Dichiarazione d’intenti di un lettore balneare (più o meno)

Leggere è rilassante. Bugia. Dipende sempre da quali libri si vuole leggere. Certo, leggere un libro che si è scelto di leggere è molto più piacevole di quando si è costretti a farlo, vuoi per studio o per lavoro.

In vista della mia pausa estiva, ecco i libri che, in un modo o nell’altro, proverò a leggere durante agosto.

Grandi speranzeCharles Dickens;

Il giorno della civettaLeonardo Sciascia;

Gimsons’s Prime MinisterAndrew Gimson;

Il club degli incorreggibili ottimistiJean-Michel Guenassia*.
* Ho dovuto aggiungere in corsa questo libro. Era nei miei pensieri da molto. Sono andato in libreria, pensavo di dover comprare solo un libro, ne sono uscito con tre, tra questi c’è lui.

E voi? Occhio ai libri zombie!

10 anni di Kindle e i Don Chisciotte della carta stampata: il nemico dei libri è il lettore elettronico o quello umano?

Avevo 14 anni quando l’e-book reader di Amazon, il Kindle, faceva irruzione nel mercato dell’editoriaIrruzione è il termine più appropriato, perché la portata rivoluzionaria di questo oggetto va ben oltre le sue dimensioni, i suoi hardware e lo schermo a microsfere.

Alto e spesso quanto una matita, la stessa con la quale ci siamo, più volte, ritrovati a prendere qualche appunto sulle pagine di un saggio o a sottolineare un passaggio emozionante sull’ultimo romanzo del nostro autore preferito. Pesante quanto un piccolo libro tascabile, quanto una di quelle piccole opere editoriali realizzate con la pretesa di spiegarci, in modo sintetico, le ultime novità di un mondo in continua evoluzione. E quella stessa evoluzione, alla fine, ha travolto quelle pretenziose pagine, suscitando la paura diffusa di vivere quella che molti definiscono una catastrofe: la scomparsa delle librerie, quelle da cui ci rechiamo nel comprare libri stampati e sia quelle presenti nelle nostre case, capaci di raccontare storie e di alimentare ricordi. Ma è davvero fondata questa paura? Continua a leggere “10 anni di Kindle e i Don Chisciotte della carta stampata: il nemico dei libri è il lettore elettronico o quello umano?”

The Industries of the Future, Alec Ross – Recensione

Non è per una mera composizione fotografica che, accanto al libro di Alec Ross, Il nostro futuro (The Industries of the Future, in lingua originale), ci siano dei post-it, una penna e una matita. È un libro che va attentamente studiato, da cui prendere appunti. Ho riempito le pagine di note, informazioni evidenziate e tutto ciò che mi è servito per arrivare ad una conclusione incontrovertibile: questo libro va letto e consigliato, soprattutto alla mia generazione a cui, credo, Ross abbia voluto rivolgersi, più di chiunque altro.

Sfatiamo subito un mito che aleggia di fronte a libri di questo tipo: non è un ricettario né, tantomeno, un insieme di slogan da parte di chi, dall’alto della sua comoda scrivania, pensa di poter dare una lettura oggettiva del mondo, senza conoscerlo affatto.

Alec Ross è un esempio di capacità, passione e umiltà, un mio punto di riferimento, che ha deciso, nel 2016, di pubblicare questo libro per offrire un cannocchiale con cui guardare il mondo dei prossimi 10/15 anni. Un mondo diverso da quello in cui viviamo. Un mondo con sue logiche oggi impensabili dalle menti conservatrici. Un mondo che arriverà, comunque, che lo si accetti o no.

Italoamericano (i suoi antenati emigrarono dall’Abruzzo verso gli States, cento anni fa), tra i massimi esperti di tecnologia degli Stati Uniti e del mondo, è stato Senior Advisor per l’Innovazione del Dipartimento di Stato degli USA, durante il mandato di Hillary Clinton. Ha girato in lungo e in largo il mondo, grazie al suo lavoro, avendo la fortuna di conoscere gli aspetti più disparati e nascosti di ogni angolo della Terra, dai più importanti ai più remoti. Ha immagazzinato una mole di informazioni, spunti di riflessione che cerca, egregiamente, di mettere a sistema nella sua opera, diventata il filo d’Arianna in un labirinto, quello del presente, tortuoso che tiene intrappolati molti di noi, in una dimensione sempre più sbriciolata dalla rivoluzione tecnologica. Una rivoluzione silente, spesso, altre volte accompagnata dalle fanfare degli annunci in pompa magna. Una rivoluzione che non tutti sanno di star vivendo.

