politico, come hanno gli americani. Ormai, questo processo è in corso anche in Europa.

Questa crisi sarà seguita da un Rinascimento europeo, in un modo o nell’altro. Da questa Unione europea dolorosamente messa alla prova, dovremo ricreare uno spazio europeo nel quale ogni cittadino europeo si senta a casa propria. Meno motivato da sogni e idealismo, temo, e più dalla dura necessità. Non trionfale, ma realistico e modesto. In primis e in assoluto tenendo in maggiore considerazione i valori associati al concetto di “spazio” presenti nelle normative europee e nelle istituzioni. Rispettando, coltivando e quando possibile proteggendo tutto ciò che si associa a quei valori contro la già eccessiva aggressione europea e globale.

Economie parallele

Quello spazio deve essere creato anche nel dibattito politico, non liquidando semplicemente tutti coloro che non si sentono più a casa propria nel loro angolo di mondo come i populisti e i nazionalisti. Questi sono sentimenti che l’estrema destra sa sfruttare da sempre. Ma ciò dipende dal fatto che i movimenti progressisti e liberal-conservatori hanno regolarmente prestato troppo poca attenzione alla necessità umana di una casa, di un proprio spazio e di tutto quello che a ciò si associa.

In secondo luogo, quell’equilibrio può essere ritrovato e ripristinato dedicando più attenzione a quali elementi possono dare un contributo all’Europa. Ovunque, ma soprattutto a sud, stiamo vedendo in che modo, spinte dalla necessità, spuntino ovunque economie parallele, che si basano su un sapere locale, su prodotti locali, su network locali– il che significa, senza alcun commercio e distribuzione – su estensioni locali del credito, su una fiducia locale.

E infine, l’equilibrio si ripristinerà con l’espansione del concetto di “spazio” che è andato prendendo piede in particolare negli ultimi decenni. Sempre più spesso si vede come tale concetto travalichi gli ambiti nazionali. Talvolta è la regione – che spesso oltrepassa varie frontiere – tal altra è un paesino, sempre più spesso una città.

Al momento, per esempio, sono per lo più le città i luoghi dove creatività e innovazione fioriscono e si sviluppano malgrado tutto il pessimismo, dove i migranti vanno e vengono, dove i municipi abbattono le barriere nazionali e si avvicinano gli uni agli altri in tutto il mondo. Fin da prima della crisi siamo entrati nel vortice di un processo lungo e difficile. Tra tentativi ed errori ci stiamo dirigendo poco alla volta verso un’Europa fatta di persone, invece che un’Europa fatta di stati.

fonte: PressEurope.eu

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Lettera dalla Spagna

Ho avuto il piacere di ricevere questa lettera, da un ragazzo spagnolo che, per tre mesi, ha vissuto nel nostro Paese. Credo che siano parole chiare, nette e penso anche di sconforto, per un giovane che vede il proprio Paese deriso e additato da tutta l’Europa. Ecco la lettera.

10 miliardi di euro. Questo è ciò che hanno tagliato dall’istruzione pubblica e dalla sanità. E questo é anche ciò che è stato fatto per evitare che Bankia (la più importante banca spagnola) fallisse. I cittadini spagnoli vivono una menzogna. I nostri politici si sono arresi, non sanno cosa fare, loro guardano il loro paese andare a picco, cercando di nasconderlo.
Mi sto rendendo conto che la Spagna è il peggior paese dell’Unione Europea. Infatti, molti politici stanno pensando di uscire (come nazione, ndr) dall’UE. Verremo cancellati dal mondo. Mi si diceva che su Facebook siamo liberi di esprimere quello che vogliamo, non dovrebbero dirmi niente se insulto i capi politici, il “cacciatore di elefanti” (Re Juan Carlos, ndr), il nuovo traditore (Rajoi, ndr) o tutti i corrotti di questo paese dove ci hanno cacato (senza farsi vedere) e del quale portano con orgoglio la bandiera. Non ce la faccio più. Mi dichiaro apertamente ANTI-SPAGNA, perchè non mi identifico con un paese di ladroni, corrotti, magnati, bugiardi e traditori al potere, e disoccupati e affamati nella strada dove si privatizza il pubblico (o direttamente si chiude).
Dove gli uffici sono tutte menzogne e metà della gente non paga le tasse.
Ritorniamo ai carri con cavalli, alla peseta, alle pecore, alle strade di terra, a piantare meloni per non morire di fame e sete cazzo!
È questo il paese dove vengono gli immigrati? Bella merda gli abbiamo preparato. Se io fossi un immigrante, in Spagna non andrei manco morto. Però di questa merda non frega niente a nessuno, nessuno la leggerà anche se lo traduco in inglese, perchè l’interesse è rivolto solo a vecchi e politici. No, non lo scrivo per te, Davide, ma può essere utile se lo traducessi in italiano e lo pubblicassi sul tuo blog. Io non farò parte della fuga dei cervelli. Farò parte della loro espulsione. E ora traduco questa merda in inglese così che gli stranieri vedano come stiamo. Sempre che qualcuno lo legga.

