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Il mio intervento in Direzione nazionale, in sintesi

Ho appena concluso il mio intervento in Direzione nazionale dei Giovani Democratici.

In sintesi, ho detto che è sbagliata la lettura che abbiamo dato al risultato del referendum. Un 40% ibrido non può essere un punto di partenza, ma un punto di arrivo di un modo di intendere la politica. Il punto di partenza deve essere la nostra Comunità e le sue esigenze che da quel voto sono emerse.

Ho chiesto che ci si impegni più sui temi sociali, generazionali. Dobbiamo essere i portabandiera della nostra generazione, nella politica: lotta forte e decisa contro l’utilizzo mostruoso dei voucher (110 milioni di ore pagati con i voucher è disarmante e allarmante); posizione forte e propositiva contro i tirocini non pagati che ledono la dignità di tutti i giovani che si affacciano al mondo del lavoro; proporre un disegno lungimirante sul diritto allo studio, strumento fondamentale per sostenere le giovani generazioni nella loro formazione; e molto altro.

Oggi stiamo dando un messaggio chiaro e forte al nostro partito: lì dove questo non è riuscito minimamente, noi GD ci stiamo riuscendo alla grande – un’analisi concreta e cristallina del voto del 4 dicembre con annesse proposte da cui ripartire.

Noi ci siamo, raccogliamo la sfida generazionale.

Rimbocchiamoci le maniche e faremo tanta strada, non per un gruppo politico in particolare, ma per una generazione di italiani che manifesta il proprio malessere e chiede aiuto e scelte coraggiose.

Buona cammino.

“Ripartiamo dal 40%” is the new “abbiamo non vinto”

In attesa delle Direzione nazionale del PD di oggi, pare trasformata in una conferenza stampa di Renzi, ritorna in mente un must della politica: abbiamo non vinto che oggi si traduce con post di ieriripartiamo dal 40%. Vi rimando al post di ieri.

– disegno di Armando Genco © 2016

Buon voto a tutti!

Che sia un giorno di festa per la Democrazia, lasciandoci alle spalle una bruttissima campagna elettorale.

Inoltre, voglio comunicarvi che, da oggi, Armando Genco pubblicherà sul mio blog delle vignette satiriche legate ai miei post (quasi) quotidiani. Andate a vedere le sue opere, su internet e, quando possibile, fisicamente, alle sue mostre. Meritano di essere ammirate. Nel frattempo, ecco la prima.

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E quindi il TAR Lazio si è pronunciato sul quesito, senza colpi di scena

Che il TAR del Lazio rigettasse il ricorso sul quesito referendario, a mio modesto parere, era cosa scontata, vista la natura dell’oggetto del ricorso che esula dalla Giustizia amministrativa.

Fin qui nulla di sbagliato, se non fosse che alcuni sostenitori del Sì, oggi, hanno cominciato ad utilizzare tale ovvietà come elemento per la campagna elettorale, a sostegno delle proprie posizioni.

“Avete visto? Il TAR ha rigettato per difetto assoluto di giurisdizione! Il NO ha perso la battaglia sul quesito”, su per giù, il succo, di ciò che ho letto, è questo.

La sentenza, la n.10445/16, lunga 16 pagine, analizza i diversi aspetti del ricordo, ripercorrendo anche la procedura seguita dai proponenti il quesito. Brevemente, afferma che quanto sollevato dai ricorrenti è meritevole di attenzione ma, a seguito di quanto previsto dalle norme in materia, il quesito rispecchia gli standard previsti dalla stessa, senza alcun tipo di forzatura. Detto ciò, comunque il TAR non può pronunciarsi con sentenza, per difetto assoluto di giurisdizione. Una sentenza quasi scontata, ma che poco influisce sul dibattito referendario, salvo che non si voglia forzare la mano,  Fine della storia.

E doveva essere, davvero, la fine della storia su questa ridicola contrapposizione sul quesito referendario. Sia da una parte (i ricorrenti, con un chiaro messaggio di svilimento della contrapposizione al fronte del Sì), sia dall’altra (i proponenti, con un atteggiamento quasi isterico che getta il dibattito in un calderone senza fondo). Non si può continuare uno scontro sul referendum andando oltre il buonsenso e il merito. Vogliamo finirla? Tutti quanti?

Costantemente, in tv, ascolto appelli ad entrare nel merito della riforma, ma pochissime volte si passa dalle parole ai fatti.

Detto ciò, in tutto questo, io mi annoio. Che torni la Politica, quella vera.
Chi può e riesce dia l’esempio.

È ora di piantarla!