Dalla nascita di AirBnB alle sfide della digitalizzazione nella sanità, passando da una visione dell’Africa e dei Paesi in via di sviluppo completamente fuori dai preconcetti che si associano ad essi. Ecco la funzione di questo libro: apre la mente e l’anima verso una visione della realtà completamente diversa. Una sorta di realtà aumentata, capace di farci viaggiare nel tempo e la conclusione a cui si giunge, quando si finisce questo libro è: ma viaggiare in quale futuro? Siamo già in quel viaggio e non ce ne rendiamo conto.

Sollevare criticità riguardo l’innovazione tecnologica è diventato uno sport per molti. La paura verso la nuova “stregoneria” chiamata tecnologia travolge chi non comprende il suo enorme potenziale o guarda ad essa come un elemento fuori dal controllo dell’uomo. Ma è l’uomo che crea tecnologia. È l’uomo che decide da che parte deve andare l’innovazione tecnologica. Il motto “si stava meglio quando si stava peggio” lasciamolo ai perdenti. Abbandonare la palude della paura e della nostalgia è d’obbligo se vogliamo essere pronti allo tzunami dell’innovazione che ci travolgerà nei prossimi anni.

Alec Ross – attualmente candidato per i Democrats a Governatore del Maryland – con eleganza, semplicità e lucidità prova a dare suggerimenti che possono essere colti o meno, sta a chi legge (o a chi vorrà farlo) farlo o meno. Questo è chiaro.

A chi, come me, è appassionato delle tecnologie – non nella loro banale declinazione di device di ultima generazione, ma come fattore di cambiamento economico, sociale e politico – non posso che consigliare di leggere questo libro e lo faccio con una citazione, tra le più interessanti che ho raccolto:

Se quello che ci sarà di qui a dieci anni sarà un mondo in cui la privacy come la conosciamo oggi non esisterà più, le norme cambieranno. In un mondo senza privacy ognuno avrà il suo scandalo. E in quel mondo l’idea stessa di comportamento scandaloso sovrà cambiare. Ripenso alle elezioni presidenziali del 1992, quando la questione se Bill Clinton avesse aspirato o no dopo aver preso una boccata da una canna di marijuana divenne un punto centrale della campagna. In tempi più vicini,m nel 2008, l’ammissione di Barack Obama di aver fatto uso in passato di marijuana e di cocaina è stata praticamente una non-questione. Nel corso di quei sedici anni le norme erano cambiate. (pag. 221)

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L’etica dei principi vs. l’etica della responsabilità

Le vacanze, come ogni anno, offrono del tempo prezioso per ritrovare se stessi e per riflettere su quello che sarà e su quello che si è fatto fino ad ora. Uno strumento molto utile, a tal proposito, è senza dubbio il libro.

Ho appena finito di leggere un libro tratto da una conferenza di Max Weber, tenuta all’Università di Monaco nel 1919: La politica come professione. È un testo che consiglio di leggere, non per una banale tendenza a leggere tutto ciò che ha nel titolo la parola “politica”, ma perché è illuminante e dire che mi sono ritrovato nelle parole utilizzate da Weber è dire poco.

C’è sempre qualcosa che ti rimane più impressa, rispetto ad altri concetti e ad altri aspetti del pensiero weberiano di questa conferenza. A me ha colpito lo sdoppiamento dell’etica in due tipologie: l’etica dei principi e l’etica della responsabilità.

Banalmente, l’etica dei principi è incarnata da chi lotta e agisce mosso dai soli principi che ritiene di custodire e voler concretizzare con le proprie azioni. Il soggetto che rispecchia tale descrizione è colui che, oltremodo, ritiene stupidi e ignoranti tutti coloro che la pensano diversamente da lui, che non hanno i suoi stessi principi e non sono mossi dallo stesso fervore. Oggi individuare tali soggetti non è per niente difficile, ma ci tornerò in un secondo momento.

L’etica della responsabilità, invece, è l’opposto di quella dei principi, se presa isolatamente: agire secondo responsabilità significa burocratizzare l’azione, renderla risultato di effetti concatenati, sviluppati a tavolino, strettamente legati ai loro effetti nella realtà. Agire secondo l’etica della responsabilità, oggi, significa approntare una mera azione amministrativa: per raggiungere l’obiettivo x devo fare e z; per poter fare y devo ottenere ab c. Di questo modello di azione, a mio modo di vedere, ne è intrisa la classe politica attuale, classe di funzionari e burocrati della politica, ma non di politici di professione.