Un grande abbraccio,
Alberto.

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Di Costituzione debole

Fin quando le cose le si dicono e basta è un conto. La legge va salvaguardata, si, che storia! Berlusconi dice di voler cambiare l’art. 41. Uno degli articoli più importanti della Costituzione, per bellezza e significato. Ecco cosa dice:

L’iniziativa economica privata è libera. / Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. / La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

In parole povere, garantisce la libertà economica, pilastro fondamentale del sistema del nostro Paese, ma dall’altra parte, pone dei vincoli ben precisi alle aziende in territorio nazionale. Il secondo comma è un pezzo di storia, di storia contemporanea, di un racconto infinito, che parte dal passato e guarda al futuro del futuro, ma per molti, la fine arriva ancor prima di aver preso la pensione. Quante sono state le morti bianche nel 2010? 526. Ci sarà stato un motivo, non credete? Anche se il numero di caduti è diminuito, credo però che queste morti siano dovute ad una negligenza da parte dei datori di lavoro che, già prima dell’annuncio di B., quell’articolo 41 della Costituzione non lo hanno mai considerato.

Se da un lato il Governo parla di rispetto delle regole, di salvaguardia della vita degli operai, di sicurezza sul lavoro in ambiti generalizzati, dall’altra tenta di modificare una parte che parla proprio di questo, eliminando i vincoli che, secondo lui (B.), impediscono alle imprese di lavorare come si deve. Sarà proprio vero? Credo proprio di no, anche perchè mai nessun imprenditore si è mai lamentato dell’art. 41 e come tale va salvaguardato. Ciò che deve risultare una priorità all’interno dell’agenda politica, al posto della giustizia ad personam, contra judicem, sono proprio le liberalizzazioni. Bisogna liberalizzare le imprese, condurre una politica liberale, la solita storia che il Cavaliere spolvera in campagna elettorale.

Ma se un Governo guidato da un imprenditore, ricco di esperienza industriale, decide di modificare l’art. 41, in materia di sicurezza e di salvaguardia dei diritti e della dignità dell’uomo, vuol dire che c’è qualcosa che non va.

Cosa aspettiamo? La catastrofe? O che nascano i papaveri sull’albero? Aspettiamo, come solo noi sappiamo fare: a braccia conserte, senza lottare e metterci del nostro nella cacciata di Berlusconi e di tutti i suoi scagnozzi-servi.

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L’Italia e il bastone fra le ruote

Testo del video:

Ciao a tutti, credo che una domanda iniziale, vi possa aiutare a capire di cosa parlerò oggi: Cosa è lʼItalia allʼestero? Ma soprattuto, come viene visto il nostro Paese dagli altri stati europei? Ritengo siano domande importanti, perchè coprono il vero senso e la vera base dellʼeconomia mondiale del nuovo millennio, la fiducia e i buoni rapporti tra tutte le economie mondiali. A Davos, in Svizzera, si è celebrato oggi il World Economic Forum, un appuntamento annuale che chiama a raccolta i grandi dellʼeconomia mondiale e li mette in un piano di confronto e di progettazione del futuro. LʼItalia era presente. Per noi nella cittadina svizzera cʼera Tremonti, peccato però che non sia stato presente ad una conferenza proprio sullʼItalia. Siamo uno dei paesi più sviluppati economicamente, ma i problemi politici sono così grandi che siamo passati in zona retrocessione. La conferenza che, tanto per menzionarlo, aveva il nome di “Italia, un caso speciale”, è stata introdotta così: “Malgrado la sua storia, il suo patrimonio culturale, la forza di alcuni settori della sua economia, il paese ha difficoltà di governance e un’influenza sproporzionatamente piccola sulla scena globale. Le sue prospettive economiche e sociali appaiono negative”. A leggere questo passo, direi che il tutto si fa interessante, peccato però che il Ministro dell’Economia italiano sia impegnato ad un’altra conferenza stampa, da lui convocata, parallelamente al dibattito in corso, neanche a farlo apposta, sempre a Davos. Tante le critiche, le più pesanti sono state quelle di Michael Elliott, direttore del Time, che dice: “Contate molto meno di quel che dovreste nell’economia internazionale, i problemi del vostro governo vi precludono di svolgere il ruolo che vi spetta”. Tuttavia, il caso Ruby non è rimasto nascosto, infatti Nouriel Roubini spara colpi dicendo: “Di solito parlo solo di economia ma nel vostro caso il problema del governo è diventato grave, è una vera distrazione che v’impedisce di fare quello che dovreste. Siete di fronte ad accuse di una vera e propria prostituzione di Stato, orge con minorenni, ostruzione alla giustizia. Avete un serio problema di leadership che blocca le riforme necessarie”. Il caso è grave, sembra come se si trattasse di un convegno di medici e il caso da guarire si chiamasse Italia, un caso che potrebbe attaccare il sistema degli altri paesi europei. E come se non bastasse, si parla di un possibile destino italiano, simile a quello della Grecia, del Portogallo e dell’Irlanda, tamponato da Tremonti e Draghi ma non del tutto eliminato. Sempre nel campo economico-politico, c’è chi dice giustamente, a mio avviso, che le riforme di cui l’Italia ha bisogno non sono oggetto di continua ricerca, perchè si sa perfettamente di cosa il Paese ha bisogno, ma mai nessuno si è mai interessato veramente. Il capo della redazione americana dell’Economist, che fu analista della situazione italiana, nel 1997, quando al centro dell’attenzione c’era l’ingresso nel mondo della moneta unica, dice chiaramente: “Da allora il paese è rimasto troppo immobile. Le tendenze dell’economia globale rischiano di trasformarvi nell’anello debole dell’Unione europea. Se l’Italia non usa i prossimi cinque anni per un reale cambiamento, vi ritroverete dalla parte perdente dell’eurozona”, proprio perdente. Questo perchè, effettivamente, sono molti coloro che hanno tratto beneficio dall’Euro, crescendo ed espandendo i propri confini economici in tutto il continente. Basti pensare alla Romania, new entry della Comunità Europea, sta crescendo dal punto di vista infrastrutturale e sociale in maniera esorbitante, tanto da essere destinata a diventare un prossimo fattore di crescita dell’intera eurozona, forse riuscendo a superare persino l’Italia stessa. La domanda da un milione di dollari è stata: “I gravi reati di cui Silvio Berlusconi è accusato sono ben noti. Ma a voi sta bene lo stesso? E’ questo il governo che volete?”. E fatta la domanda ad un convinto elettore di Berlusconi, ha risposto così…L’italiano non riesce a comprendere quanto stia facendo Berlusconi per strumentalizzare il proprio ruolo istituzionale, al sol fine di scappare dai processi in cui è coinvolto. Come se non bastasse, continua a ribadire che la volontà del Governo è quella di mettere in cima all’agenda del Paese, la giustizia. E il lavoro? La scuola? La burocrazia? La mobilità sociale? Tutti aspetti poco seri, ciò che conta è che lui riesca ad abbattere il sistema giudiziario italiano, a lui scomodo.