Questa campagna elettorale referendaria mi ha terribilmente rotto il cazzo. (E siamo ancora a meno 56 giorni dal voto.)
Quanta pochezza che c’è, nel nostro Paese, quando si tratta di discutere.
Insulti personali; dichiarazioni che non stanno né in cielo né in terra; interpretazioni assurde di articoli della Costituzione che non esistono; tutti costituzionalisti e pochi costituenti, quasi nessuno.
Volete che continui? Forse è meglio di no, potrei buttare il computer dalla finestra. Almeno lui salviamolo, visto che la dignità l’abbiamo calpestata per benino.

Carissimi tutti, o ci diamo una regolata, oppure io non penso di reggere ancora per molto.

Sogno una politica in cui si discuta nel merito, qualsiasi cosa sia l’oggetto della discussione stessa.
Sogno un Paese composto da cittadini consapevoli del loro ruolo, in qualsiasi momento.
Sogno di non dover più scrivere (e neanche pensare) cose del genere.
Sogno di poter terminare la mia giornata con una ricchezza umana in più di quella che avevo appena alzato.

Ok. Torniamo a lavorare.
Scusate lo sfogo pubblico, ma mi ero stancato di dovermelo ripetere in testa, ogni minuto.

Caro Matteo, disubbidisco e ti dico perché

Apprendo, dal sito dell’AGCOM, che il Partito Democratico stia invitando i suoi sostenitori ad astenersi dal votare al Referendum del 17 aprile prossimo, circa le concessioni per l’estrazione di petrolio dal sottosuolo marino.

Ritengo tale posizione non conforme con lo spirito del PD. Un partito che ha nel suo nome l’aggettivo “Democratico” non può chiedere ai suoi militanti e sostenitori di non andare a votare.

Lo ritengo un’incredibile caduta di  stile. La nostra Costituzione offre lo strumento del Referendum come unico mezzo, coadiuvato dalla proposta di legge d’iniziativa popolare, attraverso il quale i cittadini, in modo diretto, possono incidere sul sistema legislativo del nostro Paese.

Il Segretario Renzi dovrebbe rendersene conto e agire di consenguenza. Detto questo, mi rivolgo proprio a te, caro Matteo, che sei il mio Segretario e a te dico che no, mi dispiace, ma declino l’invito.

Voterò al prossimo referendum del 17 aprile, così come voterò al referendum di ottobre, sulla riforma costituzionale. Voterò sì, perché voglio dire la mia sulla politica energetica del nostro Paese, perché credo che si possa fare altro, nel 2016, anziché trivellare il nostro mare, fonte, oltre che di bellezza, di ricchezza, una ricchezza che non ha il colore del greggio, ma ha il colore del mare, quel blu acceso che fa da sfondo alle nostre belle città.

Perciò, caro Matteo, posizionare il partito sull’astensione non è una bella cosa. Lo dico, perché lo penso davvero e perché credo che nessun partito debba mai permettersi di invitare i cittadini al non voto. È un ossimoro. Così come è un ossimoro che il Governo, lo Stato se vogliamo generalizzare, non abbia messo in moto la campagna informativa sul referendum di aprile. Sarà così anche per quello di ottobre? O forse, proprio perché lì si gioca la credibilità del Governo, sin da agosto, ci ritroveremo inondati di spot pubblicitari in cui si spiega la riforma e il perché votare a favore di questa.

È un trattamento impari che non possiamo più permetterci, soprattutto quando, proprio oggi, è fondamentale invitare i cittadini a riprendere (perché è di questo che si tratta) ad interessarsi della Cosa Pubblica, attraverso la partecipazione e l’informazione. E il referendum è partecipazione ed informazione. Cos’altro potrebbe essere? Uno strumento di delegittimazione politica? Ma anche no.

Dici bene, caro Matteo, che il governo da te presieduto è legittimo. La Costituzione non è un optional e questa parla chiaro sul chi ha il compito di proporre il Governo. Ma proprio perché la nostra Carta costituzionale non è un optional, dovresti conoscere bene l’art.1 comma 2 che dice “La sovranità appartiene al Popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” e che tra queste forme c’è proprio il referendum, regolato dall’art.75 della stessa. E forse, non per ultimo, dovremmo ricordarci che l’istituto del referendum è stata una conquista di cittadinanza e di libertà e va difesa a spada tratta sempre e comunque.

Spero, e concludo, caro Matteo, che la comunicazione istituzionale porti le informazioni sul referendum nelle case degli italiani, molti dei quali non sanno, probabilmente, che sia stato indetto e su cosa riguardi.

Tsipras, Pilato e Barabba

È da stamattina che non faccio altro che rimbalzare da una testata ad un’altra, da una nazionale ad una internazionale, da un blog ad un altro, alla ricerca di un quadro chiaro e completo sulla vicenda greca. Di notizie ne ho trovate molte, ma più andavo avanti e più mi dirigevo verso la nostra Costituzione e la sua grande lungimiranza. Cercherò, brevemente di spiegare perché.