Per Weber, il politico di professione – quello vero – è colui che agisce sia secondo l’etica dei principi e sia secondo l’etica della responsabilità. Un sistema a due che offre, non soltanto, una capacità di lettura del mondo completa, ma le stesse etiche offrono al politico di svincolarsi dal mero corso della Storia e farsi Storia.

Oggi chi agisce secondo l’etica dei principi? E chi secondo quella della responsabilità? C’è qualcuno che rappresenta l’unione di entrambe? Chiaramente, al mondo, come in Italia, esistono tutti e tre gli esempi, ma dovendo individuare quale categoria oggi detenga il potere, la difficoltà nel farlo è pari a zero: oggi il potere è animato dall’etica della responsabilità. La classe politica è composta da funzionari e burocrati della politica, da quelli che Weber chiama anche imprenditori della politica, cioè coloro che credono di gestire un partito o una Nazione come un’azienda. L’agire della classe politica è assimilabile al concetto di semplice amministrazione, di mera gestione delle cose, ordinata o meno che sia. Questo metodo è sbagliato, come sbagliato è l’altro, basato sull’etica dei principi. Perché sono sbagliati entrambi? Perché una sola etica non porta da nessuna parte.

Ma se abbiamo individuato coloro che agiscono secondo l’etica della responsabilità, chi agisce secondo l’etica dei principi? Tutti coloro che definiremmo tifosi della politica. Ovviamente Weber non parla di tifo, ma osserva come chi è mosso da tale etica è munito da paraocchi, da una taratura culturale fittizia che impedisce ogni tipo di confronto, ogni tipo di scambio di idee. Chi la pensa diversamente da lui è il responsabile del male del mondo ed è uno stupido che merita di soffrire nel male da lui stesso provocato.
Fare due più due e subito l’associazione di idee giunge ad un risultato lampante: oggi chi agisce secondo l’etica dei principi (e basta) è colui che trova nomignoli offensivi a chi non è dalla sua stessa parte; è colui che al confronto sostituisce l’offesa personale e sociale; è colui che, trovandosi in una situazione che non rispecchia i suoi principi, preferisce scappare e non combattere per cambiarla.

In tutto questo, chi, invece, rappresenta l’unione delle due etiche? Oggi chi incarna l’etica dei principi e l’etica della responsabilità, insieme, è colui che vive la politica come un servizio civile permamente, ponendo la prospettiva al centro del suo pensiero politico. Oggi agisce con tale metodo chi guarda oltre l’utilitarismo, chi offre una prospettiva lungimirante, frutto di un sogno moderno, di un sentirsi parte del mondo. Oggi essere “bi-etico”, per dirla con una metafora, significa immaginare il mattone ideale e come costruirci una casa, e non meramente immaginare il mattone perfetto né, tantomeno, immaginare solamente come prendere un mattone e unirlo ad un altro con del cemento. Probabilmente l’esempio è un po’ tortuoso, ma, dal mio punto di vista, rende l’idea.

Oggi abbiamo paura a definirci politici di professione, perché la politica si è trasformata in un semplice insieme di privilegi e, quindi, il politico di professione viene visto come colui che di lavoro fa il “privilegiato”. Ma non confondiamo la politica come professione con i diversi ruoli che un politico può occupare. Il ruolo non fa il politico e viceversa. Si fa politica ogni giorno, indipendentemente dal ruolo ricoperto o dalla posizione nella società. Chiaramente, c’è chi sviluppa il proprio pensiero politico una volta all’anno (in media) – durante le elezioni, nella scelta del candidato da votare – e chi, invece, fa della politica la propria vita e del proprio pensiero politico il suo pane quotidiano e il perno su cui ruota il proprio agire. Non dobbiamo disprezzare né l’uno e né l’altro modo di intendere la politica – sono il risultato del libero arbitrio dell’uomo e del destino – chi di noi ha scelto la propria vocazione?. Il rispetto è cosa fondamentale per gettare le fondamenta di una società che spiani la strada al corso naturale delle cose e, magari, alla nascita di una classe politica “bi-etica” e non più “mono-etica”.