Ciao a tutti, alla prossima.

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Messaggio di inizio 2011

Questo 2011, secondo me, sarà un anno un po’ diverso da quelli scorsi, o comunque spero, più positivo rispetto al 2010. E’ un anno che parte con il sangue, con la sofferenza, con il dolore di una famiglia senza più il proprio ragazzo, a causa della guerra in Afghanistan, con un omicidio trasformatosi in un business – quello di Avetrana e il suo calendario, pubblicizzato da un tronista di “Uomini e Donne”, persona che in dialetto barese potremmo definire più che “nu tronist”, “nu t’rmon”. La televisione nel 2010 ha fatto una strage, migliaia di persone sono finite sotto cura farmacologica per rimbecillimento. La politica ha fatto il suo dovere, se da una parte ha contribuito a far innalzare il senso di smarrimento della gente, dall’altra è riuscita a dare un senso di speranza, peccato però che non sia la politica generale ad aver dato inizio a questa nuova fase, ma solo una fetta di essa e, posso non sembrare credibile, quella fetta è proprio la sinistra italiana. Le cose sono in movimento, la sinistra scopre nuovi volti che fanno bene alla salute di tutta l’aria riformista di centro-sinistra. Da Renzi a Vendola. Io spero che il 2011 possa essere un anno di dovute verifiche, ma allo stesso tempo di obiettivi raggiunti di sogni realizzati e di progetti nuovi da mettere in cantiere. Chi crede nel futuro alzi la mano, anzi, alzasse il mouse, perchè è di questo che abbiamo bisogno. Il nostro Paese ha bisogno di una boccata di ottimismo ma soprattutto di buona volontà, tutt’altra cosa da ciò che il Berlusconismo e Berlusconi hanno fatto in questi anni, l’ottimismo di Berlusconi era solo una presa per i fondelli e lo sappiamo bene.

L’economia ha chiuso al ribasso nel 2010, Piazza Affari ha chiuso con -13,23% di ribasso (solo Madrid è andata peggio, -17%, in tutta Europa), cosa ne sarà dell’Italia in questo 2011? Il messaggio del Presidente della Repubblica non mi da nulla di nuovo, solo parole già sentite gli anni scorsi, solo promesse e promesse e messaggi alle istituzioni, messaggi importanti, ma volanti. Verba volant scripta manent dicevano i latini, parole sante, anche perchè di parole volanti in questo 2010 ne abbiamo sentite e viste tante, a partire da l’Aquila a Napoli.

Ma la domanda da 1 MILIONE DI EURO è: cosa accadrà in questo 2011? Ci saranno o no le elezioni? Chi vincerà le primarie del Centro-Sinistra? Chi diventerà il prossimo Presidente del Consiglio? Cosa accadrà al nostro sistema economico? Riusciremo ad uscire dalla crisi? Cosa accadrà nel Mondo? Cosa succederà alla Scuola Pubblica Italiana? E all’Università? Le borse di studio? Ci saranno o no? Aspettiamo fiduciosi lo sviluppo di questo nuovo anno, ma io preferisco non starmene seduto, scendo in campo anche io.

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