Quello che Tsipras ha fatto, in queste ultime ore, è un gesto che per molti suoi sostenitori è coraggioso. Io di coraggioso vedo ben poco.

“Viva la Democrazia diretta!”, griderebbe qualcuno, non sapendo che la Democrazia è morta, nello stesso istante in cui Tsipras ha indetto il referendum, disintegrando il ruolo della politica e rendendo quasi pari a zero il valore della scelta fatta dai greci, a suo tempo, che lo ha posto alla guida del Paese. Guida, per l’appunto, alla ricerca di una salvezza per la Grecia e per battere i pugni in Europa.

Il comportamento del Premier greco è abbastanza equivoco, perché indicendo un referendum rende chiara la sua intenzione di lasciare che siano i cittadini a decidere sulla proposta dei creditori – decisione discutibile ma legittima, se la Costituzione lo permette. Una scelta referendaria che dovrebbe essere presa in completa autonomia, in completa imparzialità da parte della classe politica. Invece no. Tsipras ha chiesto ai greci di votare “NO” e mi chiedo, allora, se questo grande momento di democrazia diretta, in realtà, non sia una replica della più famosa e antica scelta di Ponzio Pilato, il quale non volendosi assumere la responsabilità della scelta, lasciò che la folla decidesse chi liberare, tra Gesù e Barabba. La folla scelse Barabba, questo è noto a tutti. Per essere più chiari: perché Tsipras non ha detto no subito, in modo chiaro e preciso. Perché ha bisogno di un referendum per prendere una decisione che in realtà ha già preso?

Tornando all’inizio di questo post, è chiaro che il nostro Paese non potrà mai vedere un referendum su questioni di bilancio o, in generale, economiche. A dirlo non sono io ma la nostra Costituzione, che all’art.75 comma II pone il divieto (lungimirante, a mio modo di vedere) di indire referendum per leggi tributarie e di bilancio e di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.

D. E se la Grecia dovesse sprofondare in caso di vittoria del NO?

R. — Colpa di Tsipras e delle sue politiche! Ah no! Colpa dei greci che hanno detto NO! Viva Tsipras!

Questa non è Politica, ma politica. Due cose diverse. A mio modesto parere.

PS. Votare o No alla proposta della Troika è una scelta che spetta alla Grecia. Sembra assurdo, ma specificarlo serve. Moltissimo. Dire la mai posizione non ha senso, ne tantomeno potrei prenderla con assoluta consapevolezza, visto che non sono greco e non vivo la situazione di disagio che sta vivendo la Grecia.

Salvini pulisciti la bocca e studia

Siamo tornati al tempo del celodurismo sfrenato. Il ritorno della volgarità spazza via, persino, l’immagine del dito medio di Bossi durante l’inno nazionale. Matteo Salvini prova a fare di meglio.

Salvini

Il segretario di un partito che ha suoi rappresentanti in Parlamento, sia nazionale che europeo, ha attaccato la nostra Costituzione. Ma noi lo lasciamo fare.

Dire vaffanculo è ormai diventato comunissimo – lo stesso Nichi Vendola, a Ballarò, mandò a fare in culo Maurizio Gasparri (ed in quel momento tutti ci sentimmo vendoliani, ndr) – ma un conto è ad un avversario politico (se pur discutibile), un altro è alla Corte Costituzionale e alla Costituzione della Repubblica.

La sentenza della Consulta non è stata ancora depositata, ma presto conosceremo le ragioni dell’inammissibilità del referendum abrogativo, che la Lega aveva presentato contro l’articolo 24 in materia di pensioni – decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito in legge, con modificazioni, dall’articolo 1, comma 1, della legge 22 dicembre 2011, n. 214, meglio conosciuta come Riforma Fornero.
Se pur non ancora depositata, la base su cui la Corte ha strutturato la sentenza, pare, a mio avviso, evidente: quel referendum era contro l’art. 75 comma 2 Cost.

“Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.”

Citazione che ci riporta anche ad un altro caso, quale il referendum “No Euro” portato avanti da Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle.

Perciò, caro Salvini, non dire che questo Paese fa schifo. Non te lo concedo, perché in quello schifo ci sei pure tu e la tua superbia, la tua arroganza e ignoranza. Sai cosa, invece, è davvero uno schifo? La corruzione, la mediocrità dei nostri rappresentanti politici, l’assenteismo dal luogo lavoro e potrei continuare per ore, ma li conosci bene, perché sono ben rappresentati anche (e non solo) dal tuo partito. La Costituzione, invece, no, non è uno schifo. La Costituzione è il detergente con cui pulire la sporcizia che ogni giorno viene prodotta dal becero populismo, come il tuo. E dovremmo ringraziare le nostre Madri e i nostri Padri costituenti per avercela data e con che qualità.