“Sappia il mio cuore reggere l’urto con il destino della mia Terra”

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Camminavo. Lo facevo ogni giorno, da quando avevo sei anni. Camminavo da casa dei miei nonni a Via Pairoli n.6, una stradina buia, con un eterno odore di piscio putrido. In quella via ci abitavo, ricordo esattamente quel giorno in cui ci trasferimmo dalla periferia, fu una festa per me, perché avrei cominciato a vivere tra le vene principali della Città. Mi sentivo come un embolo, che da una gamba arrivava al cuore, pronto a far esplodere emozioni nuove e forti. Forse letali per il mio spirito, chi lo sa. Una cosa è certa: da quel giorno, ho conosciuto Peppe, abitava nel mio palazzo. Un ragazzo robusto, dall’aria affranta, ma che non risparmiava mai un sorriso quando incrociava il suo sguardo con il mio. Diventammo amici, penso nei primi tre minuti di chiacchiera. Era un ragazzo indaffarato, gli piaceva leggere libri di storia, militava nel partito di estrema sinistra della Città. Era fiero di quell’impegno ed io ero felice per questo.
Erano le tre del pomeriggio, dicevamo. C’era un sole tremendo. Ve l’ho già detto che era il 25 aprile? No? Bene, ora lo sapete. La casa dei miei nonni era vuota – loro sono morti anni fa – ci andavo ogni giorno, perché mi piaceva sedermi su quella poltrona comoda che il nonno aveva nel suo studio. Libri immensi sugli scaffali robusti e chilometrici di una libreria in ciliegio tarlato, sposati con la polvere da ormai decenni, con copertine scarlatte e titoli dorati ormai sbiaditi dal tempo. Molti di questi parlavano della Resistenza. Ci teneva tantissimo, a quei libri, perché riguardavano la sua vita. Vi ho già detto che mio nonno è stato un partigiano? No? Bene, ora lo sapete.
Quel giorno stetti più del solito, in quella casa. Avevo trovato un piccolo blocchetto, una di quelle agendine che oggi sono di moda. Era il diario di quei giorni di battaglia, contro quelli che lui definiva “la feccia della Storia”. Aveva la copertina rossa, pagine deboli che al contatto con le dita sembravano fare la fine dell’ostia con la saliva. Si scioglievano, sgretolavano in un battito di ciglia. Vecchia. Era molto vecchia quella agenda, di questo ne ero certo.
Di quelle pagine mi colpì una. C’era solo una frase, scritta con un inchiostro tremante più del solito. “Sappia il mio cuore reggere l’urto con il destino della mia Terra”. La lessi venticinque volte, la ripetevo ogni quattro passi, fino a casa. Da quel giorno guardavo il mondo con occhi diversi. Non mi sono dato ancora una risposta. Ma non fu l’unica cosa che mi percosse l’anima, quel giorno.
Mentre guardavo il soffitto, pensando a quella frase, mi arrivò un sms da Luigi – un amico con cui la sera del venerdì ero solito giocare a carambola, assieme a Peppe. “Accendi la tv sul primo canale. Ora!”. Non capii, ma mosso da una forza che non riuscivo a controllare mi alzai da quella comoda poltrona, mi diressi in cucina, accesi la vecchia televisione che la nonna fissava dall’alba al tramonto. C’era il telegiornale locale, mi era parso di vedere una strada a me conosciuta. Era via Pairoli, sentivo il puzzo di piscio nel naso solo a vederla. C’era molta gente, polizia, carabinieri e un’autoambulanza. Avevano picchiato a sangue Peppe e incisogli sulla fronte la svastica. Fu un paradossale shock per me. Nel giorno in cui si celebrava la fine della violenza nazifascista, quel giorno, quella stessa violenza, beffarda, si era presentata sotto casa, riempiendo di calci e pugni il mio amico Peppe. Alzai gli occhi da quello schermo, vidi la foto di mio nonno. Era come se piangesse.

Buon 25 aprile. Che non sia un giorno, ma l’eternità.

La deriva fascista la fermi con l’antifascismo nelle scuole

La manifestazione di Casapound ieri, l’ostentazione con cui i neofascisti si stanno conquistando alla luce del sole uno spazio politico è un fatto pericoloso, come è un’evidenza terribile e fetida che stiano lucrando questo consenso sulla pelle dei rom e dei sinti.

Vi consiglio di leggere questo bellissimo articolo di Christian Raimo, su Internazionale.